Canova
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Luigi MarcadellaLuigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it

Imprese

Zaiaeconomics (parte prima)

Viaggio politico nell’economia del Veneto di oggi. Ragioniamoci sopra con Maurizio Sacconi, Massimo Malvestio e Paolo Giaretta

Pubblicato il 09-12-2022
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Luca Zaia è al vertice del governo regionale da 17 anni, di cui 12 come governatore.
Da pochi giorni è uscito il suo ultimo libro (“I pessimisti non fanno fortuna. La sfida del futuro come scelta”), a distanza molto ravvicinata dal precedente (“Ragioniamoci sopra.
Dalla pandemia all’autonomia”), segno che la sua figura politica sta assumendo ormai una dimensione nazionale che supera i confini di partito e forse addirittura anche quelli della nuova destra sovranista. Persino nel tempio della sinistra-radical di “Che tempo che fa”, chez Fazio, il suo pragmatismo moderato ha fatto una buona presa.

Luca Zaia con dietro alle sue spalle la bandiera del Veneto

D’altro canto, la battaglia sull’autonomia lo vede giocoforza impegnato in un palcoscenico che non è più solo quello regionale, e in un ruolo molto più complesso di quello di semplice difensore degli “schei” della seconda potenza manifatturiera del Paese. In ogni caso, il Veneto del post policentrismo, dei distretti che hanno resistito anche agli ultimi scossoni lungo le filiere globali del valore, delle multinazionali familiari tascabili, si sta avviando ad un ennesimo appuntamento cruciale con la sua storia (economica).
La nuova frontiera della transizione energetica ed ecologica è già fuori dai capannoni della Pedemontana e della zona industriale di Padova, ed è destinata a provocare un’ulteriore selezione darwiniana delle piccole e medie imprese venete. Un esempio: il passaggio epocale dal motore termico a quello elettrico comporterà in poco tempo la sparizione di oltre 10.000 posti nella manifattura veneta terzista dei colossi mondiali dell’automotive.
In questo viaggio, nel presente e nel futuro economico veneto, cercheremo di capire se esiste una “Zaiaeconomics”, ovvero una visione aggiornata dello sviluppo regionale “made in Zaia”, in grado di scavalcare anche la notorietà del suo pragmatismo di navigato amministratore locale e di formidabile uomo di consensi, doti peraltro che gli vengono già riconosciute a largo raggio.

Per arrivare al dunque, bisogna prima fare una radiografia al Veneto economico di oggi. Partiamo con Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro nel governo Berlusconi IV.
A 25 anni consigliere comunale a Conegliano, poi segretario provinciale del PSI trevigiano (corrente De Michelis), a 29 anni sedeva in Parlamento.

«Il Veneto è una potenza manifatturiera, ha dimostrato tutta la sua forza durante la pandemia. Nonostante le interruzioni nelle catene globali del valore, nonostante i famosi “colli di bottiglia” ha retto e anzi ha inanellato performance strepitose. Ha un settore primario con eccellenze che si migliorano anno dopo anno, oggi economicamente il Veneto è un gigante con una adeguata proiezione internazionale. Vedo due sfide cruciali alle porte: la capacità di attrarre innovazione tecnologica e il processo di concentrazione delle imprese.
Ma sono strade che indica il mercato e non la politica, quest’ultima deve creare il contesto favorevole facendo buone leggi, una su tutte “Industria 4.0”. Certamente, il Veneto soffre l’aver perso una forte soggettualità bancaria».

L’ex ministro Sacconi non fa riferimento solo alla vicenda delle Popolari (Vicenza e Veneto Banca), perché la progressiva separazione del Veneto dai centri di comando del credito e del risparmio parte dai lontani anni Ottanta.
«Il processo inizia con la fine della Banca Cattolica, a seguire l’errore colossale della mancata aggregazione delle ricche casse di risparmio a livello locale, poi si finisce con il caso Antonveneta e delle due Popolari».

Dice Zaia all’ultima riunione degli industriali a Padova:
«II dato positivo è lo standing del Veneto. Lo si vede dall’assegnazione delle Olimpiadi, siamo in una fase delicata per il progetto da 3.500 posti di lavoro Intel».

Da Belluno a Rovigo, ci sono numerose partite economiche aperte sulle quali il governatore vuole mettere il sigillo finale, la maggior parte di ordine infrastrutturale. Sempre Zaia, all’ultimo convegno di Assindustria Venetocentro e Confindustria Venezia e Rovigo:
«Sono vent’anni nei quali il Veneto è cresciuto, in cui le imprese si sono ammodernate. La metropolitana di superficie è uno dei tanti progetti, ora stiamo parlando di alta velocità».

Domandiamo a Sacconi: dove si colloca dunque la “Zaiaeconomics”?
«Si inserisce in una lunga tradizione dorotea, quella che ha dato l’impronta alla Prima repubblica del Veneto. Semplificando molto: un sostanziale laissez faire.
È stata una cosa buona e giusta aver rispettato l’autonomia della società e dell’imprenditorialità veneta. Al pubblico spetta costruire e far funzionare le infrastrutture, il servizio sanitario, le scuole, ai privati spetta l’iniziativa. La Meloni lo ha detto ieri l’altro: lo Stato non deve disturbare chi ha voglia di fare. Di fatto ha ribadito quello che il mondo cattolico liberale, e anche socialista liberale, ha costruito in Veneto dagli anni Settanta in poi, da Toni Bisaglia fino a Carlo Bernini».

Quando Luca Zaia parla del mega investimento che il colosso Intel dovrebbe insediare nel veronese, prefigurando una “Silicon Valley” in salsa veneta, si va oltre il pragmatismo e si entra in un’ottica di visione dell’economia a lungo termine? Sempre Sacconi:
«Il Veneto è una terra di relazioni, per usare uno slogan della vecchia programmazione regionale.
Per questo dobbiamo essere aperti, proiettati verso Est, in primis con la portualità di Trieste, con i grandi corridoi europei che poi sono la via di sbocco sul Mediterraneo. Vedo i cinesi molto interessati alla portualità di Trieste, dovremmo esserlo di più anche noi. Gli errori da non fare sono i messaggi che inducono a far pensare ad un Veneto presuntuoso, che compie un peccato di introflessione. Il mondo è fatto di relazioni, non di blocchi. L’economia del Veneto ha bisogno di una politica aperta, curiosa, che non si chiude».

Tra i ragionamenti sull’area metropolitana (il Veneto dall’alto come Los Angeles), la mitologica Pa-Tre-Ve, l’avvio della Pedemontana, la “Zaiaeconomics” come detto è molto legata alla sfida infrastrutturale; inseguendo solo i percorsi dell’autostrade non si riesce però a trovare un preciso filone di politica economica.
«”Zaiaeconomics”? Dalla giunta Tomelleri del 1970 alla giunta Zaia si è trasferita una cultura di governo di assoluta continuità. Ma come diceva De Michelis, il Veneto è la porta naturale del Mediterraneo verso l’Europa, per questo serve immaginarlo come un’unica grande moderna città metropolitana».

Nel frattempo, come spesso avviene da queste parti, sono i corpi intermedi a provare ad ingranare una marcia più veloce rispetto alla competizione con il resto del mondo (che produce). Partendo dal ribaltamento, per esempio, di un modello che a queste latitudini ha fatto cose buone ma anche molti danni, ovvero quello del “piccolo è bello”, riferito alla taglia delle imprese. L’Assemblea congiunta di Assindustria Venetocentro (Padova più Treviso) e Confindustria di Venezia e Rovigo ha scelto di prendere la via di una fusione associativa strategica, creando la seconda associazione imprenditoriale del Paese, con un valore economico di circa 27 miliardi, il 7% del Pil nazionale. Oltre alla questione di “taglia” organizzativa, la partita degli industriali veneti è rivolta alla dimensione europea, perché è a Bruxelles che si decidono tutte le politiche industriali del Vecchio Continente.

Massimo Malvestio, trevigiano, classe 1961, è uno dei più influenti avvocati del Veneto, grande conoscitore degli equilibri della finanza regionale, scrittore ed editorialista del Corriere del Veneto.
«Il dato che racconta cos’è ancora il Veneto è l’export. Una regione che rimane competitiva nel mondo, a dispetto di tutto e di tutti.
C’è ancora un ceto produttivo, di imprenditori e lavoratori, che è di qualità eccezionale.
Quando dico ceto produttivo includo anche tutti quei servizi pubblici che sono funzionali alla competitività di un sistema come la sanità, le università, gli enti locali».

Dieci anni fa Massimo Malvestio pubblicò un libro, “Mala gestio: perché i veneti stanno tornando”, che vale ancora la pena di leggere per mettere il naso in alcune distorsioni della locomotiva manifatturiera d’Italia.
«Nel 2007 il reddito pro capite italiano era largamente al di sopra della media europea, adesso è abbondantemente al di sotto. Siamo tra i pochissimi Paesi al mondo, con compagni tipo Haiti e il Venezuela, dove il Pil pro-capite è diminuito. La natalità è all’1,27% ed è di anno in anno più bassa: quando parlavo degli asili in “Mala gestio” a qualcuno sembravano piccolezze. La popolazione italiana è in calo costante dal 2015 ed il Veneto non sfugge a questo trend. Ci sono già troppi vecchi e troppi pochi soldi per far funzionare gli ospedali e le case di riposo, tra poco sarà chiaro anche ai molti che si ostinano a non volere vedere. Il personale arriverà da Paesi come l’Egitto o il Bangladesh.
Quando Berlusconi fu commissariato da Monti perché il debito pubblico era insostenibile era di venti punti percentuali più basso di oggi. L’unica cosa che continua davvero ad aumentare è il costo complessivo delle pensioni. È aumentata invece la percentuale di italiani che ricadono in quella che è considerata la soglia europea di povertà. Molti dei giovani più brillanti lasciano il Paese e non ci torneranno più. Il fatto grave è che la percezione generale è che le cose non vanno affatto male. Per vincere le elezioni bisogna promettere pensioni, bonus, redditi d cittadinanza con cui spolpare sempre più la parte produttiva del Paese, Veneto in testa. Purtroppo, il Veneto è una regione di minoranza perché la democrazia italiana non è più fatta di confronti ideologici ma da una maggioranza che pretende di essere mantenuta dalla minoranza produttiva».

Arriviamo anche con Malvestio alla domanda centrale: esiste dunque una “Zaiaeconomics”?
«Le colline del prosecco e l’avere trasformato il prosecco in un fenomeno mondiale, ma anche le Olimpiadi, sono risultati notevolissimi. Sono l’esempio dei tratti caratteristici dell’azione di Luca Zaia: la Regione grande attore di marketing territoriale. Su questo Zaia non ha rivali. Vuole essere solo un amministratore della Regione e quindi purtroppo c’è un vuoto ogni qualvolta l’azione che serve non è un’azione prettamente amministrativa. Nessuno può obbligarlo a fare un mestiere per cui non si è candidato, ma il problema rimane. Si è visto nelle municipalizzate dove Zaia non aveva nessun potere in termini amministrativi e si è tenuto sempre alla larga dall’argomento. Poteva andare bene se ci fosse stata una politica regionale a livello di partiti, un tempo avremo avuto figure come Rumor che non era solo Presidente del consiglio ma anche capo politico, ma lì c’è il vuoto pneumatico. Così il Veneto è definitivamente periferia rispetto a Lombardia, Emilia Romagna e Lazio».

Un’altra questione che Massimo Malvestio legge con le lenti non solo dell’esperto di finanza ma anche con quelle di chi interpreta i movimenti profondi del potere veneto, riguarda la perdita dei centri nevralgici del credito e della finanza (e delle assicurazioni). Tutto questo avrà un peso nel futuro del “nuovo Veneto”?
«A questo punto mi sembra un problema secondario: il Veneto, in finanza, ha pagato, oltre che come ho detto la totale assenza di rappresentanza politica, anche l’essere una regione policentrica, mentre ovunque tutto si riunisce intorno a grandi poli aggreganti. Il problema vero è quindi proporre un modello di sviluppo basato su quello che il Veneto effettivamente è e quindi la domanda è: come rendere attrattivo e competitivo un territorio policentrico. Penso che nonostante tutto il Veneto abbia ancora tali e tante risorse da potercela fare. Ma l’azione senza pensiero non basterà più».

L’ultimo giro di boa per chiudere la prima parte di questo viaggio nella “Zaiaeconomics” arriva fino a Padova, dal senatore Paolo Giaretta, già segretario regionale del Partito Democratico ed influente commentatore delle trasformazioni del tessuto socio-economico del Veneto.
«Indicativo è il titolo scelto dalla Fondazione Nord Est per il suo rapporto 2022: “Il futuro sta passando, chi è pronto e chi è no”.
Il Veneto è pronto? Il sistema economico nel complesso ha dimostrato una capacità reattiva importante: la piattaforma manifatturiera, la filiera dell’agro alimentare, il turismo. Ma nuove sfide si pongono con una nuova geopolitica, nel mondo post pandemico e alle prese con la sfida della sostenibilità ambientale.
Il Veneto possiede tante eccellenze: è comunque la terza regione italiana per export, al top per turismo e si disputa il secondo posto con l’Emilia Romagna per la formazione della ricchezza. Tuttavia, appare debole come sistema. Questo è il punto centrale che ci dovrebbe molto preoccupare, perché il presente (e ancor più il futuro) è fatto di competizione tra sistemi territoriali.
La competizione globale avviene tra aree capaci di offrire concentrazione e agglomerazione di reti di imprese innovative, di lavoratori di talento, di imprenditori propensi al rischio, di istituzioni e di associazioni di sostegno. In cui ci possa essere una circolazione efficiente delle persone e delle merci».

Sullo sfondo tante questioni che si portano avanti da più di un ventennio come minimo: il Veneto senza gruppi bancari regionali (un’area con 152 miliardi di euro di Pil prodotto nel 2020, il 9,2% del valore nazionale!), il dibattito eterno sull’autonomia, il rapporto politico conflittuale con lo Stato centrale, i dubbi se governare il nuovo sviluppo economico creando una cornice pubblica per gli investimenti di sistema. O invece lasciar fare solo alla genialità dei “paroni”?
Prosegue l’ex sindaco Dc di Padova:

«Da questo punto di vista emergono debolezze preoccupanti: marginalizzazione nel sistema creditizio, riassorbito in gran parte dalle centrali finanziarie lombarde e piemontesi, con vicende poco commendevoli. Pensiamo allo stato delle infrastrutture materiali: quella ferroviaria in enorme ritardo per responsabilità venete, sia sulle grandi direttrici dell’Alta Velocità sia per il trasporto di tipo metropolitano, sui porti l’immobilismo, per la banda larga un pesante divario rispetto alle necessità del mondo produttivo, per quelle stradali pensiamo alla storia infinita della Pedemontana. Facciamo noi, disse Zaia, e dopo vent’anni siamo alla realtà di una strada che per il momento è il troncone autostradale più caro d’Italia.
In linea generale il sistema Veneto subisce fenomeni centrifughi: il baricentro delle Fiere si è spostato verso il polo emiliano, pur partendo da posizioni di assoluto rilievo nazionale.
Il sistema delle aziende multiservizio ridotte a spezzatino, in parte acquisite dal sistema emiliano romagnolo, in parte da quello lombardo. L’Emilia Romagna appare molto più strutturata rispetto all’ambizione di essere sistema e questo emerge da una serie di indicatori. L’Emilia Romagna è 20 posti avanti al Veneto nella classifica europea delle regioni innovative ed è al quarto posto in Europa come velocità di miglioramento negli ultimi 5 anni.
Il Veneto perde purtroppo capacità di attrazione dei talenti. Per i nuovi residenti, tra 20 e 34 anni con titolo di studio medio alto, il saldo è abbondantemente positivo per l’Emilia Romagna mentre è deficitario per il Veneto, particolarmente per la componente estero. I giovani si formano negli eccellenti atenei veneti, ma poi per il lavoro gravitano di più verso la Lombardia e non è una novità, ma da qualche anno è l’Emila che li attrae. Un fenomeno più recente: è diventato negativo anche il saldo tra gli studenti universitari che da tutta Italia scelgono gli atenei veneti e quelli veneti che scelgono di andare a studiare in Emilia Romagna. Forse guardano al futuro con più lungimiranza delle istituzioni: se lì troveranno un lavoro più dinamico e meglio remunerato tanto vale formarsi lì».

Per mantenere il Veneto tra le aree più attrattive e dinamiche d’Europa prima o dopo tornerà di grande attualità anche la questione delle retribuzioni che, soprattutto nel nostro tessuto di piccole e medie imprese, soffrono molto rispetto alle altre regione italiane.
«È stato inaugurato in questi giorni al tecnopolo di Bologna Leonardo, un supercomputer che garantirà l’80% della potenza di calcolo italiana e oltre il 20% di quella europea, il quarto supercomputer più potente al mondo. Sarà destinato a progetti di ricerca, uso scientifico e accademico e applicazioni industriali. 240 milioni di investimento dello Stato e della UE. Sempre a Bologna viene ospitato il nuovo data center del Centro meteo europeo, il nodo tecnologico della rete europea per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf). Esistono processi simili in Veneto? Dobbiamo purtroppo dare una risposta negativa», argomenta Paolo Giaretta.

Sta di fatto che nemmeno l’Italia può permettersi che si arrugginiscano le qualità dei distretti industriali veneti, visto che nella buona e nella cattiva sorte contribuiscono a mantenere l’Italia tra le grandi potenze manifatturiere d’Europa.
«Non tutto dipende dalla Regione naturalmente, è anche figlio di un modo di essere della società veneta, ma resta il fatto che la Regione ha interpretato le azioni di politica economica più come compiaciuta osservazione dell’esistente ed erogazioni a pioggia che attenzione alla costruzione di un ecosistema accogliente per attrarre e mantenere le eccellenze competitive. Bisogna recuperare il tempo perduto. La recente decisione delle Confindustrie venete di operare una coraggiosa fusione indica la consapevolezza del ceto produttivo della necessità di fare sistema.
Spetta anche alla Regione trarne conseguenze con decisioni altrettanto coraggiose». (segue)

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