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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 1 - n.1
Una recensione del primo volume del Giornale notturno di Jan Fabre, il diario dell'artista che vive ai confini della notte
Pubblicato il 07 mar 2020
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Nel primo volume del Giornale notturno dell’artista belga Jan Fabre (Editore Cronopio nella collana “Tessere”, 2013, traduzione di Franco Paris, pp. 224) scritto tra il 1978 e il 1984, è scolpito a tocchi che sanno di mezzanotte l’autoritratto di un ventenne pieno di genio, insonne e in rivolta, che ha deciso di amare la bellezza e di diventare un grande artista. Nelle sue annotazioni c’è la cronaca di una battaglia, quella lacerante con la furia della creazione che lo invade. È un bollettino di guerra che si traduce in un corpo a corpo con se stesso e con gli altri che non ha limiti né fine, che non conosce requie soprattutto la notte.
“Anversa”: iniziano così, con questo refrain che insiste e finisce per essere ipnotizzante, tanti resoconti ridotti all’osso, molti di questi ancora sanguinanti, popolati dai demoni che tengono sveglio il giovane Fabre. Jan guarda al mondo come farebbe un essere originario, con una forza ferina che non sa né vuole domare. Oltre ad Anversa, città del tutto fiamminga di Rubens attraversata come da una ferita dalla sua Schelda color marrone-indocina — il fiume nel 1988 sarà complice di una bellissima performance che ha per protagonista un gufo di vetro blu — ci sono poi Parigi, New York, Amsterdam, Napoli e Venezia, che sembrano tappe segnate sulle mappe da un generale stratega in cerca di compagni di lotta per l’espressione.
Nessun compromesso, in mille eccessi narrati senza ritegno una meccanica della disciplina che affascina e nello stesso tempo intimorisce perché se ne avverte la forza, un supplizio della ruota imposto innanzitutto a se stesso, a corpo e mente, per arrivare all’essenza della bellezza. La furia del giovane Jan si concretizza nelle azioni ma anche nel disegno: ore, ore e giorni trascorsi a disegnare, a imprimere sui fogli bianchi i suoi fantasmi, che cresceranno via via fino a incarnarsi nel mito del teatro totale.
Pietas, opera di Jan Fabre
Una vita del tutto a modo suo, quella di Jan Fabre, come si scopre avvicinandosi alla sua opera di respiro mondiale, generatrice di tensione e di controversie, la cui gemmazione è raccontata qui in viva voce, immortalata in flash che fermano e ingannano lo scorrere del tempo e didascalie taglienti come lame.
Roma lo scorso febbraio ha ospitato una sua mostra intitolata “The rhythm of the brain” che ha visto esposte oltre trenta opere tra sculture, disegni e film-performance, molte delle quali mai viste in Italia e alcune realizzate appositamente per l’occasione. A Padova, il Teatro Verdi ha ospitato lo scorso gennaio il bellissimo spettacolo intitolato appunto The Night Writer, sul palco a interpretare Fabre Lino Musella, vincitore del premio Ubu 2019 (qui una recensione bit.ly/2PUgF90).
Questo “cavaliere della disperazione” dall’immaginazione alluvionale, il “leone di mezzanotte che caccia se stesso” perdutamente innamorato della bellezza, nel suo primo diario scrive: «Il ruolo del regista ha dei lati dubbi. Deve giocare a fare Dio a dispetto di tutti. Deve suggerire che conosce il terreno ignoto». Più che giocare a fare Dio, Fabre sembra giocare a fare il primo uomo, colui che con arroganza e voluttà-bambina può ricreare ciò che ha intorno plasmandolo secondo i suoi desideri e il suo gusto. «Perché le scienze (mediche) e le arti non dovrebbero tornare a collaborare come in passato?» e continua «fiori, nient’altro che fiori. Per quel team di quindici chirurghi che oggi ha realizzato un doppio trapianto di cuore e polmoni di un donatore», scrive Jan il 9 settembre 1983, e in più momenti ribadisce la sua vocazione di entomologo nel guardare alla realtà e al sogno.
Un libro che spiazza, in cui l’immersione totale è interdetta e va bene così, ma dove è possibile contemplare, a tratti dietro qualche paratia tirata su in fretta alla bell’e meglio, il funzionamento tempestoso di una mente creatrice.
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