Pubblicato il 19-07-2020 17:46
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Lettere al mondo a firma: Parente-Benvegnù

Ieri sera, sabato 18 luglio, nel parco di Villa Angaran San Giuseppe, Uglydogs ha portato in città il primo concerto finalmente dal vivo dopo il lockdown

Lettere al mondo a firma: Parente-Benvegnù

Parente e Benvegnù in concerto per Uglydogs (foto di Veronica Bassani)

Ieri sera, sabato 18 luglio, tra le fronde, nel bellissimo parco di Villa Angaran San Giuseppe, Uglydogs ha portato in città il primo concerto dal vivo, dopo le restrizioni per la tutela della salute pubblica, grazie alla collaborazione in rete con le associazioni che gestiscono la villa e TodoModo. Ospiti sul palco Paolo Benvegnù e Marco Parente, introdotti da Francesco Nicolli, attesi già all’Ovrettspace di Mussolente la scorsa primavera e finalmente arrivati ad esibirsi, anche loro per la prima volta dopo questo “lockenaccio” — viene battezzato così, alla toscana — e a portare sotto le stelle la loro serata-concerto intitolata: Lettere al mondo.
“Folto” non si può più dire, perché opportunamente distanziato con attenzione, sicuramente numeroso il pubblico che li ha accolti, tutti composti e insieme pronti ad accogliere con calore e affetto la musica e le parole dei due artisti. Perché sul palco sovrastato dalla statua della Madonna dei Gesuiti è andata in scena soprattutto un’amicizia di quelle belle davvero, non prêt-à-porter come tante collaborazioni a gettone, assieme a un sodalizio che dura da vent’anni e che si è concretizzato in diverse forme, attraversando a più riprese le loro carriere artistiche. Quelli in cartellone, due nomi importanti del panorama musicale italiano che affondano le radici nella scena indipendente degli anni Novanta.
Il concerto inizia giù dal palco, senza microfoni né amplificazione per le due chitarre Benvegnù e Parente interpretano Wake Up, canzone tratta da “Neve (Ridens)”; segue seduti in pedana, inquadrati tra le palme, La mia rivoluzione, scelta da “Trasparente”, lavoro del 2002 prodotto da Manuel Agnelli, insieme al racconto di come da piccoli si sono avvicinati alla musica: Parente da bambino e da mancino non voleva esercitarsi con le scale ma già comporre, e omaggia con ironia la sua opera prima. E le chitarre suonano, e le voci cantano insieme tra le altre Love is talking, Il posto delle fragole, Farfalla pensante, Nello spazio profondo, ad affermare l’amore di entrambi per i testi e parole che a tratti diventano poesia. I due confessano e fanno ascoltare i loro amori all’unisono per il Messico e la Mitsubishi (la jeep) e poi interpretano due canzoni che fanno parte del loro repertorio che entrambe contengono nel ritornello le parole “dormi, dormi”, dedicate da Parente ai ricordi d’infanzia e da Benvegnù al figlio, quasi a suggellare un’affinità profonda oltre che d’intenti di sentimenti. Risuonano di seguito Only for you, inserita in “Piccoli fragilissimi film”, primo album solista di Benvegnù dopo l’esperienza con gli Scisma, e poi Buone prestazioni, da “Eppur non basta”, l’album di esordio di Parente col Consorzio Produttori Indipendenti.
Ma arrivano anche i proiettili, quelli buoni che hanno concretizzato un progetto parallelo alle loro carriere che ha sancito una collaborazione piena di originalità e inventiva — e l’Uh-UUh a chiusura del pezzo omonimo si alza sotto i riflettori insieme alla mascotte e agli ululati degli Ugydogs. Con energia, da “Earth Hotel”, del 2014, Benvegnù intona il suo addio nel ritornello di Feed the destruction, perché anche la distruzione è amorevole, si rinasce dalle macerie. In Dare avere, Parente canta che “sta solo camminando coi passi dell’orizzonte” e si rivolge “alla bellezza che ha il tempo nello sguardo”.
A fine concerto, Benvegnù, in assolo, fa ascoltare Anima, avanzate, presentandola scherzando come una canzone firmata Händel (per via dell’accordo “tristissimo” in Mi bemolle maggiore) e Francesco Renga (a Salò, racconta di avere indossato un passamontagna, di avere colpito Renga con un calzino pieno di sabbia e di avergli rubato… il testo di questa canzone). Marco Parente intona Il diavolaccio, dove è contenuto il brano “…e invece stanco sono io di scrivere lettere al mondo”. Il concerto si conclude come si è aperto, con i suoi protagonisti sotto il palco, senza amplificazione ma sempre in dialogo, a riaffermare la poetica delle parole e a ricordare cos’era l’arte per Duchamp. Nessuna stanchezza, forse solo qualche tono di disillusione che è giusto ci sia a cinquant’anni, ma le lettere al mondo cantate da questi due artisti colti, capaci, insieme al loro messaggio sull’amicizia e al gusto sempre vivo del gioco creativo che testimoniano, sono missive con un contenuto ad alto voltaggio.
Caldi applausi, dal pubblico di Uglydogs.

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