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“Bassano è uno di quei luoghi da cui si parte”
Professione: attore. Andrea Tich recita in Croazia nel “Kafka Project” del Dramma Italiano di Fiume. E parla della sua città: “Ho sempre avuto la sensazione che a Bassano sia necessaria una politica culturale giovanile più viva”
Pubblicato il 24 lug 2013
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Nessuno è profeta in patria, tantomeno nell'arte e nello spettacolo.
Anche se per Andrea Tich - di professione attore, cresciuto e residente a Bassano del Grappa - il concetto di “patria”, e cioè del luogo delle proprie radici, è più elastico del solito. Sarà forse il destino di chi ha deciso di intraprendere la difficile e girovagante carriera del teatro, dopo che una dozzina di anni fa una professoressa di lungimiranti vedute lo aveva letteralmente sbattuto, per la prima volta, sul palco di una recita scolastica al Liceo d'Arte di Nove.
Da quella esperienza è scoccata la scintilla per il palcoscenico: Andrea vive da anni stabilmente a Trieste, dove si è perfezionato all'Accademia teatrale - Teatro stabile “La Contrada”. Torna spesso e volentieri a Bassano, per rivedere la famiglia e incontrare gli amici di sempre, ma il suo mondo è ormai fatto di sipari e di riflettori che si alzano e si accendono lontani dal Grappa.
L'attore bassanese, e triestino di adozione, Andrea Tich con la direttrice del Dramma Italiano di Fiume Laura Marchig dopo la prima di "Kafka Project"
Un mondo che guarda adesso oltre confine: l'attore bassanese-triestino è stato infatti selezionato dal Dramma Italiano - storica istituzione teatrale della comunità nazionale italiana - del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, in Croazia, per figurare tra gli otto protagonisti dello spettacolo “Kafka Project: Frontiere/Granice/Meje/Grens/Borders...” dell'autrice e regista olandese Karina Holla. Un impegnativo progetto teatrale - ispirato alle opere di Franz Kafka, incentrato sul tema dei “confini” e allestito quale omaggio all'entrata della Croazia nell'Unione Europea - del cui gruppo di interpreti Andrea fa parte dopo aver superato un duro workshop di due settimane e un altrettanto faticoso training di due mesi diretti dalla stessa Holla.
Uno spettacolo che dà l'inequivocabile conferma che quello dell'attore è un mestiere che fa sudare: è infatti una rappresentazione di “teatro fisico” dove il gesto, il ritmo e il movimento scenico sono preponderanti rispetto alla parola.
“Kafka Project” è stato presentato in prima assoluta lo scorso 13 luglio nella suggestiva ambientazione da archeologia industriale della Cartiera di Fiume, e gli otto attori sul palco - oltre al “nostro”, in ordine alfabetico: Elena Brumini, Rosanna Bubola, Ivna Bruck, Tomas Kutinjač, Miriam Monica, Giuseppe Nicodemo e Mirko Soldano - hanno riscosso lunghi applausi dal pubblico.
La performance è stata quindi nuovamente rappresentata al Mittelfest in Friuli ed è ancora in programma nel cartellone autunnale del Dramma Italiano di Fiume.
Per Andrea Tich la partecipazione all'attività del Dramma Italiano, diretto da Laura Marchig, è un autentico ritorno al futuro. Fiume, infatti, era la città dei suoi nonni - esuli italiani nel dopoguerra - ed è anche la città dove è nato, 27 anni fa, prima di trasferirsi, vivere e concludere l'intero ciclo scolastico fino alle Superiori a Bassano del Grappa, dove ha tuttora la residenza anagrafica.
E una combinazione del destino ha voluto che Fiume sia anche la città che ora dà nuova linfa alle sue aspirazioni professionali. Una delle tante storie di giovani di oggi che cercano la loro strada e la trovano all'estero, senza per questo dimenticarsi del luogo da cui sono partiti.
Andrea, come è stata questa tua esperienza con il “Kafka Project”?
“E' stata un'esperienza molto positiva, sia umanamente che professionalmente. Ho dovuto fare mio un codice espressivo - quello del teatro fisico - che prima avevo toccato solo in parte, all'interno di una struttura teatrale molto seria. Abbiamo lavorato ininterrottamente per due mesi, con una media di almeno sei ore di training fisico intensivo al giorno. All'inizio è stata dura, dovendomi scrostare di dosso alcune cattive abitudini attoriali ereditate da ambienti più aridi e cinici, che tendono a soffocare gli impeti giovanili invece di usarli come traino. Sotto l'indicazione guida di “we are always more of what we think” (“siamo sempre più di quello che pensiamo”), la regista è però riuscita in breve tempo a portarci all'estremo delle nostre potenzialità espressive, permettendoci di affrontare costruttivamente i nostri “talloni d'Achille” attoriali. Non a caso, lo spettacolo parla di frontiere e confini. La sinergia col gruppo si è evoluta spontaneamente, nutrita dalla positività trainante di una squadra tutta giovane.”
Cosa rappresenta questa esperienza per la tua attività di attore?
“Per me è stata come una rinascita morale, che mi ha permesso di infrangere molte barriere mentali che spesso costituivano un rifugio, ma che non mi permettevano di mettermi in gioco integralmente e di crescere professionalmente. Questa esperienza è un passo decisivo verso un approccio attoriale più responsabile ed autonomo, in grado di creare impresa e combattere la crisi dall'interno e mi ha aperto gli occhi su molte dinamiche politico-culturali di e oltre confine. Mi sono riallacciato alla mia città natale, chiudendo un cerchio cominciato più di 60 anni fa con la partenza dei miei nonni da Fiume.”
La tua attività ti ha portato via da Bassano, che è comunque una città vivace dal punto di vista della cultura e degli spettacoli, grazie ad esempio ad Operaestate Festival...
“Bassano è sicuramente un centro culturale di alto livello e non nego che gran parte delle iniziative che fioriscono nel suo tessuto siano lodevoli. Tuttavia ho sempre avuto la sensazione che fosse necessaria una politica culturale giovanile più viva. Basti considerare che spesso la migliore prospettiva per una serata fuori consiste nell'ubriacarsi nei soliti locali. Per quanto riguarda l'offerta degli spettacoli, mi limito a dire: comprate meno da fuori e producete di più, sfruttando le forze di casa.”
Come stai percorrendo la tua strada professionale lontano da Bassano?
“Per quelli che sono i miei interessi e le mie aspirazioni, Bassano purtroppo non ha molto da offrire. A differenza di quanto dicono i più, di arte si vive, e nonostante la crisi e i tagli finanziari pesantissimi, il lavoro non manca. Semplicemente bisogna attivarsi e cercare o creare le opportunità che possano soddisfarci, anche se alle volte vuol dire abbandonare le comodità e le sicurezze di un nido accogliente. Per quanto vivace e ormai multiculturale, l'aria che respiro ancora adesso a Bassano è quella di una cittadina di provincia, poco nutriente per chi non abbia aspirazioni localistiche.”
E con Bassano quindi che rapporto hai?
“Personalmente, penso che Bassano sia uno di quei luoghi da cui si parte.
C'è come una cappa invisibile sopra la città che non ti permette mai di decollare veramente. Posso dirlo anche di Trieste, città che mi ha formato professionalmente. Spesso invidio gli amici bassanesi, che lì sono nati e si sentono molto più legati al territorio, per la relativa serenità con cui decidono di rafforzare le loro radici ed edificare il loro futuro nel luogo che li ha nutriti. Tuttavia, ho sempre ritenuto che restare nello stesso luogo, se vogliamo usare una metafora in tema, sia come leggere la stessa pagina del copione, senza permettersi di vivere il resto, cosa che non posso permettermi per il lavoro che faccio. Penso che Bassano, come tutte le cose che si amano, si impari ad apprezzare veramente quando non ce l'hai più sotto gli occhi; ed è lì, tra la bora che soffia e i palazzi austroungarici che ti schiacciano, che senti la mancanza dei parenti e degli amici lontani, del Grappa e dei suoi sentieri, dello scorrere del Brenta, del Ponte Vecchio e delle sue osterie, dell'aria fresca della Valsugana. Da Bassano si parte, ma per tornarci volentieri e (perché no?) ravvivarla con quanto appreso lontano da casa.”
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