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Spesso le opere d'arte, o comunque le espressioni della creatività, emanano un forte potere evocativo. Magari all'insaputa del loro stesso autore: dipende da come le percepisce chi le osserva. Ed è quello che ha percepito il vostro umile cronista passando per piazzotto Montevecchio e trovandosi di fronte una delle composizioni urbano-vegetali dell'edizione 2018 del concorso “Giardini a Bassano”. Si tratta del giardino n. 14, realizzato dalla Cooperativa Sociale Avvenire e intitolato “L'ara”. “È un giardino simbolico - spiega la brochure di presentazione della Pro Bassano, che organizza la manifestazione - che accoglie l'Uomo camminatore colto nella riflessione del percorso della propria Vita.”
Al centro dell'allestimento è collocato un muretto semicircolare “con varie specie di piante coltivate in consociazione” che funge, metaforicamente, da altare. E dai due lati dell'ara parte un doppio colonnato fiorito composto da pali di legno di castagno.
I pali sono avvolti da una spirale “che richiama il DNA della Vita”, formata da scarpe usate “ad indicare il cammino dell'Uomo” che fungono da contenitori per le piante fiorite.
Il giardino di piazzotto Montevecchio. Foto Alessandro Tich
Non c'è che dire: davvero un'opera simbolica. Non solo per i significati filosofici che la composizione “verde” di piazzotto Montevecchio intende esprimere, ma anche per l'associazione di idee che l'altare palificato ha stimolato in chi vi scrive.
Perché vedere in un unico colpo d'occhio tutti quei totem di castagno ha richiamato alla mia mente la considerazione di quanto il concetto di “palo”, e non solo di legno, sia insito tra le pieghe della cronaca e dell'attualità di questa città. E non solo perché si tratta di una città impalata in molti suoi aspetti, ma anche perché sto parlando di un vero e proprio elemento fisico che in un modo o nell'altro caratterizza il passato e il presente di Bassano del Grappa. Mi riferisco innanzitutto, ovviamente, alla più straordinaria e maestosa palafitta che abbiamo a disposizione: il nostro Ponte Vecchio.
Andrea Palladio (I Quattro libri dell'architettura, libro III, capitolo IX “Del Ponte di Bassano”, Venezia, 1570) scrive che ha ordinato “il Ponte di legname” sopra “la Brenta fiume uelocissimo” e che il fiume, nel luogo dove è stato fatto il Ponte, “è largo cento e ottanta piedi”. “Questa larghezza - scrive ancora il sommo architetto - si diuide in cinque parti eguali; percioche fortificate molto bene tutte due le ripe, cioè i capi del ponte con traui di Rouere, e di Larice, si fecero nel fiume quattro ordini di pali, distanti l'uno dall'altro trentaquattro piedi e mezo.” Segue, in poco più di una paginetta, la descrizione di tutte le altre successive operazioni - coi vari ordini di travi sovrapposte, ciascuno con una sua precisa funzione - eseguite per realizzare “tutta l'opera commodissima, e bella”: un esempio di sintesi da cui diversi esperti e commentatori di oggi avrebbero molto da imparare. Ma anche un testo che ci insegna che alla base del meraviglioso gioco di incastri e di sostegni che ha generato il Ponte di Bassano ci siano quei “quattro ordini di pali” da cui è partito il concepimento architettonico dell'opera.
Sono l'inizio di tutta la storia, anche se prima del Palladio esistevano già altri ponti tra le due sponde del Brenta e anche se nei secoli, come si sa, il Ponte “palladiano” è stato modificato in vari elementi nel corso delle ristrutturazioni. Ed oggi che stiamo ancora attendendo l'avvio effettivo dei sospirati lavori di restauro sulle prime due stilate, altre variazioni sul tema si impongono alla pubblica attenzione.
Anche i non addetti ai lavori, ad esempio, sanno ormai dell'esistenza delle “teste di palo”, che nulla hanno a che fare con i pali dei secoli passati. Sono le teste “affioranti” degli otto pali di fondazione in cemento armato per ciascuna stilata conficcati in alveo nel corso del restauro del 1990-91, sopra le quali andrebbe a sua volta inserita (manteniamo il verbo al condizionale, visti gli interrogativi tecnici non ancora risolti) la grande trave reticolare di fondazione in acciaio inox prevista dal progetto esecutivo. Un progetto a riguardo del quale viene anche da chiedersi se le teste di palo, simbolo di un'ostinazione di cemento armato, non siano anche coloro che lo hanno approvato prima ancora di risolvere ogni dubbio - vedasi ancoraggio della trave reticolare di impalcato alla proprietà Nardini, tuttora sub judice - sulla fattibilità di tutte le sue fasi operative. Ovvero come costruirsi in anticipo i pali tra le ruote.
Ecco dunque, egregi lettori, quali pensieri a ruota libera affiorano da questa fase di “asciutta” dopo aver visto i dieci pali di legno che fungono da colonnato del giardino-altare di piazzotto Montevecchio. Una visione che, in questa città, mi fa sentire all'improvviso circondato da pali di ogni tipo. Pali del Ponte Vecchio, antichi e nuovi; pali dei lampioni di illuminazione pubblica in piazza che sorreggono lampade in parte accese e in parte spente; pali delle indicazioni turistiche in centro storico che attendono ancora di essere unificate; pali usurati del Ponte Nuovo da cui continuano ad affiorare i ferri dell'armatura; pali raffazzonati come quello davanti alla chiesa di San Francesco ancora tenuto in piedi, dallo scorso mercatino di Natale, da un provvisorio disco di legno.
Ma anche - e qui mi ripeto per l'ennesima volta - progetti di città e di territorio che non contengono palizzate e che non sono tutti di competenza esclusiva dell'Amministrazione comunale, ma che idealmente fanno parte della stessa famiglia.
Teatro civico, Bassano Stadium, restauro definitivo del Tempio Ossario, Tribunale della Pedemontana, restyling del brolo di Palazzo Bonaguro, nuova strada del piano Mar, rivitalizzazione del centro storico affidata a un City-manager, progetto per il Marchio d'Area. Tutti annunciati a suo tempo in pompa magna e tutti rimasti, per un motivo o per l'altro e fino a nuovo ordine, indiscutibilmente al palo.
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