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Pasqua di Resurrezione? Speriamo. Lo spero ardentemente, per tutti noi.
Per il momento, quella che stiamo vivendo è una Pasqua di Reclusione. Pasqua e Pasquetta agli arresti domiciliari, con l’ora d’aria concessa uscendo sul balcone. Pasquarantena, come ho intitolato un precedente articolo. Qui da noi, come in buona parte del resto del mondo, siamo in tempo di lockdown: il nuovo inglesismo che ci sta tartassando l’anima assieme a droplet (“gocciolina”), che sta a significare la saliva nebulizzata derivante da un colpo di tosse o da uno starnuto, dalla quale dobbiamo mantenerci ad almeno un metro di distanza.
Inutile tentare la fuga da Alcatraz: attorno a noi elicotteri e droni in cielo, posti di blocco delle forze dell’ordine sulle strade, squadre della Protezione Civile a supporto e pattuglie della Forestale su boschi e sentieri stanno vigilando sul rispetto dell’obbligo di clausura.
Buona Pasqua (foto Alessandro Tich)
Non se ne esce: nel senso letterale del termine. È solo il prologo di uno Stato di Polizia, per il momento ancora in versione light (evvai con gli inglesismi), che perdurerà anche nella cosiddetta “Fase 2” dell’emergenza. Come regalo pasquale, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha trasmesso una circolare a tutti i prefetti d’Italia nella quale invita a predisporre e a mettere in campo “una strategia complessiva di presidio della legalità”.
E questo perché, secondo la reggente del Viminale, “alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro” conseguenti all’emergenza Coronavirus “potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui possono fare eco la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune e il manifestarsi di focolai di espressione estremistica”, con l’ulteriore rischio “che nelle pieghe dei nuovi bisogni si annidino perniciose opportunità per le organizzazioni criminali”. Siamo messi bene.
Anche perché è giusto stare all’occhio e prevenire possibili eccessi di stampo criminale, ma le tensioni sociali dopo un’ecatombe economica del genere saranno inevitabili. Ve lo dice chi ha già vissuto il clima dei favolosi anni ’70.
Nel frattempo, i nostri sindaci e governatori continuano fino allo sfinimento ad ammonirci di “non abbassare la guardia”, invitandoci implicitamente ad abbassare la testa.
Attendiamo dunque con ansia il momento in cui ci sarà rilasciato il permesso di riappropriarci delle nostre vite. Ma anche quando ci sarà ridata la libertà, sarà comunque una libertà condizionata. Da una parte ce lo imporranno le regole del dopo-crisi sanitaria, che ci ordineranno di rapportarci ancora con prudenza al nostro prossimo e di continuare a uscire con mascherina e guanti per contribuire al mantenimento dell’igiene e della prevenzione pubblica, a cominciare dai luoghi di lavoro per chi il lavoro ancora ce l’avrà.
Dall’altra saremo noi stessi a ritornare a vivere con circospezione, a dover scacciare i fantasmi che in queste settimane si sono annidati nella nostra testa, a dover vincere la resistenza di trovarci a pochi centimetri da un nostro simile - prima o poi, in un futuro ancora non definito - sulla poltroncina di un cinema, sulla tribuna di uno stadio, in mezzo al pubblico di un concerto o sul sedile di un aereo. Alla faccia di quel maledetto droplet che oggi ci obbliga, e ci ha abituato, al distanziamento sociale.
Ci sono tanti luoghi comuni che nell’attuale espiazione della condanna al confino domestico si stanno diffondendo sul mondo che verrà dopo il Covid-19, nella viva speranza che il prossimo inverno non compaia il Covid-20. Su uno, in particolare, concordo: nulla sarà più come prima. Non per tutti però, ma solo per chi ha approfittato del lungo tempo messo a disposizione da questo periodo di cattività domestica, di confinamento sociale e di isolamento digitale per riflettere sulle cose per le quali varrà veramente la pena ritornare a vivere una vita normale. Trovando finalmente la consapevolezza, assai difficile da trovare in situazioni diverse, di ciò che per noi è essenziale e ciò che invece è spazzatura.
Io personalmente, in questa fase di prigionia per Decreto Governativo, ho avuto il tempo e il modo di capire quanta materia superflua appesantiva quella che prima di adesso era la mia vita quotidiana e quanti rami secchi, perché inutili, sono da tagliare. In un certo senso mi sono rieducato ad affrontare una nuova vita, proprio come un carcerato.
E quando arriverà finalmente l’amnistia, sarò pronto a svestire la tuta a righe che mi hanno messo addosso, a gettarmi alle spalle tutto ciò che non mi serve e a sfidare le nuove difficoltà che sorgeranno dall’attuale emergenza intonando ogni giorno il mio canto di guerra: il Lockdown Blues.
Il 26 gennaio
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