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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
A tu per tu con Davide Enia
Davide-Davidù Enia, da uomo di teatro, ha narrato sul palco di Palazzo Bonaguro genesi e storia del suo romanzo, Così in terra
Pubblicato il 22 giu 2013
Visto 4.017 volte
In Così in terra, la storia di tanti personaggi e di una famiglia – e di pugni e finte –, fanno da tramite al racconto della storia di un tempo (cinquant’anni, dal ’42 al ’92) e di un luogo particolare (Palermo, la Sicilia). Enia ha impresso alla narrazione una parabola da gol a pallonetto, prendendo a prestito un’altra passione sportiva dichiarata in un suo spettacolo.
Ieri sera, sul palco di Palazzo Bonaguro, è salito con lui un grande amore: la boxe. Davide-Davidù Enia, da uomo di teatro, ha narrato genesi e storia del romanzo interpretando anche a turno alcuni dei protagonisti, a lui molto... famigliari.
Davide Enia
Quanto ha influito la tua esperienza di autore teatrale nella stesura del racconto? La scelta di utilizzare tanto dialetto (se possiamo chiamarlo così), è un espediente anche teatrale?
Scrivere un romanzo è altro dallo scrivere per il teatro. Sono due linguaggi differenti, le parole si posano, ed esistono, secondo logiche diverse. L’architettura stessa della frase ha modalità di composizione assolutamente distanti. Certo, dal teatro mi porta dietro velocità nella scrittura dei dialoghi, nell’uso del discorso diretto. Il dialetto entra nel romanzo non come espediente teatrale, ma come metro di verità: i miei personaggi non possono che parlare in dialetto, in una Italia in cui l’italiano ancora non era stato inventato dalla televisione.
C’è molta carne – anche lacrime e sangue – nel romanzo, e ci sono atti eroici, un grande amore, storie di fratellanze: cosa c’è di davvero epico nel quotidiano di questi personaggi e del loro coro?
Epico non è il fiore, o il frutto, di un albero. Epiche sono le radici che affondano nella terra fino a sprofondare laddove noi possiamo soltanto immaginare. L’epica appartiene in maniera diffusa alle persone: ha a che fare con la pancia, con le viscere, con le vampate di calore lungo la schiena. Il corpo è epico, perché epico è il primo bacio dato, il primo bacio ricevuto e pure il primo bacio negato.
La linea di discendenza che segue la narrazione è maschile: qual è stato il personaggio femminile più interessante da costruire?
È stato indubbiamente Eliana Dumas, (la Buttana Imperiale, la titola Davidù, n.d.r) personaggio che porta avanti la drammaturgia, assieme a Gerruso, molto al di là delle mie intenzioni. Si è subito imposta come antagonista di Davidù, e ha preteso sempre più spazio, nella fierezza di un comportamento assolutamente libero da logiche paternaliste.
Il tuo libro è stato finalista l’anno scorso anche al Premio Strega. Cosa aggiunge di più a un libro un riconoscimento come questo oggi – e l’accento è sull’oggi – se di un buon/bel libro si tratta? Qualcos’altro se non una fascetta e un’impennata nel grafico delle vendite? Chi ha assistito, anche solo in streaming, alla presentazione dei dodici finalisti di quest’anno (undici presenti, Aldo Busi ha saggiamente declinato l’invito), non può che storcere la bocca: pareva di assistere a una televendita.
L’unica aggiunta è quella delle vendite, e non è poco, non scherziamo. Infatti i Premi sono tutti giocati non in giuria, come dovrebbe essere, ma a monte, in un gioco di potere – abbastanza disonesto – fatto dalle case editrici. C’è abbastanza Italia, in questo.
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