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Tutti insieme democristianamente. Le finestre sono chiuse ma tira aria di correnti nel salone nobile della Libreria di Palazzo Roberti, sede dell’affollato e GreenPassato incontro con il professore e onorevole Mario Segni, ex grande leader referendario.
Per l’occasione sono copiosamente riuniti i pezzi da 90, da 60 e da 30 della Democrazia Cristiana locale del tempo che fu, nella gloriosa era della Balena Bianca che più bianca non si può.
Tra i pezzi da 90 spicca lo stuolo di ex parlamentari presenti all’appello, neanche si dovesse votare una proposta di legge. Vale a dire, in ordine sparso: Giuseppe Saretta, Luciano Righi, Pietro Fabris, Dino Secco, Giuseppe Zuech e Giuliano Zoso, quest’ultimo arrivato appositamente da Vicenza. Si aggiunge al gruppo, dal Trevigiano, Gian Pietro Favaro. Primus inter pares: Luigi D’Agrò, promotore, orchestratore e gran cerimoniere dell’avvenimento. Compreso Segni, tra ex deputati e senatori dello scudo crociato (anche se alcuni di loro eletti in anni successivi con un altro simbolo) sono in tutto 9. Basta prenderne altri due dal folto e rappresentativo parterre degli altri già iscritti al partito per fare la squadra della D.C. United.
Mario Segni e Luigi D’Agrò all’incontro a Palazzo Roberti (foto Alessandro Tich)
Al suo ingresso Mario Segni viene applaudito dagli astanti, ma il suo abbraccio con mascherina è per Elisa Pozza Tasca, che fu eletta al parlamento con la lista del Patto Segni e alla quale viene riservato uno dei posti in prima fila. In prima fila, accanto all’arciprete abate don Andrea Guglielmi, anche il sindaco Elena Pavan, alla quale il forbito presentatore D’Agrò chiederà poi di esprimere un “saluto istituzionale”.
In sala c’è però ancora tanta politica mista, infilata tra le fessure dell’egemonia democristiana: Stefano Cimatti (ex D.C. anch’egli) con una parte della sua giunta, rappresentanti del centrosinistra bassanese e nientemeno che il segretario e capogruppo della Lega Roberto Gerin, strategicamente defilato nei posti a sedere più indietro. E non può mancare alla gran rimpatriata la prima cittadina di Rossano Veneto Morena Martini che nel suo ondeggiare di tutti questi anni tra una formazione politica e l’altra è stata in passato anche un’esponente del Patto Segni medesimo.
Si tratta davvero di un incontro internazionale: per vedere Segni c’è anche Giovanni Mestriner, giunto dalla remota Scorzè in provincia di Venezia di cui è stato per due mandati sindaco.
E se qualcuno si sciroppa la Castellana nel tardo pomeriggio per andare fino a Bassano, vuol dire che ne vale veramente la pena.
Ma perché, ordunque, siamo tutti qui riuniti? Per ascoltare, dalla voce di Mario Segni affiancato dal direttore di scena Luigi D’Agrò e intervistato dal giornalista Emanuele Borsatto, la presentazione del suo libro fresco di stampa (per Rubettino editore) intitolato “Il colpo di stato del 1964.” Sottotitolo: “La madre di tutte le fake news”.
Lo spunto del volume è il clamoroso scoop del 1967, rimasto negli annali del giornalismo italiano, de «L'Espresso» di Eugenio Scalfari che a firma di Lino Jannuzzi accusava il Presidente della Repubblica Antonio Segni e il comandante dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo di avere ordito un piano di colpo di Stato, il cosiddetto “Piano Solo”, durante la crisi del governo Moro nel luglio 1964. Successivamente il Tribunale di Roma e la Commissione parlamentare d’inchiesta respinsero la clamorosa tesi del settimanale, ma nel “sentimento collettivo” - stampa nazionale e libri di storia compresi - l’accusa lanciata da Jannuzzi è sempre rimasta in auge. Leggasi ancora oggi su Wikipedia: “Il Piano Solo fu un piano di emergenza speciale a tutela dell’ordine pubblico fatto predisporre nel 1964 da Giovanni De Lorenzo durante il suo incarico di comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, con il benestare del Presidente della Repubblica Antonio Segni”.
Nell’estate del ‘64 era entrato in crisi il primo governo di centrosinistra (D.C.-P.S.I.) presieduto da Aldo Moro, con il leader socialista Pietro Nenni vicepresidente del Consiglio.
Come rivelò «L'Espresso» il capo dello Stato Segni, cercando di approfittare della crisi di governo per interrompere l’esperienza di centrosinistra, aveva incoraggiato De Lorenzo a predisporre un intervento straordinario per l’ordine pubblico che aveva i crismi di un vero e proprio golpe.
Secondo la storiografia tramandata, lo stesso Nenni - ma di questo, sottolinea Mario Segni, non esiste prova o traccia diretta - avvertì lo stato maggiore del suo partito di avere udito nel sottofondo della crisi “un tintinnio di sciabole”.
“Sciabole” che poi vennero rimesse nel fodero: sul perché e sul come vi rimando ai libri di storia e alle ricerche su internet. Da quello scoop giornalistico in poi - e cioè negli oscuri anni ‘70 - la Democrazia Cristiana sarebbe stata dipinta dalla stampa e dalla cultura di sinistra come un partito “golpista”, pronto persino a colpire “con la violenza di Stato” pur di sbarrare la strada all’avanzata del Partito Comunista.
Orbene: per Mario Segni nulla di tutto ciò è vero. Si è trattato di una gigantesca fake news, la prima nella storia repubblicana e forse la più imponente.
Va detto subito che per Segni la vicenda del presunto piano di golpe rappresenta innanzitutto un “affare di famiglia”: il Presidente della Repubblica Antonio Segni, principale accusato politico del J’Accuse de «L'Espresso», era infatti suo padre.
Un aspetto personale che lo ha convinto a raccontare la sua nuova verità.
“Ho sempre avuto la sensazione - afferma al microfono dell’incontro - che il racconto scalfariano sia stato vincente sul piano mediatico. Non solo ha vinto lo scoop, ma continua ad essere perpetuato, nonostante sia già stata provata l’inconsistenza dell’accusa e la falsità degli argomenti.”
Segni ha quindi ricercato e raccolto una “documentazione assolutamente inconfutabile”, riportata nel libro, che conferma “la sensazione di un’operazione mediatica incredibilmente falsa, costruita e vincente”.
Il quadro politico e sociale dell’Italia di quel 1964, come spiega sempre il relatore, era quello di un Paese in crisi “con le prime tensioni dopo il boom economico” e “con un periodo di instabilità del sistema italiano prima del referendum sulla scala mobile”.
Un Paese nel quale “c’era l’ansia profonda di un riequilibrio sociale da parte del mondo sindacale”, all’interno di un contesto di tensione internazionale tra il blocco occidentale e quello sovietico che giustificava misure preventive per l’ordine pubblico da una parte e, dall’altra, per la sicurezza nazionale. Ma sul fantomatico “Piano Solo” ricorda che Francesco Cossiga avrebbe dichiarato a posteriori che qualora fosse stato organizzato era “un piano non attuabile”. La stessa “lista degli enucleandi” e cioè delle “persone da arrestare” perché ritenute pericolose per il sistema risale ancora al 1952, quando era attiva l’organizzazione paramilitare comunista, ed è un elenco smarrito.
“L’inerzia e la debolezza della D.C. - ammette Segni - hanno lasciato il campo intero alla sinistra che accusava la D.C. di essere complice dell’eversione e del fenomeno stragista. Abbiamo il diritto e il dovere di riscrivere questa storia, contro questa campagna diffamatoria e di delegittimazione.”
La trattazione del tema si fa sempre più interessante anche perché non mancano le domande dal pubblico, ma a un certo punto bisogna interrompere perché non siamo a “Porta a Porta” ma in una libreria: segue quindi il rito dell’acquisto del libro da parte del pubblico e del firmacopie da parte dell’autore, che riscrive questo ancora enigmatico capitolo della storia repubblicana col Segni di poi.
Come ogni rimpatriata che si rispetti, dopo l’incontro in libreria il Segni-Day si conclude con una cena per una nutrita rappresentanza dei presenti presso Ca’ dei Sapori a Pove del Grappa, la trattoria panoramica di un altro esponente di spicco della D.C. del nostro territorio: Galdino Zanchetta, amministratore locale di lungo corso e storico presidente dell’Uncem Veneto, venuto a mancare lo scorso agosto. Come rivela D’Agrò, quando il progetto di portare Mario Segni a Bassano era ancora in gestazione Zanchetta aveva già messo a disposizione il locale - che oggi la sua famiglia continua a gestire -“per fare una grande festa” al termine della serata. Cosa che viene fatta, anche in sua memoria.
È il momento del “rompete le righe”, anche se su posti a sedere e tavoli predisposti che favoriscono insolite combinazioni. Al tavolo di Segni e di D’Agrò, quello dei vips più vips della serata, siede infatti anche un insospettabile Mauro Beraldin, attorniato da democristiani, per una versione riveduta e conviviale del compromesso storico. E siccome non ci si fa mancare nulla, c’è anche il momento del “discorso”, affidato al già onorevole Giuliano Zoso, “co-promotore” dell’incontro con Mario Segni.
E l’inizio dell’intervento di Zoso, rivolto ai commensali, è strepitosamente degno del mio bloc notes: “Se avessimo qui oggi un contatore Geiger per misurare il tasso di democristianità, l’ago schizzerebbe al massimo.”
Tutto è stato detto e scritto sulla D.C., ma che fosse anche radioattiva ancora no.
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