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Adoro Stanley Kubrick. Lo confesso. Continuo a guardare i suoi film (che sono pochi, tutti diversi l'uno dall'altro e tutti dei capolavori) senza mai stancarmi e cogliendo anzi ogni volta nuovi dettagli e significati che non avevo colto la volta precedente. E lo scrivo mentre proprio in questo momento, sotto la sede di Bassanonet all'angolo tra via Roma e piazza Libertà, una giovane violinista di strada sta eseguendo la Jazz Suite, Waltz 2 di Dmitri Shostakovich che apre e chiude la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”. E neanche a farlo apposta, il suo violino esegue dopo un po' anche le inconfondibili note, che entrano dalle finestre aperte della mia redazione, di An der schönen, blauen Donau di Johann Strauss Jr., che accompagnano prolungatamente una delle tante sequenze memorabili di “2001: Odissea nello spazio”. Coincidenze apparenti che mi fanno ricordare quello che mi dice sempre un mio carissimo amico, e cioè che nulla accade mai per caso.
E non è certamente per caso, egregi lettori, che nei giorni scorsi sono andato a Londra a visitare la mostra-evento “Stanley Kubrick - The Exhibition”, allestita fino al 15 settembre al Design Museum nel quartiere di Kensington. Una piccola grande evasione per ritemprarmi dal tran tran bassanese. Per gli appassionati, ma anche per chiunque non consideri l'arte come un optional della nostra vita terrena, è una mostra mozzafiato: nel ventesimo anniversario della morte del regista, racconta infatti la straordinaria carriera e il processo creativo, unico nel suo genere, di uno dei più grandi film-makers del ventesimo secolo. Allestita a Londra non a caso (anche in questo caso) visto che proprio qui Kubrick, newyorkese di origine e britannico di adozione, ha creato la maggior parte dei suoi fantastici mondi immaginari: i campi di battaglia del Vietnam per “Full Metal Jacket”, gli alienanti ambienti suburbani di “Arancia Meccanica”, il sinistro Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose per “The Shining” e perfino i paesaggi extraterrestri di “2001”.
Arancia Meccanica: il costume di Alex DeLarge (Malcolm McDowell) e due arredi del Korova Milk Bar. Foto di Alessandro Tich
Le suggestioni ti pervadono prima ancora di entrare in mostra e già da sole fanno valere il prezzo del biglietto. Nell'atrio d'ingresso del bellissimo Design Museum (consigliabile una visita a margine, i musei pubblici a Londra sono gratis) è esposta la avveniristica “Durango 95” arancione con la quale il protagonista Alex DeLarge, interpretato da Malcolm McDowell, e i suoi Drughi vanno a compiere le loro scorribande criminali in “Arancia Meccanica”. Il controllo del codice di prenotazione per accedere alla mostra (visitabile solo su prenotazione online, con data e orario prestabiliti, all'indirizzo designmuseum.org/exhibitions/stanley-kubrick-the-exhibition) viene effettuato sopra l'inconfondibile tappeto ad esagoni color rosso e arancione scuro dell'Overlook Hotel di “Shining”. Si passa quindi all'anticamera d'ingresso, dove una speciale installazione avvolge il visitatore con un video introduttivo di un minuto, ripetuto in loop e corroborato dalla possente musica dell'inizio dell'Also sprach Zarathustra di Richard Strauss, famosissimo tema di “2001”, che fa scorrere in velocità alcune tra le scene più leggendarie dei film del regista. Poi, da una porta laterale, si entra in Exhibition: e il mito è servito.
“Stanley Kubrick - The Exhibition” è strutturata in forma di labirinto, come il giardino dell'Overlook di “Shining”, ed è un perfetto mix tra quello che si attendono da una parte i cinefili e, dall'altra, il grande pubblico. Un percorso espositivo a tappe, dove ogni tappa è rappresentata da uno dei 10 film realizzati dal Maestro dopo le tre opere di esordio degli anni '50 (“Paura e desiderio”, “Il bacio dell'assassino” e “Rapina a mano armata”): partendo da “Orizzonti di gloria” e da “Spartacus” (“L'unico film su cui non ho avuto il mio controllo totale”, è una citazione di Kubrick che compare su una parete), passando per “Lolita” e il futuristicamente cinico “Dottor Stranamore”, fino ad arrivare ai più celebri e celebrati titoli del trentennio '60-'90. I film non sono presentati in ordine cronologico ma, per così dire, in ordine “emozionale”, essendo l'ultima sala del percorso dedicata a “2001: Odissea nello Spazio”. Ogni sezione contiene una fondamentale parte “tecnica” (documenti, foto di scena, sceneggiature, appunti autografi del regista, retroscena, collaborazioni, documentari e interviste video sul “making of”, attrezzature di ripresa per gli aspetti più significativi) e una altrettanto fondamentale parte “popolare”, con le più famose icone originali utilizzate nei set e appartenenti all'immaginario collettivo. Il cuore dell'esposizione è però la prima grande sala di “introduzione” all'opera del genio, con centinaia di documenti e materiali che mostrano e raccontano l'evoluzione di Kubrick da fotografo a regista, i suoi progetti mancati (come “Napoleone” e “A.I., Artificial Intelligence”), i suoi rapporti con le fonti letterarie e le colonne sonore, i soggetti e gli “script”, i ciak e i manifesti originali, la sedia da regista e la postazione di montaggio, la sua ossessiva preparazione per i film e maniacale ricerca del dettaglio che poteva durare mesi o anche anni. Colpisce, tra le innumerevoli documentazioni esposte, una foto scattata per la location del duello iniziale di “Barry Lyndon” su cui il regista ha schizzato a penna le figure dei duellanti e dei loro testimoni. Sovrapponendo la foto preparatoria con l'aggiunta degli schizzi al fotogramma della scena del film, le due immagini combaciano del tutto. Probabilmente, per esemplificare la proverbiale meticolosità del regista nella ricerca dell'inquadratura perfetta, basta dire questo.
Ma ce n'è anche, in tempi in cui non esisteva ancora la computer grafica, per la sua costante apertura alle innovazioni delle tecniche di ripresa cinematografica.
Lo testimoniano, fra le tante altre cose, l'utilizzo di speciali lenti progettate per la NASA per “2001”, il famoso obiettivo Zeiss Planar 50mm f/0.7 che permise al regista di riprendere scene a naturale lume di candela in “Barry Lyndon” come nessuno era riuscito a fare prima oppure l'uso pionieristico della Steadycam per le scene in movimento lungo i corridoi e nel labirinto esterno dell'Overlook Hotel in “The Shining”.
Evoluzione tecnica a supporto della creazione.
Per uscire dalla mostra con gli occhi pieni di suggestioni si potrebbe tuttavia anche saltare a piè pari tutti gli aspetti tecnici e documentaristici dell'esposizione (che però non porterebbe ad un arricchimento culturale) e concentrarsi solamente sugli oggetti di scena originali esposti, alcuni dei quali diventati autentiche icone del cinema del '900.
E qui, davvero, ce n'è per tutti i gusti. Come l'elmo dei Marines con la scritta “Born to Kill”, gli occhialetti dalla montatura dorata e l'orologio con Topolino indossati da Joker (Matthew Modine) in “Full Metal Jacket”. Oppure l'inconfondibile costume di Alex (Malcolm McDowell), i pruriginosi arredi del Korova Milk Bar e le sculture della casa della facoltosa donna vittima della “visita a sorpresa” dei Drughi per “Arancia Meccanica”.
O le maschere, compresa quella indossata da Tom Cruise, dell'inquietante festa con orgia di “Eyes Wide Shut”. Per “The Shining”, capolavoro assoluto del genere horror, sono in mostra tra le altre cose il modello in scala del labirinto, i vestiti delle simpatiche (si fa per dire) gemelline Grady e il maglioncino di Danny, il piccolo co-protagonista col dono della “luccicanza”, più la macchina da scrivere di Jack Torrance (Jack Nicholson) con su il foglio con la stessa frase ripetuta ossessivamente all'infinito e - dentro una teca - altre risme di fogli con la stessa frase dattiloscritta in altre lingue, tra cui l'italiano, per le versioni doppiate del film. Di “Barry Lyndon”, a mio avviso il film esteticamente più riuscito dell'autore, fanno colpo i costumi (della costumista italiana premio Oscar Milena Canonero) ma anche un video che mette a confronto le stupefacenti riprese “pittoriche” dell'opera con i dipinti che ne hanno dato l'ispirazione.
Gran finale con “2001: Odissea nello spazio” che in quanto ad icone dell'immaginario ne ha da vendere. C'è di tutto e di più: i costumi delle scimmie-umanoidi, i modellini delle navi spaziali, l'arredamento avveniristico della stazione spaziale 5, il casco rosso dell'astronauta David Bowman (interpretato da Keir Dullea), il “bambino delle stelle”, rinchiuso in una bolla, che compare nella scena finale. Ma soprattutto c'è lui: HAL 9000, il supercomputer di bordo intelligente e parlante dell'astronave Discovery 1, autentico genio del male e protagonista non umano assoluto del capolavoro filmico e filosofico di Kubrick. Impossibile per i visitatori non farsi fare un foto o non scattarsi un selfie accanto al buon (si fa per dire ancora una volta) computer HAL: la star della situazione è lui.
Questo e tanto altro viene proposto nei contenuti di “Stanley Kubrick - The Exhibition”, mostra curata dal DFF - Deutsches Filminstitut & Filmmuseum di Francoforte in Germania, da Christiane Kubrick, da Jan Harlan e dal The Stanley Kubrick Archive della University of the Arts di Londra, col supporto di alcune tra le principali major cinematografiche americane. Un evento di caratura mondiale che ho voluto raccontarvi sulle righe di questo nostro portale locale, perché è giusto ogni tanto allargare gli orizzonti ed avere, nei confronti della cultura in senso lato, gli Eyes Wide Open.
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