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Come volevasi dimostrare. Il progetto (anzi, per l’esattezza: la proposta di progetto) del nuovo sistema di trasporto meccanico per i pedoni tra Prato Santa Caterina e viale dei Martiri sta dividendo i commenti della gente e non solo del popolo del web.
Me ne sono già occupato nel cliccatissimo articolo “L’ascensore comunale”, dove ho descritto la presentazione del progetto a cura del progettista, l’architetto bassanese Felics Zanata, alla 3° commissione consiliare “Territorio” del Comune di Bassano.
La soluzione proposta, come ormai ben sapete, è quella di un doppio ascensore inclinato, con cabine di vetro, che sopra una monorotaia percorre su e giù l’ardita pendenza tra il Prato, all’imbocco della salita pedonale Gerhard Ott, e il viale dei Martiri, nel punto di fronte al Teatro Astra. E come ogni ascensore inclinato che si rispetti, sono previste anche due “stazioni” dove prenderlo: quella in basso, nell’angolo del Prato, con una tettoia ad “elle” in acciaio corten o materiale simile e quella in alto, nel viale, completamente in vetro, senza interferenze col marciapiede della passeggiata panoramica delimitata dalla fila degli storici lecci.
Prospetto frontale del progetto dell’ascensore su monorotaia (per gentile concessione: arch: Felics Zanata - archivio Bassanonet)
Manca solo il semaforo verde definitivo della Soprintendenza prima di trasformare la proposta di progetto, depositata come progetto definitivo, nel progetto esecutivo che darà il via al bando di gara e quindi all’inizio dei lavori: ma da parte della Soprintendenza sono già arrivati “segnali” di un probabile benestare, salvo qualche eventuale prescrizione o modifica, all’ipotesi presentata.
Vale la pena inoltre ricordare che la proposta di progetto è stata concepita secondo un procedimento per esclusione che ha eliminato le altre tre possibili opzioni progettuali, considerate non praticabili: un ascensore che dal Prato si eleva in verticale per 17 metri e porta i pedoni su una passerella orizzontale sopraelevata, di 25 metri di lunghezza, che si collega al viale; un tunnel “scavato” sotto le rive da cui accedere all’ascensore che dall’interrato sale in verticale fino al viale e un accesso “in trincea” allo stesso ascensore verticale, con una ben poco paesaggistica fenditura aperta in mezzo alle rive. Comunque sia, non è facile né tantomeno scontato intervenire in un punto della città così delicato e storicamente così sensibile, che paga lo scotto di un importante pendio che ne rende poco agevole il transito a chi a piedi, per qualsiasi motivo, lamenta problemi di mobilità. E anche chi ha buone gambe e buoni polmoni, una volta terminata in ascesa la scalinata Gerhard Ott, ne comprende la natura di salita mozzafiato.
Dunque una soluzione per agevolare il “trasporto pedonale” andava trovata e, se magari non è la migliore, rispetto alle altre alternative si candida ad essere la meno peggio.
In molti, però, non sono d’accordo. In città non manca il partito dei favorevoli, anzi. Tuttavia c’è chi sostiene, ad esempio, che la vista panoramica delle rive e del Castello sarà comunque deturpata dal cubo di vetro della “stazione” del viale o chi riabilita la soluzione scartata del tunnel, meno invasiva di quella presentata. E c’è anche chi, nella sfera privata della messaggistica WhatsApp, scrivendomi del doppio ascensore inclinato lo ha definito, testualmente, “orripilante”.
Una cosa è certa: qualsiasi sia o fosse stata la soluzione progettuale proposta, non avrà mai la capacità di accontentare tutti. Viale dei Martiri è un luogo troppo prezioso e pregevole, e oserei dire sacro, per accogliere con generale consenso qualsiasi novità che lo riguardi: le discussioni sull’altro “cubo di vetro”, quello della struttura aggiuntiva sul belvedere a nord dell’ancora irrealizzato progetto di ampliamento del Caffè Italia, ne sono la riprova.
Ma allora: dobbiamo per forza cambiare i connotati a questo “pezzo di cielo caduto sulla terra”, come afferma la celebre frase attribuita a George Sand in ammirazione del panorama davanti al Caffè Italia, per quanto con un ascensore comunale fatto di vetro?
La risposta non può prescindere dal fatto che l’idea di “bypassare” le discese ardite e le risalite sulle ripide rive tra il Prato e il viale, tramite un sistema di trasporto meccanico per i pedoni, non nasce oggi. Da lungo tempo si è infatti fantasticato di una “scala mobile” in grado di fornire, una volta per sempre, una soluzione alternativa alle montagne russe pedonali e l’ipotesi ha attraversato varie amministrazioni comunali del secolo passato. Mai realizzata, perché poco gradita ai criteri di valutazione delle Soprintendenze dell’epoca e persino “bannata”, nei primi anni 2000, dal veto formale della stessa Soprintendenza per i vincoli paesaggistici che insistono nell’area.
Poi la questione si è trascinata in modalità “fiume carsico”, fino a rispuntare alla luce del sole nell’era dell’amministrazione Poletto. Erano cambiati i tempi e anche la sensibilità dei soprintendenti alle Belle Arti e al Paesaggio di turno: da qui l’inserimento, nel piano Triennale delle Opere Pubbliche della fine del 2018, della “rampa meccanica” di salita e discesa tra il Prato e il viale. Una sorta di tapis roulant in mezzo all’erba delle rive, parallelo alla scalinata Ott: un nastro mobile pedonale sul quale, a detta degli amministratori dell’epoca, la Soprintendenza aveva “dimostrato un’apertura”. Era quasi il caso di dire, insomma: les jeux sont faits.
E invece no. Dopo pochi mesi si è votato, ha vinto l’amministrazione del #Si Cambia e, da questo punto di vista, il progetto ereditato è stato veramente #cambiato.
In realtà il progetto della allora “rampa mobile” (per 300mila euro di spesa) era stato confermato nella prima ricognizione del Piano Triennale delle Opere Pubbliche adottato dalla allora neo eletta amministrazione Pavan, come pure nel Piano Triennale 2020-2022.
Solo successivamente l’idea già prevista del tapis roulant si è evoluta “in qualcos’altro” per volere dell’attuale amministrazione: il risultato è quello odierno del doppio ascensore inclinato, dai costi raddoppiati (600mila euro) rispetto all’ipotesi precedente, certamente meno impattante rispetto alle altre tre opzioni scartate ma assai più “visibile”, e quindi più invadente, rispetto al nastro mobile originario. Ma tant’è: questa è la proposta definitiva che attende l’ok supremo della Soprintendenza.
Prepariamoci dunque ad includere, tra le nostre future abitudini, quella di scendere per la riva e soprattutto salire, per evitare le faticose ascese pedonali, nelle cabine di vetro sulla monorotaia.
E allora, come recita la celeberrima canzone: “Jammo, jammo n’coppa, jammo ja. Funiculì, funiculà.” Magari in futuro potrà cantarla anche il coro, pochi metri più in là, sul palco del riaperto Teatro comunale Astra.
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