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Sempre assiepati sul bordo, in bilico su Il bordo vertiginoso delle cose. Un libro di Gianrico Carofiglio. La recensione di Alessandra Caron

Pubblicato il 23-07-2017
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Uno dei libri non seriali di Gianrico Carofiglio, ambientato a Bari, ricchissimo di citazioni di autori del passato, alla guida la memoria che opera sempre dei carotaggi, delle biopsie mai efficaci per comprendere del tutto lo stato delle cose. La recensione di Alessandra Caron, dell’associazione culturale “La Fucina letteraria”, che ringraziamo.

Enrico Vallesi: ex bibliotecario; autore di un unico best-seller; frustrato dal suo blocco creativo; disilluso dall’abbandono della fidanzata; consulente editoriale e ghostwriter; adulto introspettivo, come lo era stato da adolescente, spesso si avvale di agganci letterari e filosofici. È il protagonista del romanzo Il bordo vertiginoso delle cose, di Gianrico Carofiglio (2013 Rizzoli; pp. 315; 18,50 euro).

Enrico all’improvviso si trova catapultato a Bari, sua città natale, in seguito alla lettura di un articolo di cronaca nera.
La trama dei fatti e delle psicologie fluisce in un alternarsi di tu/io. Nei capitoli intitolati con i numeri, da “Uno” a “Quindici”, c’è l’uso della seconda persona singolare ed è raccontato il presente: il viaggio in treno; l’arrivo a Bari dopo tanti anni di lontananza; il dialogo con un pescatore saggio/professore di Italiano in pensione; il confronto con il fratello Angelo/medico con famiglia; l’incontro con Stefania/compagna di classe affezionata e irriconoscibile… situazioni che aiutano il protagonista a chiarire pensieri e ricordi.
Nei capitoli intitolati “Enrico”, la narrazione è in prima persona singolare e lo sguardo è rivolto al passato, al primo anno di liceo vissuto con intensità: le emozioni legate alla scrittura; l’infatuazione viscerale e persistente per Celeste Belforte, giovane e competente professoressa di Filosofia; i sogni e le delusioni; le occupazioni studentesche della scuola; la frequentazione di Salvatore Scarrone, bocciato due volte e leader carismatico che a poco a poco svela la sua propensione per comportamenti violenti, antisociali. Quel Salvatore Scarrone: il rapinatore ucciso nel conflitto a fuoco nel centro di Bari, come riferito nell’articolo letto da Enrico − per caso − durante una delle sue solite colazioni, nel solito bar di Firenze.
Enrico, all’inizio, non sa la ragione precisa del suo viaggio di ritorno e anche il lettore la scopre in prosieguo di riflessioni. Si intuisce che alla base vi è un’indefinita e impellente esigenza di rielaborare il passato. Grazie al favore non disinteressato di un vicequestore, un certo dottor Peppino Ciliberti, Enrico entra in possesso di alcuni documenti che ripercorrono il curriculum di reati di Salvatore. Dalla lettura di questi vecchi atti giudiziari, Enrico scopre un dettaglio capace di provocare uno scoppio immediato di consapevolezza e di pianto per una vita − la sua − «passata accanto», «sempre scansata», perlopiù raccontata. Scatta anche il dubbio di essere partito per «inseguire una suggestione letteraria da quattro soldi». Poi, la rivelazione − a se stesso − che «A noi preme soltanto il bordo vertiginoso delle cose». L’espressione è presa in prestito da un verso di Robert Browning. Cosa significa? Difficile dare una risposta, soprattutto alla luce di una precisazione contenuta nel romanzo: «Chiedete a un poeta di spiegare cosa voleva dire con un verso o anche solo una singola parola e avrete ammazzato la poesia».
Al contempo, è legittimo ipotizzare cosa possa succedere sopra un bordo esistenziale: è possibile guardare avanti o indietro; è possibile stare fermi o procedere, con equilibrio stabile o precario; è possibile saltare o precipitare di qua o di là, ecc. Con tutta probabilità, non ci sono certezze. Però può presentarsi, inaspettata, una «nuova possibilità» e … «Chissà cosa succede poi» …

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