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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Contingency economy
Economia e imprese: cosa succederà nei prossimi mesi? Immigrazione, demografia e la mancanza di giovani. Intervista ad Andrea Visentin, ideatore di Radici Future 2030, il Festival della sostenibilità, dell’economia circolare e dell’etica d'impresa
Pubblicato il 08 ott 2023
Visto 17.496 volte
Ritornano le nubi sull’economia italiana e anche la produzione industriale mostra i primi segnali di cedimento.
Dopo una serie di revisioni peggiorative rispetto ai dati di inizio anno, le ultime proiezioni indicano che il Pil italiano nel 2023 crescerà sicuramente sotto quota 1% (in una forchetta che va dal +0,7 al +0,9%). Nel 2024 si prospetta una sorta di ritorno alla stagione “zero virgola”, sulla scorta di un modesto +0,4%.
Andrea Visentin, l’ideatore di Radici Future 2030
Andrea Visentin, manager di Mevis Spa, è l’ideatore di Radici Future 2030, il festival della sostenibilità che nelle prossime settimane ripartirà con le attività di autunno anche a Bassano. Negli anni scorsi, da presidente del Raggruppamento Bassano di Confindustria, aveva analizzato con notevole “fiuto” lo shock sull’economia causato dalla pandemia e successivamente lo scenario da “war economy” all’inizio del conflitto russo-ucraino. Oggi l’alta inflazione, il rallentamento dell’economia e la demografia avversa rappresentano un altro giro di boa tutto da decifrare.
Si sta bloccando di nuovo il Paese?
«È in corso una sorta di ritracciamento di tutti i dati di produzione industriale, di Pil, di previsioni per i prossimi mesi. L’inflazione e l’aumento degli oneri finanziari stanno bloccando gli investimenti. Rimangono sul tavolo anche altri problemi strutturali: pur in un periodo di calo della produzione mancano persone formate e il costo del lavoro continua ad essere troppo elevato, avendo un’incidenza media superiore al 60% sul valore aggiunto. Inoltre c’è la questione dell’inverno demografico: siamo il primo Paese al mondo dove il numero degli under 15 è sceso sotto quello degli over 65».
Nonostante tutto, al cospetto della pandemia e della guerra, il Veneto e l’Italia hanno retto meglio del previsto. Cosa cambia nello scenario che abbiamo davanti? Le recessioni dell’economia sono cicliche.
«Mi impressiona che si continui ad affrontare tutto in una logica di contingenza e non strutturale. Guerra e pandemia ci hanno fatto capire che il piano industriale e quello umano sono fortemente interconnessi e sovrapposti. Non si può, per esempio, affrontare la questione dell’immigrazione come se non fosse collegata ad un fenomeno di dimensioni più grandi e difficilmente governabile con un paio di leggi o di tentativi di blocchi navali. La gestione dei flussi immigratori deve contemplare un pieno allineamento con le esigenze del mondo produttivo, sia in termini quantitativi che qualitativi».
Mario Draghi ha recentemente elencato una triade micidiale di eventi che si profilano nel futuro dell’economia europea. L’Europa non potrà più contare all’infinito sugli Stati Uniti lato sicurezza, nella Russia per l’energia e nella Cina per l’export. Cosa toccherà di più l’economia manifatturiera veneta?
«A questo aggiungerei il tentativo dei BRICS (ndr. acronimo che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) di modificare gli equilibri dei mercati mondiali, in primis quelli dell’energia. Siamo di fronte ad processo che ci porterà a dover fare i conti con scenari ancora ignoti. L’export e l’energia sono senz’altro i due fattori che avranno i maggiori impatti sul cruscotto delle priorità delle aziende. Sarebbe importante che anche l’Italia, come fanno gli altri Paesi europei, trovasse finalmente una visione più a lungo termine e meno “mordi e fuggi” a proposito di energia, infrastrutture e materie prime».
La Germania è in recessione, il complesso industriale tedesco ha pagato a caro prezzo il balzo all’insù del costo dell’energia, il raffreddamento commerciale con la Cina e la trasformazione in atto nel comparto dell’automotive. È in corso una riorganizzazione soprattutto nel settore auto e nella chimica tedesca o sta accadendo qualcosa di strutturale nella prima economia europea?
«La Germania storicamente ha sempre avuto una visione strategica del suo ruolo nel mondo e nell’economia. Faccio fatica a pensare che si stia lasciando travolgere dai fenomeni. Guardiamo a come hanno gestito alcuni fenomeni: pensiamo all’immigrazione dei profughi siriani, organizzata e non subita. Anche sulla questione della Via della Seta non hanno improvvisato, i tedeschi sapevano benissimo le conseguenze di una firma su un accordo di quel genere. Ora, dal punto di vista tecnologico-industriale, stanno facendo una marcia indietro sull’elettrico, nel senso che per loro il futuro non sarà solo ed esclusivamente elettrico».
Cominciano a vedersi anche nei dati del commercio internazionale i primi segnali dell’accorciamento delle catene globali del valore. Positivo per i nostri distretti industriali?
«Gli effetti positivi dell’accorciamento delle filiere si legano con la nostra capacità di attrarre investimenti in ricerca e sviluppo da parte anche di grandi gruppi stranieri. Non è un passaggio semplice, perché bisogna uscire dal circolo vizioso che troppo spesso ci vede imbrigliati nelle catene globali del valore solo come “contoterzisti” di grandi gruppi multinazionali. In una posizione che ci fa comprimere i profitti limitando così le possibilità di sviluppo. Nel vicentino c’è però ancora una forte resistenza alla crescita dimensionale delle aziende o, per esempio, rispetto alle opportunità che offre il mercato delle m&a (ndr. mergers and acquisitions, fusioni e acquisizioni)».
A breve ripartiranno le attività di Radici Future, festival nato sulla spinta della transizione ecologica. A distanza di tre anni, in un’economia globale già profondamente cambiata, quanto è diventata più ripida la strada della sostenibilità?
«All’inizio dovevamo parlarne, in pochi la conoscevano. Il secondo anno le aziende non pensavano fosse ancora una cosa per loro, era vista come una specie di snobismo delle grandi aziende. Oggi la sostenibilità è un pilastro del fare industria e tutte le aziende stanno cercando il modo di associare alla sostenibilità il concetto di economicità. La championship di Radici Future quest’anno è centrata sull’economia circolare, a mio parere una visione del mondo che ci circonda in grado di provocare un cambiamento a vantaggio di tutti».
Trasporti e infrastrutture all’avanguardia sono alla base del concetto di sostenibilità e produttività di un sistema economico. Qui, nella Pedemontana del Nordest, cosa manca?
«Manca la solita visione a lungo termine. Mancano gli interlocutori con visione ma soprattutto competenti. La SPV è stata osteggiata ma adesso chi potrebbe farne a meno? Le infrastrutture non sono solo fisiche, per esempio è fondamentale quella giudiziaria. È incredibile che un’area con più di 150 mila abitanti, ad alta densità industriale, come la Pedemontana non abbia un Tribunale».
Con Radici Future cercate di stimolare la comunità per guardare al di là del contingente, del domani mattina. Non è semplice: la demografia è impietosa, le aziende cercano lavoratori che non ci sono, una parte dei giovani va a cercare fortuna all’estero.
«Il problema è enorme, forse è il primo problema di questo Paese. Mancano giovani entusiasti, colpa anche delle aziende che non sono attrattive. Un sistema economico fatto di mestieri ad alto contenuto professionale, assieme ad un impegno delle aziende per modernizzare le condizioni di lavoro, potrebbe essere una parte della soluzione. In molte realtà aziendali si sta migliorando la qualità degli ambienti fisici di lavoro, il welfare, la flessibilità di orari, si cerca di lavorare per progetti che aumentano l’autostima e la soddisfazione. Per affrontare i grandi cambiamenti che ci attendono occorre alzare l’asticella a tutti i livelli, dalle politiche educative a quelle industriali».
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