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Nidi alla gola
In subbuglio i “Nidi in Famiglia”: la Regione stravolge i requisiti per l'attività e un ricorso al Tar chiede l'annullamento della delibera. La coordinatrice bassanese Gessica Sartori: "Sì ai controlli dei Comuni, ma gestiti in collaborazione"
Pubblicato il 17 dic 2019
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Oggi, egregi lettori, entro in un mondo per me parzialmente inesplorato.
Mi riferisco al privato sociale, quel benefico calderone di attività a servizio delle persone e della società in genere che vengono portate avanti dai privati, in accordo con le normative vigenti e con gli enti pubblici preposti, e che nel nostro Paese continuano ad essere sempre molto in voga. Di questa ampia categoria fanno parte i “Nidi in Famiglia”, che rappresentano una alternativa ai classici asili nido e che risultano, a quanto pare, essere graditi ad un numero sempre maggiore di famiglie, sia per motivi pratici che economici.
Che cos'è un Nido in Famiglia? Lo dice il nome stesso: è un servizio nido, per bambini di età compresa dai tre mesi ai tre anni, che viene gestito da una famiglia all'interno della propria abitazione. L'educatore, che solitamente è un'educatrice ed è anche una mamma, deve essere in possesso di una laurea in Scienze dell'Educazione o della Formazione primaria, deve avere un'abitazione idonea allo scopo e deve aver frequentato un corso formativo specifico presso gli enti accreditati sulla cura in autonomia dei bambini.
La coordinatrice di rete Gessica Sartori (foto Alessandro Tich)
Ciascun Nido in Famiglia può accogliere fino a sei bambini in compresenza e il compito dell'educatrice è quello di accudirli, educarli e assicurare loro tutte le cure familiari, inclusi i pasti e il riposo, di cui i piccoli hanno bisogno. C'è poi una seconda figura professionale che vigila sulla regolarità e sulla adeguatezza del sistema: si tratta del coordinatore rete di Nidi in Famiglia, che deve essere pure in possesso di un adeguato titolo di laurea e che sovrintende all'attività di un tot di nidi familiari.
I Nidi in Famiglia sono sorti su iniziativa della Regione Veneto, che ha legiferato sulla nascita del progetto prima nel 2005, per la fase sperimentale, e poi nel 2007 e nel 2008. Oggi rappresentano una realtà importante: in tutto il Veneto sono attivi 212 nidi familiari, con un bacino di utenza di oltre 1000 famiglie, oltre 300 persone qualificate come educatori e 33 professionisti accreditati dalla Regione nel ruolo di coordinatori.
Tra questi ultimi c'è anche Gessica Sartori, laureata in Scienze dell'Educazione, che si divide tra Bassano del Grappa e Stra, sulla Riviera del Brenta, e che sovrintende all'attività di 13 Nidi in Famiglia di quattro province, di cui due ubicati nel Bassanese, a Mussolente e a Fellette di Romano d'Ezzelino. Non sono gli unici: nella nostra zona altre analoghe strutture, seguite da altri coordinatori, si trovano nei Comuni di Bassano, Marostica, Colceresa (Molvena e Mason Vicentino), Pianezze, Rosà, Tezze sul Brenta.
Insomma: un piccolo mondo diffuso nel quale molte famiglie, a fronte delle più onerose rette degli asili nido privati o comunali, trovano una risposta più alla portata delle loro possibilità. Ma è anche un mondo che in questi giorni è in subbuglio.
A sparigliare le carte è stata proprio la Regione Veneto, che dopo avere disciplinato in maniera più articolata l'attività dei Nidi in Famiglia con la DGR (Delibera di giunta regionale) 153/2018, ha emesso un nuovo provvedimento, la DGR 1308/2019, che introduce nuovi requisiti per l'apertura e la sopravvivenza dei nidi familiari.
È la stessa Gessica Sartori a mostrarmi i contenuti e le tabelle del documento, dal quale emerge un saggio di burocrazia incommensurabile. Ad esempio l'abitazione del nido familiare “deve essere collocata in una situazione urbanistica adeguata e compatibile con le esigenze dei bambini e che salvaguardi la salute e la sicurezza degli stessi” ovvero deve essere “coerente con le previsioni di cui ai documenti edificatori, ai piani settoriali, ai piani viari e ai piani strettamente legati al territorio comunale”. Se poi l'abitazione è collocata in un complesso condominiale, non deve confliggere “col regolamento di condominio o con le deliberazioni assunte dal competente organo di amministrazione del complesso”.
Ed ancora: i materiali e i giochi utilizzati, che spesso sono anche i giocattoli giù usati dai propri figli, devono essere “rispondenti alle direttive europee in materia di sicurezza e alle norme UNI EN 71-1:2018”. E che dire di pasti, dolci e pappette varie? “Le modalità di acquisizione degli alimenti, di preparazione e di somministrazione dei pasti - prescrive la DGR 1308/2019 - sono sottoposte alle norme igienico-sanitarie vigenti. Nel caso di pasti forniti dall'esterno, il fornitore dovrà rispettare le procedure HACCP.”
E così via. Dunque l'attività del Nido in Famiglia, fino ad oggi affidata al buonsenso della madre di famiglia, al netto dei già vigenti obblighi di legge, viene di fatto equiparata a un servizio strutturato di livello superiore. Affidando i controlli del rispetto delle nuove regole - con conseguente potere sanzionatorio in caso di irregolarità - direttamente al Comune, che può delegare allo scopo anche l'Ulss del territorio di riferimento.
Ci troviamo pertanto di fronte a una fantastica applicazione dell'italico e sempre attualissimo UCCS: Ufficio Complicazioni Cose Semplici.
“Noi ci aspettavamo una legge che dovesse servire per applicare le sanzioni in caso di violazione di quella che era l'ultima normativa inerente i Nidi Famiglia, cioè la DGR 153 del 2018 - spiega Gessica Sartori a Bassanonet -. Invece ci siamo trovati una nuova delibera dove si va ad insistere ancora di più sull'aspetto dei requisiti strutturali, inserendo anche una discrezionalità da parte di chi farà i controlli, che non è più il coordinatore (che prima si assumeva la responsabilità su quella che è la qualità del servizio rispetto alla normativa) ma il il Comune.” “Il Comune - prosegue la coordinatrice - potrebbe anche decidere, in base alla tabella di questa DGR 1308/2019, di delegare il controllo dei requisiti all'Ulss, che potrebbe non avere le conoscenze del tipo di servizio specifico, che è molto diverso, proprio per il fatto di essere strutturato in una abitazione, dai servizi tradizionali come i micronidi o i nidi. Per questi ultimi c'è comunque bisogno di un'autorizzazione e di un'accreditamento, mentre per i Nidi in Famiglia la normativa prevedeva che si faccia solo una dichiarazione di attività e che sia il coordinatore ad avallare che tutti i requisiti vengano rispettati.”
Quindi il piccolo mondo diffuso dei nidi familiari del Veneto è in subbuglio perché, a suo dire, i paletti conficcati dalle nuove disposizioni della Regione mettono a rischio la sua stessa esistenza. Morale della favola: con il sostegno di oltre 1500 genitori, 88 rappresentanti di tutte le categorie coinvolte nel servizio hanno deciso di opporsi al provvedimento e, per il tramite degli avvocati TaniaFortunata (si scrive proprio così) Cosentino e Francesca Mantovan del Foro di Venezia, hanno presentato ricorso al Tar per l'annullamento della Delibera di Giunta Regionale 1308/2019. Il ricorso si oppone ai vari punti dell'atto legislativo con le opportune motivazioni. Ad esempio la delibera di un'assemblea condominiale che esprima parere contrario all'attività del Nido in un appartamento del condominio “per legge si ritiene nulla in quanto pone dei limiti, con la sola decisione a maggioranza, ai modi di utilizzo della proprietà privata individuale”.
O anche l'assurdità che prevede che un Nido in Famiglia, munito del titolo abitativo richiesto, con la mutata destinazione di zona del PRG potrebbe non avere più, a posteriori, i requisiti richiesti. Ma queste ed altre sono cose di competenza degli avvocati, dopo che in data 22 novembre il ricorso al Tar è stato notificato alla Regione Veneto. La sostanza è che c'è una delibera troppo restrittiva che per gli addetti ai lavori va annullata, ma non per essere gettata tutta quanta nel cestino.
“Questo non vuol dire che noi non vogliamo controlli - precisa la dott.ssa Sartori -, però questi controlli vanno gestiti in collaborazione, ed è uno dei tentativi che faremo adesso con i Comuni. Anche perché è praticamente impossibile andare a fare un controllo dove c'è una sola persona con sei bambini e chiedergli di verificare tutte queste cose.”
“Il tentativo nostro, a questo punto - conclude -, sarebbe proprio di fare annullare questa delibera e di ripensarla, come è sempre stato fatto con la Regione, riscrivendola anche assieme.”
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