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Laura Vicenzi

Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Teatro

Una divina Misericordia

In scena in Sala-Teatro Da Ponte ieri sera, martedì 3 agosto, per Operaestate Festival, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Emma Dante

Pubblicato il 04 ago 2021
Visto 4.694 volte

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Ieri sera, martedì 3 agosto, Operaestate Festival ha portato sul palco della Sala-Teatro Da Ponte (lo spostamento all’interno per la minaccia di pioggia) Misericordia, spettacolo scritto e diretto da Emma Dante arrivato a Bassano reduce dal successo al Festival di Avignone.
La produzione firmata Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatro Biondo di Palermo con Atto Unico-Compagnia Sud Costa Occidentale affronta il tema della violenza sulle donne e nel contempo offre la visita speciale in una “fabbrica d’amore”, come la stessa autrice e regista palermitana l’ha definita.
In scena, quattro sedie nel buio, occupate da Anna, Nuzza, Arturo e Bettina (Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli e Italia Carroccio), un quadro casalingo, dove le tre donne lavorano a ferri e parlottano tra loro, con la posizione di Bettina isolata sulla quarta sedia dalla presenza di Arturo a fare le spese del consueto schema deleterio al femminile 2+1.

da Misericordia, di Emma Dante (foto di Masiar Pasquali)

Lo sferragliare ritmico, accentuato, annuncia e imprime un ritmo oltre che al lavoro a maglia all’esordio del primo quadro che dà il via all’atto unico, pregno di una musica tutta sua, con una densità palpabile anche nei momenti di silenzio. Il dialetto del Sud quando alza il volume va a richiamare con forza una danza delle parole; una danza anche i movimenti frenetici di Arturo, che riempie di sé e della sua gioia di vivere l’aria della misera casa e del palco.
Arturo non parla e non solo, è rimasto leso, nato settimino, a causa delle botte ricevute dalla madre da un Geppetto nero quando era incinta di lui. Il piccolo Pinocchio impegna molto le tre “madri” adottive con la sua iperattività, le chiama a un governo da triumvirato che diventa presto rito diverso e uguale per tutte, con squilli di interpretazioni a braccio alla ricerca dell’efficacia che funzionano meglio di tanta scuola pedagogica o scientifica moderna di cui di sicuro le tre donne non sospettano l’esistenza; la loro ricetta è semplice e antica: un amore doloroso, misericordioso.
Le consuetudini impresse dal figlio fragile di Lucia colmano ore vuote, non più riempite dagli incontri con uomini che provvedevano al mantenimento della piccola comunità autogestita in cambio dei soliti favori. Molto bello il quadro in cui in un déjà vu le tre donne tolti i grembiuli dimessi, indossati biancheria provocante, tacchi e reggicalze tornano “femmine” avvezze a scaldare l’ambiente con balli e movenze sguaiate, provocanti. Arturo le imita sempre, anche in questi frangenti, facendo rivivere la presenza della quarta amica, la madre Lucia. La miseria e la “monnezza” a un certo punto nel vorticare dei movimenti vengono buttate in aria, e dal sacco nero escono rifiuti colorati di plastica che sembrano giocattoli: la joie de vivre che appartiene all’Arturo che vive nella sua isola contagia le tre amiche, la realtà più nera può assumere nuove vesti e colori, grazie a un gioco che diventa delle parti e alla fantasia.
Ormai cresciuto, Arturo ripete ancora come lallati alcuni suoni e imita a versi gli strumenti della banda del paese, quando ne sente forte il richiamo-pifferaio che vorrebbe seguire — fino a fine spettacolo quando a sorpresa, a tutte le tre donne che l’hanno accudito unite, rivolge forte e chiara la parola magica: “mamma”. “Mamma” è chi ti ama e ti cresce, e che ti lascia andare quando serve, come fanno Anna, Nuzza e Bettina quando vedono la possibilità di affidare Arturo a una comunità che potrà accudirlo e che ha mezzi migliori per provvedere a lui: questo afferma la nuova favola di Emma Dante. La celebre musica de “Le avventure di Pinocchio” di Comencini suggella una fine che è un inizio, che sancisce la nascita si spera più felice di due altrove.
Bravissimi i quattro interpreti a fare la spola senza respiro, nell’ora di durata della rappresentazione, tra comicità e tragedia, in un susseguirsi di luci e ombre dettate da una narrazione affidata sì alle parole, ma molto di più al movimento e all’azione. Intenso e commovente Simone Zambelli, danzatore-attore, nella parte di Arturo.
Nello spettacolo, tanti elementi che fanno cifra del teatro di Emma Dante, che ne hanno decretato il riconoscimento a livello italiano e internazionale: lo sguardo sempre rivolto al Sud come luogo esemplare per raccontare l’assurdo della condizione umana; la fisicità e la ferocia dei corpi che riempiono la scena; l’uso musicale del dialetto e della lingua; l’amore per la favola e la poesia dei gesti — e per il suono del carillon.
Caldi applausi, dal pubblico di Operaestate.


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