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Il tango è ancora nel congelatore

Intervista in due parti ai bassanesi Frigidaire Tango, pionieri della new-wave italiana di nuovo sulle scene dopo più di vent’anni con “L’illusione del volo”.

Pubblicato il 02 dic 2009
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“Abbiamo semplicemente riaperto i cassetti, e c’era molto materiale interessante”. Così Carlo Casale spiega il motivo principale della reunion di uno dei gruppi di punta della scena new-wave italiana dei primi anni ottanta: i Frigidaire Tango. Abbiamo incontrato Carlo e Stefano (in arte Charlie Out e Steve Hill) per farci raccontare tutto ciò che sta intorno all’album appena uscito del gruppo, “L’illusione del volo”, edito per La Tempesta.
“Dopo l’ultimo concerto nel 1986, non c’è stato nessun trauma particolare, nessun litigio” racconta Carlo, “abbiamo concluso l’esperienza semplicemente non sentendoci più, ognuno ha preso la sua strada. D’altro canto, per un gruppo è piuttosto normale che dopo 5-6 anni cominci la parabola discendente”. All’apice del successo, nel 1984, i Frigidaire girano un documentario per Rai1 diretto dal talentuoso Piergiorgio Gay e dal titolo “L’ultimo concerto”, che fotografava con sincerità disarmante l’eterna diatriba tra la volontà di fare musica e l’esigenza di un riconoscimento lavorativo nella società. In quelle riprese, questa tensione si respira con tale forza, da sembrare il preludio alla fine della band. Cominciamo da qui, e chiediamo a Carlo e Stefano se sia ancora così difficile, in Italia (e soprattutto nel Nordest), vivere da musicisti: “al fondo esiste un errore di concetto secondo cui l’artista non è una figura professionale. Non è una questione meramente populista: basti vedere i problemi enormi di finanziamenti statali al mondo della musica. Soltanto il musicista classico ha qualche speranza in questo senso”.
Il problema si sposta però, secondo Stefano, anche su come ci si approccia al fare musica, di questi tempi. Quando gli chiediamo un parere sullo stato di salute della musica nel territorio locale, Stefano non spende parole troppo leggere: “sì, ci sono realtà che stanno facendo qualcosa, ma non mi sembra niente di eccezionale. C’è quasi una visione distorta del mestiere, come se si dovesse passare per forza per l’apparire. Pensa al caso di TRL: ci vai, torni a casa felice, ma probabilmente ti sei bruciato in partenza. Come del resto succede per i talent-show e tutto ciò che gli assomiglia: è il maledetto diktat televisivo dell’apparire, apparire, apparire. E poi non ci sono più locali che fanno suonare dal vivo”. A questo riguardo, Carlo (che da anni gestisce lo Shindy Club qui a Bassano) concentra l’attenzione sull’avvento dell’elettronica: “una grossa fetta di gente, soprattutto giovani, ascolta un genere di musica che non passa nemmeno per la chitarra: non interessa più vedere il gruppo con gli strumenti, che suona dal vivo. Aggiungi il fatto che non girano molti soldi, ed è comprensibile che i locali puntino molto più facilmente sul djset: costa poco e richiama molta più gente”. Ma allora, più in generale, si può davvero dire che il rock sia morto? “Forse si” afferma caustico Steve “o comunque si sente tantissimo la mancanza di un movimento sociale che un tempo si accostava alla nascita di un genere: pensa al punk, alla stessa new-wave, al grunge… Oggi i ragazzi sembrano essere molto più passivi”.

I Frigidaire Tango.

Una realtà genuina, no-compromise, prettamente italiana come l’etichetta indipendente “La Tempesta”, in realtà, dimostra come il fermento ci sia e anche di altissima qualità: è l’ambiente migliore per un prodotto libero come quello dei Frigidaire Tango. Stefano è infatti convinto che il successo di questa etichetta derivi in gran parte dalla sincerità e trasparenza che ormai nelle major latita da un pezzo.

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