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In prima persona
Riflettori sul coaching: il metodo che consente di migliorare le potenzialità personali all'interno delle aziende. Maria Baggio di Xamar Consulting (Rosà): “La crescita aziendale dipende dalle persone”
Pubblicato il 16 nov 2017
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Se mi chiedessero all'improvviso che cos'è il “coaching” - parola sempre più usata in campo aziendale - risponderei di getto, e genericamente, che si tratta di un sistema dove qualcuno insegna ad altri, e nella fattispecie agli imprenditori, come raggiungere determinati obiettivi. Proprio come un allenatore (coach) insegna in palestra agli atleti come prepararsi per vincere la gara. Ma se dicessi una cosa così, non sarebbe pienamente esatto: perché il coach in questo caso - anzi, per meglio dire, il coach umanista - non è un preparatore che impone tattiche già scritte sulla lavagna ma una figura che in primo luogo ascolta le persone e quindi le aiuta a prendere coscienza delle risorse che hanno dentro loro stesse.
Me ne rendo conto intervistando Maria Baggio, fondatore e amministratore di Xamar Consulting, la società di consulenza ed ente di formazione che nelle scorse settimane ha inaugurato la sua nuova sede in via Albano Rigoni a Rosà.
Tra le varie attività svolte dalla struttura spicca infatti la “nuova frontiera” rappresentata dal coaching aziendale, che si propone di “favorire il cambiamento” all'interno delle imprese e di “allineare le persone ai valori aziendali nella piena condivisione”.
Maria Baggio, fondatore e amministratore della Xamar Consulting di Rosà
In altre parole, migliorare il clima aziendale per consentire alle imprese di migliorare i loro stessi risultati. Partendo dal presupposto che le aziende, prima ancora che società produttrici di beni o di servizi, sono fondamentalmente delle attività economiche e lavorative costituite da persone. E quanto più le persone sentono il “benessere” del proprio ruolo all'interno dell'azienda, tanto più l'azienda ne beneficerà in termini di efficienza, di produttività e quindi di crescita. Ma non è sempre così e anzi i “corti circuiti” che spezzano o limitano le motivazioni delle persone rischiano di compromettere la gestione e l'andamento della stessa organizzazione aziendale. Una mancanza di consapevolezza positiva del proprio ruolo che talvolta può riguardare gli stessi imprenditori.
È nell'ambito di questa problematica che interviene il coach, figura professionale che sta richiamando sempre maggiore attenzione anche nel nostro territorio. Non però per fornire la soluzione preconfezionata al problema o per imporre la strategia per affrontarlo, ma per consentire alle persone stesse di risolverlo lavorando sulle proprie, e spesso nascoste, potenzialità.
Dottoressa Baggio, che cos'è quindi il coaching?
“Il coaching umanista, diventerà uno stile di vita. Nasce negli Stati Uniti intorno agli anni ‘70, dove il coach è l'allenatore degli sportivi. Tra gli anni '80 e il 2000 il coach si è evoluto anche negli ambiti aziendali, con il ruolo di allenatore di potenzialità. Negli anni '80 l'attenzione si è focalizzata in particolare sulla “piramide dei bisogni” di Maslow, il primo psicologo che ha cercato di mettere in fila i bisogni umani. Poi è arrivato Seligman, psicologo Usa, che ha studiato ed elencato 24 potenzialità umane racchiuse in 6 virtù che contraddistinguono la propensione ad essere un tipo di persona rispetto a un'altra. Seligman si è focalizzato sulla psicologia positiva. Partiamo cioè dai punti di forza di una persona, rendendola consapevole per rafforzare le parti più deboli. È una presa di coscienza che ci fa capire che potenzialità abbiamo e da dove partire per migliorarle. Nella vita invece, al contrario, facciamo solitamente cose perché le fanno gli altri, ma non sappiamo se servono a noi per crescere. Il coaching umanista vuole “allenare” l'abitudine a pensare a noi come individui, a capire chi siamo in base alle esperienze che abbiamo fatto e che faremo. Prendendo coscienza di sé diventa poi naturale occuparsi anche degli altri.”
Come mettere in pratica questi concetti, parlando di aziende?
“Se si parla di coaching si parla di un metodo. Il coaching umanista non è un metodo che dà istruzioni per l'uso e ci dice come ci si deve comportare, ma ci mette in condizione di farci delle domande a cui la vita frenetica non ci fa mai pensare. Aiuta a fermarci e a riflettere su chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo andare. Quando si ci rivolge alle aziende, molto spesso le prime risposte riguardano i problemi finanziari, per sviluppare l’attività. Ci si toglie la possibilità di arrivare a obiettivi personali/professionali perché si fa troppo affidamento sulle cose materiali. Per prima cosa dobbiamo riconoscere e allenare le nostre potenzialità che ci consentono poi di scoprire nuovi orizzonti. Questo chiarisce il significato della parola coaching, che può essere frainteso da chi mette subito davanti il risultato di business. È più facile dare istruzioni operative piuttosto che far riflettere gli imprenditori e le altre figure aziendali sulle proprie capacità, competenze e potenzialità. Quello del coaching è un percorso “in-out”: conoscere prima meglio il proprio potenziale e quindi metterlo a frutto per trovare nuove soluzioni.”
Quindi il coach, in definitiva, chi è?
“Il coach è un professionista che accompagna le persone in un percorso di completa consapevolezza per raggiungere la propria autorealizzazione attraverso la messa in atto delle proprie potenzialità. Il coach è una persona autentica ed uno “studente a vita” che attraverso una relazione individuale con il “coachee”, sviluppa a sua volta conoscenza, comprensione e consapevolezza del potenziale umano. Con il “coachee” si instaura un rapporto basato sulla fiducia e riservatezza.
Il coaching in azienda può essere un aiuto sia per gli imprenditori che per i dipendenti con funzioni di riferimento e responsabilità, per migliorare il clima e l’organizzazione nello sviluppo della consapevolezza di ruolo e capacità di leadership. Il percorso professionale diventa anche una crescita personale, una nuova modalità di vivere la vita sia lavorativa che privata trasformando i problemi in opportunità. Il metodo ha conseguenze positive sul clima aziendale, perché le persone si sentono considerate come tali e consente all'azienda di avere delle persone più motivate, più efficaci nel ruolo a loro più confacente. Ammetto che non è un percorso breve. Si rivolge soprattutto alle aziende lungimiranti che vedono la crescita aziendale come un processo che dipende dalla crescita delle persone. Con questo dico che, è stato possibile anche rilevare scelte sbagliate sulle persone inserite in un ruolo non adatto. Con il coaching si aiutano anche queste persone che si ritrovano in un stato di sofferenza e demotivazione a far riconoscere il ruolo più adatto a loro.”
Quali risultati si propone questo metodo?
“È un percorso impegnativo perché implica tempo, dedizione per fare questo tipo di crescita. Molti pensano che il coach sia una figura professionale a cui devi rivolgerti se non vuoi andare dallo psicologo per risolvere il problema. Il coach non risolve il problema ma aiuta il “coachee” a spostare l'attenzione dal problema all’opportunità di risolverlo mettendo in atto dei comportamenti diversi da quelli consueti. Il coach ascolta, aiuta il “coachee” a focalizzare la situazione attuale e quella desiderata, facendogli riconoscere quali sono i suoi poteri che gli permettono di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato.
Quindi la soluzione del problema arriva dalla consapevolezza di noi stessi, delle nostre paure, dei nostri limiti. A seconda dell’obiettivo che ci si pone, il coaching può essere applicato per realizzare un risultato personale (life coaching), di business (business coaching), di organizzazione-leadership (corporate & executive coaching), di sviluppo di carriera (carrier coaching) e di formazione (coaching formativo). I contesti sono diversi ma l'obiettivo è unico: conoscere le proprie potenzialità e metterle in azione per raggiungere la propria autorealizzazione.”
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