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Redazione
Bassanonet.it
Special report
Il popolo della strada
Scattato il blocco di protesta del Movimento 9 Dicembre alla rotatoria del Grifone a Bassano. Andrà avanti tutti i giorni dalle 7.30 alle 20.30, fino a venerdì. Create code di auto per tutta la giornata. Ma i cittadini, in gran parte, sono solidali
Pubblicato il 14-12-2013
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Pandori, bottiglie di vino e anche un sostanzioso cabaret di paste. Persino uno scatolone contenente 120 uova fresche. Dai finestrini delle vetture che attendono pazientemente di oltrepassare il blocco alla rotatoria del Grifone spuntano anche i generi alimentari, che vengono offerti ai manifestanti per meglio reggere le lunghe ore del loro presidio.
Le colonne di auto si perdono a vista d'occhio nelle tre direttrici prese di mira dalla manifestazione: via Capitelvecchio da e per Rosà e via Cristoforo Colombo in direzione della rotonda. Sono pochi, però, i clacson degli spazientiti. Tutti al loro posto, volenti o nolenti, ad aspettare il superamento del filtro stradale messo in atto dagli attivisti della mobilitazione in giubbotto catarifrangente, impegnati a distribuire i volantini della protesta e a spiegarne i motivi. Alcuni ragazzi, oltre ai volantini, distribuiscono ai guidatori un gradito bonus: delle fette di pandoro. E c'è anche l'effetto “Dentro la Notizia”: una signora, lato passeggero, chiede ed ottiene di fare una foto col telefonino ai presidianti per postarla su facebook.
Qualcuno, prima di uscire a riveder la strada, lascia sul posto pure qualche moneta da 1 euro mettendola nel salvadanaio di fortuna, ricavato dalla scatola di un panettone, con su scritto “Offerta viaggio per Roma”. Tra gli automezzi in coda gira anche un cartello, portato a vista da un volontario: “Siamo qui anche per voi. Vogliamo un futuro”.
Foto Alessandro Tich
Non tutti gradiscono il blocco stradale: c'è anche chi tira dritto senza neppure abbassare il finestrino; chi telefona o finge di telefonare al volante, nonostante i vigili e poliziotti a pochi metri, per non ascoltare; chi scappa via, finché è in tempo, imboccando qualche strada laterale. Ma la grande maggioranza dei passanti a quattro ruote si dimostra solidale con chi li ha costretti alla prolungata fila.
Volti, storie e problemi diversi - al di fuori e al di dentro degli abitacoli delle auto - di un unico popolo della strada. Segno che siamo tutti sulla stessa barca e che per molti cittadini l'acqua che entra dalle falle di un Paese allo sbando arriva ormai alle ginocchia.
Qualche automobilista è persino più incattivito dei manifestanti, le cui protesta è dichiaratamente pacifica. Un conducente, giunto al punto del blocco, si lascia scappare un: “Bisogna andare a Roma e...”. Ometto il verbo finale della frase, molto violento, per evitare accuse di istigazione a delinquere. Ma è il chiaro sintomo che la corda è ormai tesa all'estremo.
Ci sono anche i camion, in mezzo alle auto incolonnate, a sorbirsi la lunga attesa del loro turno di passaggio. Uno dei Tir ferma deliberatamente per qualche minuto il traffico in via Colombo - a ridosso della strettoia dello sbarramento già in atto - prima di ripartire, strombazzando, salutato dagli applausi dei “colleghi” di blocco.
Ma non è, questa, la protesta degli autotrasportatori. E non ha nulla a che vedere - come tengono a precisare a chiare lettere i promotori del presidio - col Movimento dei Forconi.
Al punto che (come potete vedere nella nostra speciale photogallery correlata al presente articolo, coi contributi fotografici - oltre alle foto di chi vi scrive - anche di Roberto Bosca e di Dario Vanin) a ridosso della rotatoria è stata collocata la locandina del Gazzettino di ieri recante il titolo “La protesta dei forconi di domani davanti al Grifone”: ma le due parole “dei forconi” sono state cancellate col pennarello.
Niente etichette preconfezionate: questa è la discesa in strada della gente comune. Lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, disoccupati, precari, commercianti, studenti, pensionati. Gruppi di ribellione spontanea contro “il governo di nominati” e contro le politiche “che hanno distrutto la dignità del Paese”, riuniti nel coordinamento per Vicenza del Movimento 9 Dicembre.
Già attiva da giorni a Vicenza e nella vicina Cittadella, da oggi l'onda dei blocchi di “L'Italia si ferma” è arrivata anche a Bassano del Grappa.
Ci rimarrà tutti i giorni - dalle 7.30 alle 20.30 ininterrottamente - fino a venerdì prossimo 20 dicembre, ultimo giorno del permesso rilasciato alla manifestazione presso la rotatoria del Grifone. Poi si vedrà. In un campo agricolo a un centinaio di metri a sud della rotonda, messo a disposizione dal proprietario, è stato organizzato un presidio stabile, attivo anche di notte, che potrebbe rimanere allestito anche nel periodo di Natale.
“Chiediamo le dimissioni dello Stato”
“Chiediamo le dimissioni dello Stato e di tutta la classe politica che non ci rappresenta - mi spiega il portavoce del presidio Michele Caberlin, barista di Bassano -. La gente si è stufata di sopportare questa situazione, e fino a venerdì saremo qui a oltranza. Non siamo i Forconi, siamo liberi cittadini stanchi di questo sistema. Qui non c'è politica, noi ci presentiamo come popolo e basta. Lo facciamo per noi e per il futuro dei nostri figli.”
Caberlin fa continuamente la spola fra i tre posti di blocco della manifestazione e la sede del presidio stabile, dove è accumulata una catasta di bancali di legno, buoni da far fogo per riscaldare l'ambiente quando fa buio, e dove sono stivati i viveri per sette giorni di mobilitazione: dolci natalizi, crostate, bibite, salumi ricevuti on the road o portati da casa.
Sulla tenda del campo base è affisso anche il “vademecum per i manifestanti”, diffuso dal coordinamento per Vicenza 9 Dicembre.
“Sarà un blocco pacifico - si legge nella comunicazione -, sicuramente creeremo disagi, la gente capirà che lo facciamo per una buona ragione.”
Il regolamento impone l'assoluto stop agli eventuali agitatori: “Se vi saranno animi facinorosi sarà nostra prima ed essenziale responsabilità isolarli, segnalarli e spiegare loro che siamo pacifici. Nel caso non volessero capire, li accompagneremo noi stessi alle forze dell'ordine.”
E' inoltre “vietato esporre bandiere di partiti politici” e sono consentite “solo la bandiera italiana e le bandiere nazionali dei Popoli (Veneto, Sardo ecc.)”.
Il presidio “ha finalità informative”: si invita pertanto “a non reagire ad eventuali provocazioni che provengano da automobilisti in transito, bloccati dalle colonne che si formeranno.”
Un vademecum di buona convivenza nella pur disagevole situazione che i partecipanti al presidio applicano alla lettera. Senza nascondere tuttavia i loro sentimenti di sdegno e irritazione nei confronti di coloro - come leggo nel volantino - che “ci hanno accompagnato alla fame, hanno distrutto l'identità di un Paese, hanno annientato il futuro dei intere generazioni”.
Ce n'è per tutti: per “questo modello di Europa”, per “il sistema bancario”, per il “fiscal compact (patto di stabilità che soffoca cittadini, imprese e comuni)”.
“A questo governo di nominati - scrive ancora il foglio distribuito alle auto in transito - dobbiamo rispondere: se il lavoro non è un diritto, pagare le tasse non è un dovere.”
“Il popolo c'è, l'Italia c'è, l'Italia vera c'è - mi dice Mattia, giovane lavoratore -. Non le banche, non il governo. Noi siamo lo Stato, dobbiamo riprendercela questa Italia e non essere più schiavi delle banche.”
C'è anche Sergio Loro, delegato comunale di Mussolente della Confartigianato, tra i più attivi a distribuire il materiale al posto di blocco. “Diciamo basta a un sistema che non ci lascia più vivere, tra tasse e burocrazia - afferma il rappresentante degli artigiani -. Combattiamo per creare un futuro ai nostri giovani.”
Una levata di scudi trasversale che unisce le generazioni.
E la sintesi dell'indignazione del popolo della strada è tutta racchiusa nella rabbia di Riccardo Gianola, libero professionista di Pove del Grappa, che si rivolge al cronista: “Voglio che scrivi la mia dichiarazione e che dai il mio nome e cognome.” Richiesta accolta. Dichiarazione di Riccardo: “Me go rotto i cojoni.”
Siamo al punto di rottura: di nome e di fatto.
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