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Il “tesoro” di Marchesane
La Finanza scoperchia i retroscena del crack dell'azienda orafa Lucente: bancarotta fraudolenta per 22 milioni, false esportazioni, giacenze di magazzino alterate. Sequestrati beni per 7,5 milioni. Divieto di espatrio per i due amministratori
Pubblicato il 10 apr 2013
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I finanzieri del Comando Provinciale di Vicenza hanno dato esecuzione ad una ordinanza di applicazione di misure cautelari personali e contestuale sequestro preventivo di beni, fino alla concorrenza di 7,5 milioni di euro, nei confronti dei due soci ed amministratori di una nota azienda orafa di Bassano del Grappa.
La ditta in questione è la Lucente, ex Oromeccanica, ubicata a Marchesane, fallita nell'ottobre del 2011 dopo lo stato di crisi decretato nel 2010 che aveva avuto come conseguenza la messa in cassa integrazione di 82 operai. Della crisi e del successivo fallimento della Lucente si occuparono le cronache sindacali dell'epoca, che riportavano i tentativi di salvataggio dell'impresa ad opera della dirigenza aziendale, attraverso trattative con le banche e coi sindacati, poi rivelatisi inutili.
Le indagini delle Fiamme Gialle, tuttavia, hanno permesso di scoperchiare un quadro ben diverso della situazione, con l'accertamento di una serie di reati a monte del fallimento - dalla bancarotta fraudolenta alle false esportazioni, fino alle giacenze di magazzino alterate da una lega similoro - che hanno portato le autorità inquirenti ad emettere dei conseguenti provvedimenti restrittivi e di sequestro di beni.
Il provvedimento cautelare emesso dal G.I.P. del Tribunale di Bassano del Grappa, dott. Paolo Velo, è giunto al termine di una complessa indagine del Nucleo di Polizia Tributaria di Vicenza sotto la direzione del Procuratore della Repubblica di Bassano del Grappa, dott. Carmelo Ruberto, il quale ha formulato a carico dei responsabili 15 diverse imputazioni per fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, causazione dolosa del fallimento, dichiarazione fraudolenta ai fini IVA e sottrazione al pagamento delle imposte.
Le prove acquisite hanno dimostrato che il patrimonio dell’azienda, operante inizialmente sotto forma di S.p.a. (poi trasformata in S.n.c.), è stato nel tempo svuotato dagli amministratori, a danno dei propri creditori, principalmente attraverso la realizzazione di fittizie esportazioni di oro e preziosi verso inesistenti aziende estere con sede ad Hong Kong e in Croazia, nonché attraverso un’iniziativa imprenditoriale nella Federazione Russa. In particolare, gli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza di Vicenza e dal curatore fallimentare hanno reso possibile quantificare le distrazioni patrimoniali in oltre 22 milioni di euro, realizzate attraverso una preordinata alterazione e falsificazione dei documenti e delle scritture contabili, riuscendo anche ad evadere un’IVA dovuta superiore ad 8,5 milioni di euro.
In sostanza l’intero fallimento è stato preordinato dai due soci e amministratori dell’azienda orafa - Marino Kuhar ed Ettore Bisol - che, nel dicembre 2009, hanno estromesso il Collegio Sindacale ed il Revisore Contabile attraverso la trasformazione dell’impresa da S.p.a. ad S.n.c., così cercando di garantirsi un “comodo” percorso, indirizzato ad una inevitabile procedura concorsuale, senza dover rendere conto ad alcun controllore interno.
La natura fraudolenta di una simile trasformazione societaria è stata desunta dal fatto che entrambi i soci, prima di assumersi la responsabilità patrimoniale illimitata (tipica delle società di persone), si sono disfatti dei beni immobili a loro intestati, per un valore complessivo di circa 500 mila euro, trasferendoli a stretti congiunti con l’intento di rendere vane le procedure esecutive dei creditori, tra i quali, in via principale, il Fisco.
E’ stato contestato anche il reato di dichiarazione fraudolenta per gli anni dal 2005 al 2009 nonché, in considerazione delle accennate cessioni simulate degli immobili, quello di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Per la gravità dei reati contestati, il rischio di una loro reiterazione e, soprattutto, per il pericolo di fuga di entrambi gli amministratori della fallita (capaci di operare in contesti internazionali dove potrebbero aver trasferito le ingenti somme da loro distratte), il G.i.p. del Tribunale di Bassano del Grappa, su richiesta del Procuratore della Repubblica di Bassano del Grappa, ha disposto nei confronti di Kuhar e di Bisol l’applicazione della misura personale dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, tutti i giorni (esclusa la domenica), nonché il divieto di espatrio.
Considerate le rilevanti distrazioni patrimoniali realizzate, il medesimo giudice ha disposto il sequestro preventivo di una villetta nel comune di Romano d’Ezzelino e di tre appartamenti nel comune di Rocca Pietore (BL), estendendo le misure cautelari reali anche a beni, somme di denaro, disponibilità finanziarie, quote e titoli fino ad un controvalore di 7,5 milioni di euro.
Le contestazioni in campo fallimentare hanno preso le mosse da una pregressa indagine del Nucleo di Polizia Tributaria di Vicenza (operazione COPPERFILED - giugno 2012) nel corso della quale erano state accertate fittizie esportazioni di oro e preziosi verso inesistenti aziende estere con sede ad Hong Kong e in Croazia da parte dell’azienda orafa, finalizzate a regolarizzare contabilmente l’oro che la medesima aveva ottenuto dagli istituti di credito in prestito d’uso, ma di cui non aveva più la disponibilità perché ceduto in nero in Italia. Le fittizie esportazioni hanno determinato ingenti crediti mai riscossi e la mancata applicazione dell’IVA (le esportazioni costituiscono operazioni non imponibili).
Peraltro - come informa il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Vicenza - quando ancora erano in corso le vendite fittizie finalizzate a coprire il vistoso ammanco di oro, gli amministratori dell’azienda orafa avrebbero ingannato i creditori ed il proprio revisore contabile, sostituendo l’oro già in precedenza distratto con una lega di metallo similoro, denominata “tombak”.
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