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“Le persone che parlano una stessa lingua e che leggono gli stessi giornali oggi si chiamano “nazioni” e pretendono di avere la stessa origine, ma questa cosa anche di fronte alle peggiori falsificazioni non è mai stata vera.”
A scrivere queste parole è stato il grande scrittore jugoslavo di nazionalità croata Miroslav Krleža (Zagabria, 1893-1981). Una voce intellettuale libera nella Jugoslavia di Tito: sarà stato per questo che, diversamente dal collega bosniaco Ivo Andrić, pur essendo entrato più volte nella lista dei candidati non ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.
Uno dei suoi capolavori letterari è il romanzo Zastave (“Bandiere”), scritto negli anni ‘60 ma pubblicato integralmente il decennio dopo.
Foto Alessandro Tich
È un imponente affresco storico che racconta i primi anni dello stato jugoslavo e il suo difficile e contrastato rapporto con l’Europa. Una vera e propria “missione”, la sua, contro gli idealismi nei confronti dei Balcani che, come affermato dallo stesso Krleža in un suo noto discorso al Congresso degli Scrittori tenutosi a Lubiana nel 1952, “distorcono la realtà e mistificano i fatti, contribuendo così alla persistenza di pregiudizi e false verità e alla mancanza di una concezione oggettiva della storia.”
Perché ne parlo? Perché nel mondo in queste settimane abbiamo vissuto e stiamo vivendo ancora un periodo di “Bandiere”. Di tutti i colori, come è giusto che sia. Simboli di stoffa che dividono il genere umano in categorie in competizione. Solo per sport, fortunatamente.
È cosa buona e giusta sfogare le rispettive aspirazioni nazionali, per i Paesi che diversamente da noi si sono qualificati al Campionato del Mondo di calcio, su un pallone che rotola sull’erba nel deserto di qualche stadio del Qatar.
Quella di Krleža erano Bandiere di un periodo storico che aveva già piantato i semi della futura guerra nei Balcani di fine ‘900. Queste sono invece le Bandiere di un evento planetario che ogni quattro anni risveglia lo spirito, in realtà mai sopito e da tenere sempre a bada al di fuori dello sport, dei sentimenti nazionali.
Le “Bandiere” e i “Confini” sono i fondamenti della geografia storica e sono due cose che mi hanno sempre affascinato.
In gran parte della sola nostra Europa le prime continuano a sventolare, mentre i secondi con l’Unione Europea e con l’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle persone e delle merci sono progressivamente scomparsi. Stanno per cadere anche gli ultimi baluardi: dal prossimo 1 gennaio la Croazia abbandonerà le vecchie “kune” per assumere l’euro come valuta nazionale ed entrerà, contemporaneamente, anche nell’area Schengen: spariranno così (notizia per gli italiani che vanno al mare da quelle parti) i valichi di frontiera tra Slovenia e Croazia, come pure tra Croazia e Ungheria. I contrasti e le divisioni fisiche tra l’area mitteleuropea del mondo slavo e il resto dell’Europa, raccontati dai sontuosi romanzi di Krleža, sono ormai ricordi lontani.
Ma guai a toccare le bandiere: è con quelle che purtroppo si combattono anche le guerre, quelle vere. Perché le bandiere rappresentano la nostra identità, che nessun accordo internazionale può gettare alle ortiche.
Ed ecco che, inaspettatamente, mi sono trovato davanti agli occhi la quintessenza di questo concetto, concentrata sulla distanza di una ventina di metri lineari.
Lo scenario è quello di due abitazioni confinanti in via XX Aprile a Solagna, nei pressi della chiesa. Sulla finestra di una delle case è esposta una bandiera del Marocco, sul balcone della casa vicina troneggia invece una bandiera della Croazia.
Guarda caso, sono proprio i due Paesi che questo pomeriggio si sfidano nella finale per il terzo e quarto posto al Mondiale di Doha. A molti italiani, che non nutrono un’eccessiva simpatia (uso un eufemismo) per i francesi e che conservano ancora il triste ricordo dell’Argentina a Italia ‘90, sarebbe piaciuto vederle giocare entrambe nella finalissima, ma non è andata così. Va comunque riconosciuto che domenica la Coppa del Mondo sarà contesa da due squadre che hanno meritato di contendersela.
Comunque sia, quelle due bandiere non sono in bella vista da adesso, ma già dagli inizi del Campionato Mondiale. Sul balcone di una terza casa a sinistra compare anche una terza bandiera, quella del Senegal. E rimane esposta ancora oggi, nonostante i campioni d’Africa del nerboruto capitan Koulibaly (“uno da non incontrare in un vicolo cieco di notte”, come direbbe il sempre brillante amico e collega giornalista Vincenzo Pittureri) siano stati eliminati agli ottavi di finale dall’Inghilterra. Nell’immagine frontale pubblicata sopra la bandiera senegalese non entrava nell’inquadratura. La potete vedere nella foto in calce a questo articolo, scattata da una diversa angolatura.
Non c’è che dire: tre bandiere diverse su tre case attaccate. È la versione locale delle Nazioni Unite dalla passione per i rispettivi colori.
Ogni volta che a Solagna, dove abito, porto fuori la mia cagnolina passo nei pressi di queste tre case imbandierate, che si trovano a pochi passi da casa mia, e la cosa fin da subito ha destato la mia curiosità.
Sono tre diversi e insieme analoghi modi, motivati dall’evento sportivo ancora in corso, di esprimere il messaggio: “Ci siamo anche noi”.
I cittadini arrivati da altri Paesi potranno anche urlare di gioia ai gol della loro nazionale di calcio, ma in realtà la loro è una presenza silenziosa. Sono tutti gran lavoratori, tanto discreti quanto felicemente inseriti nella comunità locale dove vivono.
A Solagna, in particolare, c’è una consistente presenza di famiglie croate. Sono arrivate nel paese all’imbocco della Vallata negli anni ‘90, sfollate dagli orrori della guerra nella ex Jugoslavia. Le nuove generazioni sono nate qui o vi sono arrivate in tenera età, parlano italiano e in dialetto veneto come e meglio di noi. Le famiglie africane sono meno visibili, ma fanno pure parte attiva della vita locale, anche in ambito sociale. Nella casa con la bandiera marocchina, ad esempio, abita una signora che dà assistenza ad alcuni anziani del paese.
È la conferma di una società multietnica che è ormai consolidata da anni anche dalle nostre parti e nella quale, soprattutto nelle piccole realtà territoriali, che piaccia o meno (vero, consigliere Pietrosante?), si coltivano molto bene i valori della convivenza civile e del rispetto reciproco. Parliamo la stessa lingua per capirci e leggiamo gli stessi giornali ma non abbiamo le stesse origini, per citare Krleža. Eppure contribuiamo tutti, ciascuno con la sua storia e provenienza diversa, a fare la “nazione”. Ragion per cui io quelle tre bandiere, che non sono le mie, le rispetto e ne riconosco il diritto di essere esposte con comprensibile orgoglio.
Cosa volete: sono le considerazioni di un cittadino del mondo che si trova ad abitare in un paesino della Vallata di 1900 anime.
Attenzione però: io predico bene, ma razzolo male. Perché avrò anche un cognome foresto, origini di derivazione austroungarica, una moglie croata, una famiglia “mista”, una passione per le lingue straniere e una formazione e mentalità cosmopolita.
Ma io sono italiano e, calcisticamente, la mia vita è tinta di azzurro. Toglietemi tutto ma non Spagna ‘82, Berlino 2006 e Italia-Germania 4 a 3 a Mexico ‘70.
E proprio per questo, a Dio piacendo, spero ardentemente - fra quattro anni e dopo due Mondiali consecutivi in assenza - di tirare nuovamente fuori dal cassetto il nostro Tricolore.
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