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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 1 - n.22
Una recensione dell'autobiografia di Oliver Stone: Cercando la luce
Pubblicato il 04 ott 2020
Visto 1.754 volte
Cercando la luce (La Nave di Teseo, 2020, traduzione di Carlo Prosperi, 525 pagine, 22 euro) è il libro in cui Oliver Stone racconta la sua vita e la sua arte. Presentata anche a Bassano a inizio settembre ancora fresca di stampa dal suo stesso autore, salito su un carrozzone mediatico di quelli con le lucette tristi a cui un newyorkese non fa molto caso per costituzione, questa autobiografia si legge tutta d’un fiato — meglio due — e crea subito affezione, perché ci racconta da dentro un mondo affascinante paradossalmente vicino e reale e insieme un mestiere di sicuro molto lontano da come ce lo si raffigura.
Con un salto nel tempo di cinquant’anni, in copertina Stone guarda negli occhi stravolto l’obiettivo e i suoi lettori dal Vietnam nel 1967; nella fotografia sul retro sorride su un set, tra cavi e microfoni e riflettori: le pagine nel mezzo raccontano una lotta senza esclusione di colpi per riuscire ad affermare il sogno di cui tutti conosciamo i frutti. Padre scrittore e madre regista, non veramente ma nei fatti, così sintetizza la sua famiglia d’origine un figlio del divorzio come Stone salendo sul trono dinastico da degno erede. La realizzazione nei dettagli di Platoon, ardentemente desiderata per vent’anni, film che gli darà la gloria dell’Oscar, arriva dopo pagina 400: pare chiaro che la sua, all’interno dell’ambiente artistico statunitense e poi internazionale, in tutta la complessità testimoniata anche qui, sia stata una lunga e logorante guerra da trincea, più che una battaglia all’arma bianca. Dalla vittoria dell’Oscar per la sceneggiatura nel 1979, con Fuga di mezzanotte, all’Oscar per la regia di Platoon e poi di Nato il 4 luglio trascorre una decina d’anni, altri dieci ne erano passati dalla guerra del Vietnam in cui il giovane Oliver si era buttato come “volontario dell’arruolamento” per una delusione da scrittore, dopo avere visto rifiutato dagli editori a cui si era rivolto il suo primo romanzo. In quei luoghi salgariani era già stato nel 1965, in un viaggio solitario guidato dai libri e dalle letture durante il quale aveva sperimentato il furore del mare e scritto A Child’s Night Dream, duecento pagine di racconto autobiografico, il suo “grido nella notte”. L’amore per la scrittura, per il raccontare storie col desiderio di vederle rappresentate vive al cinema, comprovati dall’assiduità della produzione diaristica che ha consentito la stesura del memoriale, emergono nitide nel capitolo che precede gli “Strani giorni” della follia allucinatoria vissuta in Vietnam, raccontata in realtà in poche parole, ma rimasta per anni a frullare nella mente a tutto volume, con la colonna sonora dei Doors, per poi essere restituita a fiume a tutti, pubblicamente, nel suo film più famoso.
Stone nel libro parla con generosità di sé, della sua vita, di cinema e di scrittura, tutto mai disgiunto, e racconta in parallelo soprattutto la disciplina dello stare a galla, l’arte di arrangiarsi che ha dovuto affinare senza esclusione di colpi, la fiducia tenace nel proprio talento e insieme i momenti di scoramento di fronte ai fallimenti, alle porte sbattute in faccia e a difficoltà enormi che profumano di finanza-investimenti, di compromessi poco edificanti e di un barcamenarsi continuo in un mondo di fondali da film western.
Oliver Stone a Bassano (foto Jacopo Tich)
Stone svela retroscena che soffiano mille miglia lontana l’aura che circonda capolavori artistici come quelli che ci ha messo sotto gli occhi: di questi e del loro mondo, ci fa toccare con mano la consistenza non di polvere di stelle ma di prodotto industriale. La lunga strada che conduce alla realizzazione di film come quelli di cui Stone è stato l’artefice è narrata nei dettagli anche più crudi, senza troppe fascinazioni: a tratti fa intravedere una sorta di zoo parente di quello anni ’80 di casa a Berlino, un non-luogo dove vivono o vivacchiano attori-cani, produttori con la pinna di squali d’altura, intermediari che girano a rovistare da iene strafatte e intorno in brusio mille sanguisughe.
Ma sopra a questo fondo paludoso, fioriscono attori splendidi, quella sorta di indemoniati che riescono a entrare nella parte e a lasciare la loro pelle in uno schiocco di dita, e poi compagni di avventura eroici, capaci di grandi fatiche e di dedizione, per trovare insieme al loro regista la luce perfetta, l’unica in grado di dare vera vita alle storie che albergano sulla carta, o nei pensieri.
L’amore di Stone per film come La mano, o Salvador, è palpabile, come lo è la gratitudine per le donne che hanno vissuto con lui questa avventura e per gli amici-commilitoni. Nessuno sconto a chi secondo lui non lo merita, in primo luogo a se stesso: debolezze e fragilità sono dichiarate senza vergogna e senza richieste di perdono.
Scorrendo le pagine, si guarda tanta America dai finestrini: fatti di costume che hanno contraddistinto il ‘900, eventi politici importanti, lotte intestine sempre mordaci, ma soprattutto tanto di quel mondo immaginario, con i suoi protagonisti notificati, nome e cognome, che visto da Europei è paradossalmente vero e reale tanto quanto il resto che storicamente conosciamo.
Quel titolo, Cercando la luce, alle nostre orecchie genera delle assonanze che non devono essere quelle originarie, il detto è tecnico e la gloria a cui in fondo afferisce è una conseguenza non di ascese paradisiache ma di una ricerca di perfezione che parla solo di duro e spesso sporco lavoro. Il titolo originale, nel sottotitolo recita Chasing the Light: Writing, Directing, and Surviving Platoon, Midnight Express, Scarface, Salvador, and the Movie Game, dove “Movie Game” è l’inquadratura che comprende tutte le altre, la più interessante.
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