Alessandro Tich
bassanonet.it
Pubblicato il 23-10-2017 14:29
in Attualità | Visto 1.441 volte
 

L'altra metà del cielo

Editoriale di commento sull'esito del referendum

L'altra metà del cielo

Foto Alessandro Tich

L'altra metà del cielo, più un 7,2% che conferisce comunque un rassicurante margine di maggioranza, è rappresentata dal 57,2% degli elettori veneti che ieri si sono recati ai seggi del referendum per l'autonomia del Veneto. Superando il quorum del 50% + uno e rendendo valida la consultazione ai fini di legge. E votando a favore del “Sì” con la prevedibile maggioranza bulgara del 98,1%.
Per la prima volta infatti un referendum consultivo, come progressivamente emerso durante la campagna referendaria, si è indirizzato in una strada a senso unico: pur proponendo sulla scheda la classica opzione tra il “Sì” e il “No”, si è di fatto risolto in un braccio di ferro tra voglia di autonomia e desiderio di astensione.
Chi non si è recato alle urne lo ha fatto probabilmente per tagliare le gambe al raggiungimento del quorum. Sono stati in tanti (1.739.628 elettori) ma i sostenitori del quesito referendario (2.328.949 elettori) sono stati di più. Con una differenza di oltre 589mila unità che rende inequivocabile la risposta complessiva degli aventi diritto al voto. E in democrazia, come è ovvio ma sempre utile ricordare, vince chi raccoglie il consenso maggiore indipendentemente dal risultato in percentuale.
In sei delle sette province venete (esclusa Rovigo, fermatasi al 49,9%) l'affluenza ha superato il 50% ma a trainare l'esito della consultazione sono state di fatto le province a tradizione leghista come Vicenza, Padova e Treviso oltre a Verona.
Con Vicenza in primis: la provincia berica è stata l'unica a superare il 60% di affluenza (62,7%) confermando le sue risapute inquietudini nei confronti dello Stato centrale.
E se la risposta delle città è stata più “tiepida” (57,5% a Bassano del Grappa) nei centri più piccoli della provincia il vento autonomista fa sventolare le bandiere: sopra il 75% i votanti a Nogarole Vicentino e a San Pietro Mussolino, più del 74% a Zanè, oltre il 72% a Crespadoro e a Zermeghedo. Tutti insieme appassionatamente per attendere adesso la concretizzazione di quello che il governatore Luca Zaia ha promesso. Chi dice infatti (come è stato detto in campagna referendaria, anche a Bassano) che questo “non è il referendum di Zaia” mente sapendo di mentire.
Col referendum autonomista Luca da San Vendemiano ha giocato infatti la più grossa ipoteca della sua carriera politica. Ne è stato l'uomo-immagine e il faro indiscusso, concentrandovi tutti i mezzi del suo potere comunicativo fino all'ultimo.
E cioè fino alle 6.45 di ieri mattina, quando si è recato al seggio del suo paese per essere il primo elettore, alle 7 in punto, a riporre la scheda nell'urna. Costringendo a una inusitata levataccia gli operatori dei media (cronisti, fotografi, cameramen) pronti come sempre a seguirne ogni passo e, nell'occasione, a immortalare lo storico momento.
In tempo utile per inondare di immagini del governatore che vota gli articoli mattutini dei quotidiani veneti online e i telegiornali locali dell'ora di pranzo, così da spingere gli eventuali “incerti” a seguirne l'esempio e andare a votare nel resto della giornata.
Grande Zaia: se facesse un corso di comunicazione e marketing personale, andrei a seguirlo di corsa.
Smaltita la sbornia emozionale per l'indiscussa vittoria, ora per il presidente della Regione Veneto si profila tuttavia un'enorme sfida di credibilità. Perché quello che dichiara di voler portare a casa, via trattativa col governo a seguito dell'esito del referendum, non è mica roba da poco. Si tratta anzi dell'equivalente del Paese di Bengodi.
A cominciare dalla rivoluzione del residuo fiscale: “Per i 9/10 - afferma il governatore - le tasse devono restare in Veneto.” In più il Veneto chiederà al premier Gentiloni il trasferimento di competenza di tutte le 22 materie comprese nell'articolo 117 della Costituzione, relativo alla “potestà legislativa”. Sono le cosiddette materie di “legislazione concorrente”, nelle quali cioè il potere legislativo è attualmente già esercitato dalle Regioni, ma la determinazione dei cui principi fondamentali è riservata alla legislazione dello Stato. Si va - per fare alcuni esempi - dall'istruzione alla tutela del lavoro, dalla ricerca scientifica alla protezione civile, dai porti e aeroporti civili alla produzione e distribuzione dell'energia, dalla tutela della salute al coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e dall'ordinamento sportivo a quello della comunicazione. Materie che, nella “piattaforma rivendicativa” della Regione Veneto, passerebbero in toto alla potestà legislativa regionale.
Lo prevede l'articolo 116 della stessa Costituzione che dà la possibilità alle Regioni a statuto ordinario di vedersi attribuite “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” nelle materie a legislazione concorrente. Portando i detrattori del referendum a sostenere che la consultazione è stata perfettamente inutile in quanto apre le porte a un'opportunità già sancita nero su bianco dalla Carta costituzionale.
Ma tant'è: Zaia ha più volte detto che vuole trattare con Roma “non da solo, ma con il popolo al mio fianco” e il 57,2% del popolo gli ha dato ragione.
Ora si apre la fase del lungo e complesso sequel del referendum consultivo.
Il Veneto inizierà la trattativa col governo italiano per ottenere le 22 materie indicate dalla Costituzione e, una volta trovato l'accordo, il passaggio di competenze (ma non “l'autonomia” della Regione in quanto tale, che è tutta un'altra cosa) dovrà essere votato dalle due Camere del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti.
Come invece si intenda imporre allo Stato il mantenimento dei nove decimi del gettito delle tasse in Veneto è una partita ancora tutta da chiarire. Ma lo spirito trionfalista non manca: “Questa Regione - ha dichiarato a caldo il governatore veneto dopo la chiusura dei seggi - dà il via a un big bang di riforme istituzionali.” Equiparando il risultato del referendum nientemeno che “al crollo del Muro di Berlino”.
Comunque vada a finire, per Luca Zaia l'esito referendario rappresenta una doppia vittoria. Se porterà in cascina anche solo una parte dei risultati promessi, sarà il primo governatore d'Italia a poter essere proclamato Santo in vita. Se invece accadrà il contrario, potrà sempre attribuire la colpa del mancato o insufficiente raggiungimento dell'obiettivo alla sordità di Roma e dello Stato centrale.
In entrambi i casi sarà un eroe: un ottimo biglietto da visita in vista delle prossime elezioni regionali del 2020.
L'altra metà del cielo + 7,2% assieme all'altra metà - 7,2% attendono adesso, con presupposti diversi, di vedersi confermare, rispettivamente, le proprie aspirazioni da una parte e le proprie perplessità dall'altra. Nella speranza che il Veneto, Regione considerata “virtuosa”, possa continuare ad essere tale anche nell'acquisizione di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, così come da mandato maggioritario del popolo.
Staremo a vedere. Zaia a questo punto merita fiducia, ma c'è anche bisogno in prospettiva di altrettanta attenzione e visione critica sulla reale capacità futura della Regione Veneto di amministrare in totale autonomia le materie che rivendica allo Stato.
Tra queste, ad esempio, ci sono anche le “grandi reti di trasporto”.
Se l'unità di misura è la gestione condotta fino ad oggi dell'iter della Superstrada Pedemontana Veneta, stiamo freschi.