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La speranza di Prisca

L'associazione Mar Lawoti di Prisca Ojok Auma, bassanese d'Uganda, presenta un'originale mostra al Pirani Cremona. Un invito a “vedere il mondo con occhi nuovi e non parlare più di crisi”. Testimonial d'eccezione, il personaggio Tv Idris Sanneh

Pubblicato il 26 nov 2012
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“Questa sorella è una delle più belle figure femminili dell'Africa che io conosco”.
E se lo dice Idris Sanneh, per tutti semplicemente Idris - giornalista, opinionista e “volto notissimo televisivo”, dal cuore juventino, dai tempi d'oro di Quelli che il calcio -, state sicuri che sono parole sincere.
Prisca Ojok Auma - davanti al pubblico intervenuto per l'occasione alla Fondazione Pirani Cremona di Bassano - ascolta e, come sempre, sorride.

Prisca Ojok Auma e Idris Sanneh all'inaugurazione della mostra al Pirani Cremona a Bassano (foto Alessandro Tich)

Da quando ho la fortuna di conoscere questa ragazza - e sono ormai una quindicina d'anni -, l'ho vista sempre sorridere. E più sorrideva, più era impegnata a testimoniare le tragedie della sua terra, l'Uganda del nord: angolo di pianeta martoriato per 23 anni dalla guerra civile tra l'esercito governativo e i ribelli della Lord's Resistance Army, dalla persecuzione del popolo Acholi, da un'infinita serie di morti e di profughi, dalla tremenda realtà dei bambini soldato.
Una testimonianza non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti: con un mix irresistibile di passione positiva e volitiva tenacia, Prisca ha costruito un ponte diretto di solidarietà tra il nord Uganda e Bassano del Grappa, la città dove - da profuga - ha trovato la sua seconda patria.
Facendo scoprire a tutti il dramma dimenticato della sua gente negli anni del suo impegno culturale e umanitario con l'associazione “Insieme si può”. Tornando nella sua terra, dopo la fine del conflitto, e lavorando nei campi profughi per mettere in atto i progetti della Cooperazione italiana per il sostentamento e la protezione di donne e bambini.
E' una ragazza dolce e simpatica, ma è un rullo compressore che non si ferma davanti a nulla: e se per sostenere la causa del suo popolo serve arrivare alle Tv e ai quotidiani nazionali, lei ci arriva.
Nel 2009 Prisca, bassanese d'Uganda, ha fondato nella nostra città una sua associazione, di cui è presidente e spirito propositivo.
Si chiama “Mar Lawoti”, che in lingua Acholi significa “Amatevi gli uni gli altri”, ed è una onlus nata con l'intento di proteggere dagli abusi le donne i i minori nord-ugandesi ancora residenti nei campi profughi. Il sostegno alla gestione della scuola materna di Amyel, la biblioteca per la scuola femminile di avviamento professionale a Kalongo, la fornitura di attrezzature per l'azienda agricola della scuola e soprattutto l'alfabetizzazione delle donne, “pilastri dell'Africa”: sono i progetti che in soli tre anni, grazie anche alla solidarietà dei bassanesi, Mar Lawoti ha promosso e realizzato.
Ora sta nascendo il progetto più grande: il “Children Corner”, un centro attrezzato per l'assistenza materiale e psicologica ai bambini affetti da Aids, spesso orfani, nel distretto di Agago.
Ma Prisca Ojok Auma, ambasciatrice dei drammi del continente nero, non dimentica Bassano. E con Mar Lawoti ha organizzato una toccante mostra, intitolata “Vedere il mondo con occhi nuovi”, allestita fino all'8 gennaio nella chiesa della Fondazione Pirani Cremona in via Museo.
Si tratta di una doppia esposizione: sulle bacheche vengono presentati i giocattoli di varie etnie dell'Africa, bambole e macchinette fatte di materiali poverissimi come la latta o il legno. Ma anche giochi e strumenti musicali che appartengono alla tradizione di vari Paesi, dalla Costa d'Avorio al Madagascar.
Sulle pareti sono invece esposte una serie di splendide foto di donne e di bambini scattate in nord Uganda da Veronica Wipflinger.
“E' una mostra che dedico alle mamme, alle donne e ai figli del mondo - spiega Prisca -. Di questi tempi c'è bisogno di un culto ritrovato, quello di raccontare un mondo diverso. E' la dimostrazione di una speranza che si può vivere anche con poco. Sento tanti pianti negli ultimi tempi per la crisi, ma la crisi nel mondo c'è sempre stata. Voglio cercare di cancellare questo linguaggio, soprattutto partendo dalle donne e mamme. Sostituiamo la parola “crisi” con qualcosa che dà speranza. La donna può parlare ai figli, e può parlare un linguaggio di speranza.”
E la speranza pervade le parole del dr. Carlo Marin, vicepresidente di Mar Lawoti, che nella breve cerimonia inaugurale aggiorna la situazione del progetto “Children Corner”: la struttura che darà sostegno sociale - con attività di gioco, riabilitazione psicologica, controllo sanitario e apprendimento - ai bambini di Kalongo malati di Aids. Servono 60mila euro per realizzare l'opera e per l'acquisto dei mezzi di trasporto, arredi e attrezzature: un obiettivo che grazie alla sensibilità dei benefattori italiani, mai tiratisi indietro anche in questi tempi di difficoltà economica, sarà certamente raggiunto.
Testimonial d'eccezione dell'inaugurazione della mostra al Pirani Cremona è il celebre Idris: senegalese e cittadino italiano, moglie italiana e quattro figlie, in Italia da 41 anni, che ha conosciuto Prisca in una delle tante frequentazioni televisive dell'inesauribile ragazza ugandese.
Cordiale con tutti, arguto, spiritoso e pronto alla battuta - anche quando viene “stuzzicato” dal pubblico sulla sua Juventus - si presenta esattamente come lo abbiamo sempre visto e conosciuto in televisione. Ma quando parla della sua terra, e della “speranza” evocata dalla mostra, la sua espressione si fa seria.
“Vedere il mondo con occhi nuovi: c'è tutta una storia dietro a questo titolo - afferma l'ospite d'onore -. Il fatto della crisi ci deprime, quando pensiamo che viviamo in una crisi esistenziale e sociale che porta anche a una crisi di donne ammazzate, non solo in Africa. La crisi è una forma mentis del sistema politico per renderci ancora più schiavi. E' giusto che cominciamo a pensare nuovo.”
“L'Africa è stata stuprata, deprivata - sottolinea Idris -. E' il continente più ricco del mondo, privato delle sue risorse dalla colonizzazione, dalla schiavitù e dalla deportazione di 16 milioni di esseri umani. Oggi diciamo “no” a un neo-colonialismo della mente. Serve il sapere e serve istruzione. L'Africa ha bisogno di sapere e di mezzi di conoscenza.”
Una sfida educativa e culturale che per le comunità dei campi profughi del nord Uganda, così lontane e così vicine, è già iniziata.

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