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Il Canovaccio
Presentato a Roma e a Napoli L’Epistolario di Antonio Canova (1779-1794) made in Bassano dal Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova. Ne emerge un sorprendente ritratto del Canova “quotidiano”
Pubblicato il 16 giu 2023
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741 pagine. Più 79 pagine fra prologo, introduzione e tavola delle abbreviazioni e altre 26 pagine dedicate alle illustrazioni.
Prendendo il pallottoliere, fanno in tutto 846 pagine.
Non si tratta propriamente di un libro tascabile.
Foto Alessandro Tich
È il prezioso e ponderoso tomo Antonio Canova, Epistolario (1779-1794), curato da Giuseppe Pavanello, edito dal Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova, di Bassano del Grappa, e dedicato alle centinaia di lettere scritte e ricevute in quindici anni nella corrispondenza intrattenuta con amici, conoscenti, protettori, estimatori e committenti dal giovane Canova. Tanto per intenderci, nel 1779 il futuro maestro della scultura neoclassica aveva 22 anni.
Si può ben dire che è il consistente risultato di una impegnativa raccolta catalogata della documentazione scritta che rappresenta il Canovaccio di un genio in formazione, colto nella quotidianità delle sue faccende umane e delle sue “public relations” dell’epoca.
In questi giorni l’Epistolario canoviano made in Bassano del Grappa è al centro dell’interesse della comunità scientifica, grazie a due appuntamenti di presentazione del volume ospitati in altrettanti prestigiosi luoghi della cultura italiana.
Ieri, giovedì 15 giugno, l’evento di presentazione ha avuto luogo all’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, introdotto dall’Accademico Cultore di San Luca (gli studiosi di particolare fama associati all'autorevole istituto capitolino si chiamano così) Carolina Brook.
Sono intervenuti il noto storico dell’arte Claudio Strinati, il presidente del Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova Gianni Venturi e il curatore del volume Giuseppe Pavanello. Quest’ultimo un nome ben noto alle nostre cronache essendo stato il co-curatore - assieme a Mario Guderzo, con cui condivide anche l’appartenenza al Comitato per l’Edizione Nazionale - della recente grande mostra “Io, Canova. Genio Europeo” al Museo Civico di Bassano del Grappa.
Oggi invece i riflettori sull’Epistolario si accendono al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, in un incontro patrocinato dal Ministero della Cultura, con gli interventi introduttivi del direttore generale del Museo Sylvain Bellenger e del presidente del Comitato Venturi, prima di un dialogo con l’autore condotto da Rosanna Cioffi, professoressa emerita di Storia della critica d’arte all’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.
Per la serie: e scusate se è poco.
La cosa incredibile, di questo intenso e costante carteggio di Canova col resto del mondo, è che non si tratta di tutta la corrispondenza del quindicennio considerato.
Le lettere scritte e ricevute sono numerose fin da subito, ma tantissime sono andate perdute. La sua “mailing list” era assai ragguardevole e l’artista scriveva preferibilmente di sera, nella sua camera, prima di dormire.
Scultore indefesso e scrittore di missive indefesso.
Intanto do fine perché sono stanco all’estremo dal tropo lavorare, e devo ancora scrivere molto, concludeva in una lettera dell’aprile 1794 al conte bassanese Tiberio Roberti.
Quella di Canova è una scrittura di getto, sincera, immediata.
In alcune lettere non sembra nemmeno che l’autore sia un “novello Fidia” in via di sviluppo, ma un ruspante ed ambizioso “Toni da Possagno” che si esprime con stile coloritamente spontaneo.
Come nella missiva al suo amico e committente scozzese colonnello John Campbell, che gli scriveva in ottimo italiano e a cui il 12 giugno 1787 l’artista rispondeva in dialetto:
Ella intanto la se recorda che mi ghe son ligà in un modo che gnanca el diavolo co i corni el me poderave destacar. Senza tante buzare mi l’abbrazzo la bazo e la strangolo.
La copiosa parte introduttiva di Antonio Canova, Epistolario (1779-1794) ha il pregio di catalogare e suddividere per argomenti le principali tematiche affrontate dall’altrettanto copioso carteggio dello scultore.
Si va dallo studio dell’antico ai rapporti con l’influente famiglia veneziana dei Falier, dal rifiuto di ambire ad un’ascesa sociale al Canova che procura oggetti d’arte, dai bozzetti/modelletti che non disdegnava anche di distruggere al culto precoce del genio canoviano, dai prezzi delle opere alla produzione e al commercio dei gessi.
E ancora dai committenti/clienti al metodo di lavoro, dal rapporto di Canova con le donne (aspetto, questo, a dir poco misconosciuto) all’amicizia con giovani artisti e dall’attenzione rigorosa al marmo di Carrara fino al “Canova che procura prodotti tipici”, come quella volta che dal suo studio di Roma fece spedire “all’eccellentissimo Falier” una cassa di broccoli e di cavoli. Prodotti tipici, a quanto pare, molto richiesti.
Così scriveva il sommo autore delle “Tre Grazie” il 3 aprile 1790 a Giuseppe Ignazio Fietta:
Se io soltanto volessi spedire a tutti quelli che me ne fano ricerca doverei fare quasi il negoziante de’ broccoli e de’ cavoli.
Sono tutti tasselli di un sorprendente mosaico che, ricomposto, restituisce un’immagine autentica dell’uomo Canova, colto nella sua effettiva vita quotidiana, prima ancora che dell’artista.
E pur non essendo uno psicologo della scrittura, posso dire che più si va avanti con la lettura dei brani scritti dal più grande artista europeo della sua epoca e più la sua figura emerge come quella di una persona assolutamente genuina.
In questa sede è impossibile fare un riassunto anche il più sintetico possibile delle citazioni più significative tratte dalle lettere del “giovane adulto” Canova: ci impiegherei almeno una settimana e ne verrebbe fuori un altro tomo in miniatura.
Mi limiterò a tre passaggi che mi hanno colpito al volo nella veloce lettura che ho compiuto del meraviglioso librone edito dal Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova.
Il primo è un significativo embrione di un tratto distintivo della vita dello scultore, soprattutto quando l’Antonio da Possagno raggiunse la gloria internazionale: quello di essere vicino ai potenti del suo tempo che gli commissionavano le opere (imperatori come Napoleone Bonaparte, principi, regnanti eccetera) ma di non essere mai piegato al potere.
Ricevuto l’invito a trasferirsi a Pietroburgo presso Caterina II per diventare un vero e proprio scultore di corte, così scrisse il grande artista il 22 novembre 1794 al suo amico ed estimatore bassanese conte Tiberio Roberti:
Io sono tropo amante della quiete, e della libertà, ed amo molto di più essere lodevole che di andare a figurare in mezzo all’adulazione.
In un’altra lettera al conte Tiberio Roberti del 27 ottobre 1792, in cui lo scultore e imprenditore di sé stesso scrive del prezzo di alcune sue opere, Canova punzecchia un certo andazzo della città di Bassano:
Jo mi aspetavo, che ella avrebbe avuto degli invidiosi per il quadro di Bassano, perché so cosa sono le picciole città ciové ripiene di invidiosi, e di piccolezze.
Per ultima, riporto la formula conclusiva di molte lettere di Antonio Canova ai suoi protettori, mecenati e influenti committenti, trasudante di strategica deferenza nei confronti del pezzo da novanta di turno come le gerarchie sociali di quei tempi imponevano.
Come nella missiva inviata il 14 aprile 1781 a Giuseppe Falier, membro della potente famiglia patrizia veneziana e figlio dello “scopritore” del genio di Possagno senatore Giovanni Falier:
Termino perciò con darmi l’onore di potermi chiamare di Vostra Eccellenza umilissimo, divotissimo, obbligatissimo servidore.
Antonio Canova.
Anche il mio articolo termina qui.
Firmato: il vostro umile cronista.
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