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L'ultima volta che ho incontrato Renata Bonfanti è stato quasi due anni fa, nel maggio del 2016, alla chiesetta dell'Angelo a Bassano. Assieme al grande ceramista di Nove Cesare Sartori era stata la protagonista di un appuntamento del ciclo di serate “Dialoghi con i creativi”, dedicato a svelare il rapporto tra creatività, progettazione e artigianato artistico nel nostro territorio e organizzato dal gruppo di lavoro bassanese Lampi Creativi.
Mi ricordo che quella sera aveva un filo di voce e faceva fatica a parlare al pubblico anche col microfono sul tavolo, ma ogni parola che pronunciava era un concentrato di gentile ed esperta saggezza. Gentilezza: ecco il termine che racchiude l'essenza della sua figura.
Non rammento una volta in cui non mi abbia accolto nel suo laboratorio in via Piana d'Oriente a Mussolente o non mi abbia incrociato per strada a Bassano, sempre assieme all'inseparabile sorella, senza un cordialissimo sorriso. È una prerogativa dei veri grandi: quella di rapportarsi con gli altri con sincera semplicità.
Renata Bonfanti, in una foto di qualche anno fa, nel suo laboratorio (fonte immagine: renatabonfanti.com)
Eppure Renata Bonfanti, bassanese, scomparsa ieri all'età di quasi 89 anni, apparteneva all'Olimpo internazionale dei massimi artisti nel campo creativo che l'ha vista eccellere per tutta una vita: quello della tessitura di design. Un talento coltivato dopo gli studi all’Istituto Statale d’Arte di Venezia e alla Kvinnelige Industriskole di Oslo all’inizio degli anni ’50. Il suo studio-laboratorio, attrezzato anche con telai meccanici e modificato più volte nel corso degli anni, è sempre stato uno spazio aperto: e non solo per l'organizzazione operativa e per il fatto di essere sempre aperto al pubblico.
Aperto anche e soprattutto nella capacità di interpretare, con uno stile diventato inconfondibile, gli stimoli della modernità intrecciati con una pratica artigianale e artistica di antichissima tradizione. Ogni sua opera non era un estemporaneo incontro di fili colorati, ma un progetto che si disegna sul tessuto. E lo stesso laboratorio era organizzato, e lo è tuttora grazie all'attività portata avanti dal nipote Alessandro, in modo da utilizzare i telai di tessitura come strumenti di progettazione oltre che di produzione.
È quanto ha precisato lei stessa nella traccia biografica del suo sito internet.
Un testo che da oggi rappresenta l'espressione autografa della sua eredità spirituale.
“Verso la fine degli anni ’50 e durante tutti gli anni ’60 - ha scritto, raccontandosi, l'artista e designer -, mi interessai molto all’industrial design ed ebbi occasione di disegnare per diverse industrie. Erano anche gli anni di una sconvolgente ma stimolante innovazione tecnologica e nel mio laboratorio si faceva molta sperimentazione.”
“Questa ricerca - prosegue il testo - mi portò a progettare arazzi e tappeti tessuti a mano in cui i fili di fibre artificiali erano contrapposti ad altri di fibre naturali. In seguito l’interesse per i disegni di intreccio mi portò a privilegiare lana, lino e cotone.”
“A partire dagli anni ’70 - continua la scheda biografica in prima persona - i miei tappeti divennero sempre più decorati e, talvolta, anche figurativi. Divennero in realtà degli arazzi da usare indifferentemente a pavimento come a parete. L’idea non mi fu suggerita dalla pittura ma piuttosto dall’architettura.”
“Ho sempre pensato alla tessitura come elemento architettonico - è il sunto della filosofia creativa di Renata Bonfanti - e non riesco a disegnare un tappeto, un arazzo o un tessuto senza prefigurarmi la loro collocazione. Intervenire in uno spazio interno con una sequenza cromatica o figurativa che lo modifichi o lo completi è sempre stato per me un argomento di massimo interesse.”
Vincitrice nel 1995 del Premio Cultura Città di Bassano, ha collezionato in oltre quarant'anni numerosi altri riconoscimenti nazionali per lavori presentati in prestigiosi saloni e concorsi: dai tappeti annodati ai tappeti a lavorazione meccanica e dai tessuti per tende ai tessuti decorativi da parete. Ma è soprattutto il suo lunghissimo curriculum di mostre personali e collettive in Italia e all'estero, unito alla presenza delle sue opere in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo - tra cui il Museum of Modern Art di Philadelphia e lo Staatliches Museum für angewandte Kunst di Monaco di Baviera -, a definire l'enorme statura di questa piccola donna che alle geometrie e alle composizioni cromatiche dei fili intrecciati dava del tu. E - tra le tante altre cose - suoi arazzi e tessuti, eseguiti appositamente, sono stati utilizzati per il film “Lunga vita alla signora!” di Ermanno Olmi. Un titolo che sembra quasi rendere omaggio alla lunga vita creativa di colei che fino all'ultimo è stata un'autentica signora dei telai.
Ecco perché ogni volta che la incontravo e lei mi salutava con quell'immancabile cordialissimo sorriso avevo la sensazione di trovarmi davanti a una persona speciale.
Che sapeva annodare le relazioni umane con la stessa sensibilità che dava vita ai suoi capolavori di tessuto.
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