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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 2 - n.8
Una recensione di Anonimo veneziano, celebre e intramontabile romanzo di Giuseppe Berto
Pubblicato il 30 mag 2021
Visto 5.046 volte
Una lettura che arriva dai giorni più "chiusi" della pandemia. Ora Venezia è tornata a brulicare di turisti (anche troppo, chi ha vissuto per qualche tempo una Venezia a dimensione umana lo sa e non lo può dimenticare): Anonimo veneziano, di Giuseppe Berto (Neri Pozza, 2018, 109 pagine).
Il libro inizialmente nacque come sceneggiatura per un film diretto da Enrico Maria Salerno che uscì nelle sale nel 1970, quattro anni dopo l’inizio della collaborazione con Berto. Divenne nel 1976 un copione teatrale, prima della riscrittura definitiva in veste di romanzo breve.
Parlare di una love story farebbe soffrire anche ora Berto, che patì molto la quasi sincronia dell’uscita di questa sua opera con il famosissimo film di cui tutti ricordano la storia e la celebre battuta: "amare significa non dover mai dire mi dispiace", ma due storie affini nella trama solo in apparenza.
Venezia, ponte di Rialto (foto Laura Vicenzi)
Che tra gli altri ci sia anche Thomas Mann, con il suo Morte a Venezia, ad affiorare tra le pagine e i riflessi a specchio veneziani, citato dallo stesso autore, non aiuta ad apprezzare la singolarità del romanzo. Qui c’è però oltre allo sguardo acceso su una relazione amorosa il “il tutto in un giorno” da presa diretta a farla da padrone, con il tempo che gioca a nascondino, i minuti precisi scanditi dagli orari dei treni di lei che perdono via via nitidezza e dai rintocchi delle campane, affogati tra le calli nei ricordi e resi pulviscolo dall’incombenza senza più tempo del futuro di lui.
La musica ha un ruolo fondamentale dichiarato già dal titolo, l’Anonimo veneziano rimanda a una composizione per oboe e archi settecentesca attribuita ad Alessandro Marcello che il protagonista, un musicista e direttore d’orchestra ambizioso e sconclusionato, eseguirà come addio finale alla sua amata e alla vita, come un eterno “Gloria” metà preghiera e metà lascito a questa Terra e a chi vi rimane, “in memoria di me”.
Rileggere le ultime pagine ora evoca tra gli altri la scena finale di Philadelphia, il film con Tom Hanks, ma sono sovrapposizioni improprie, è altrettanto chiaro che se l’ambientazione del romanzo è una città internazionale, la storia è del tutto italiana, l’impossibilità di divorziare dell’epoca a mimare l’impossibilità di comunicare veramente tra un uomo e una donna che hanno una relazione.
Il lavorio silenzioso che ha operato Berto, di lima e d’accetta tra le parole, si avverte liquefatto, perduto nello sciabordio da gondola che accompagna i due protagonisti tra calli e campielli. La via che percorrono è ben tracciata, con riferimenti che si riconoscono e che vengono richiamati agli occhi quasi con urgenza — volendo se ne potrebbero ripercorrere i passi, in uno di quegli omaggi che vanno tanto di moda, e rigorosamente in solitudine (che non leggano i tour operator, per carità) magari in una giornata novembrina nebbiosa, una di quelle che appesantiscono i capelli.
Venezia sfoggia la sua anima più decadente, funerea, al passaggio dell’uomo e della donna di cui presto si scorderà il nome, come se non fosse importante, diventati subito anonimi anche loro man mano che affiorano i fantasmi del tutto comuni della loro storia di un marito e una moglie.
A dare importanza ai due è lo scenario, quasi impermeabile al variare di emozioni e sentimenti, che tiene un accordo di base lugubre, funereo, prima ancora che sia annunciata la ragione per cui l’uomo ha invitato la sua ex a raggiungerlo per l’ultima volta nella città irreale e bellissima che fu la loro città dell’amore.
Un tentativo, quello di Berto, di messa a fuoco della dissolvenza.
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