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Il testamento bassanese di Borsellino
Il 26 gennaio 1989 Paolo Borsellino tenne una lezione sulla mafia agli studenti del “Remondini” a Bassano. Il video dell'incontro, online su youtube, è una delle più ampie testimonianze filmate sul magistrato ucciso 20 anni fa in via D'Amelio
Pubblicato il 19 lug 2012
Visto 8.045 volte
Ci sono casi e situazioni in cui, senza saperlo e senza volerlo, si scatta una foto o si fa una ripresa con la telecamerina destinata a diventare, negli anni successivi, un documento eccezionale.
E così, capita che una delle più ampie, significative e rare testimonianze filmate sulla figura e sul pensiero del giudice Paolo Borsellino - che esattamente vent'anni fa, il 19 luglio 1992, moriva assieme a cinque agenti della sua scorta nella strage di via D'Amelio a Palermo - sia stata registrata a Bassano del Grappa.
Accadeva il 26 gennaio 1989. In quella data Borsellino tenne una memorabile lezione sui temi della mafia agli studenti dell'Istituto Professionale di Stato per Il Commercio “Remondini”, in Centro Studi.
26 gennaio 1989: Paolo Borsellino, a fianco di Enzo Guidotto, parla agli studenti del "Remondini" a Bassano
Di fianco all'illustre ospite, il preside della scuola Rosario Drago e il prof. Enzo Guidotto: docente di Castelfranco Veneto con importanti frequentazioni siciliane, autore di saggi e volumi sulla mafia e presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. E' grazie a lui, infatti, che il magistrato antimafia, all'epoca Procuratore di Marsala, accettò di salire ai piedi del Grappa per parlare ai ragazzi di giustizia e di legalità.
Qualcuno ebbe l'accortezza di riprendere integralmente, con una videocamera, quella irripetibile lezione. Ne è scaturito un video-testimonianza, della durata di oltre un'ora e mezza, che rappresenta oggi quel “documento eccezionale” di cui parlavamo all'inizio.
Per assistere alla lezione bassanese di Paolo Borsellino basta andare su youtube e digitare “borsellino bassano del grappa”. Compariranno diverse clip cliccando sulle quali è possibile rivedere, a spezzoni successivi o in versione integrale (www.youtube.com/watch?v=76EnETVReV0&feature=related) quell'incontro, che oggi possiamo definire storico, nell'aula magna del “Remondini”.
Una lezione che a vent'anni dall'attentato di via D'Amelio, e con il senno di poi, appare come un vero e proprio testamento morale del magistrato che oltre a combattere Cosa Nostra era costretto anche a confrontarsi con gli ostacoli delle frange oscure delle istituzioni politiche e giudiziarie.
Nel corso del suo intervento e rispondendo poi alle domande degli studenti, Borsellino rivelò la mentalità e i meccanismi alla base del consenso mafioso, affermando tra le tante altre cose che “la vera essenza della mafia è quando ancora il cittadino ritiene inaffidabile la Pubblica Amministrazione” e sottolineando che “è errato pensare che la mafia sia una conseguenza di mancanza del benessere economico”, in un meridione “dove la distribuzione della ricchezza è molto più ampia della produzione di ricchezza”.
Tra i punti sensibili dell'intervento del magistrato, la rete di collusioni tra il “sistema” e le organizzazioni criminali, che non sempre emerge dal pur attento lavoro dei magistrati.
“L'equivoco su cui spesso si gioca - è un altro passaggio della lezione bassanese di Borsellino - è questo: si dice 'quel politico era vicino ad un mafioso', 'quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto'. E no! questo ragionamento non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: 'beh... Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest'uomo è mafioso'. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: 'questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto'. Ma, dimmi un po, tu non ne conosci gente che é disonesta ma non é mai stata condannata perché non ci sono le prove per condannarlo, pero c'è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati.”
Era il 1989: sono parole attualissime anche oggi.
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