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Sabrina Crapella

Sabrina Crapella
Contributor
Bassanonet.it

Famiglia

E' davvero sempre colpa dei genitori?

Dalla condanna dei genitori alla crisi delle reti educative: perché il giudizio blocca il supporto

Pubblicato il 20 mar 2026
Visto 2.311 volte

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Ogni volta che un ragazzo sbaglia, che un adolescente si perde, che un bambino manifesta un disagio, il copione è sempre lo stesso.
Basta un titolo di cronaca nera, una rissa fuori da una scuola, un atto di bullismo ripreso da uno smartphone, un gruppo di giovani che vandalizza un bene pubblico o che viene trovato in possesso di droga e la domanda arriva puntuale: “Ma i genitori dov’erano?”
E’ una domanda comprensibile, ma troppo riduttiva, che rischia di trasformarsi in un’accusa sterile, incapace di cogliere la complessità dell’educare oggi.

Genitori sotto accusa: il limite della responsabilità individuale nel disagio giovanile.

Prima ancora di capire cosa è successo e perché è successo, si è già deciso il colpevole.
Se un quindicenne picchia un coetaneo, si parla subito di educazione mancata; se una ragazza scappa di casa, si sospetta una famiglia assente; se un gruppo di minorenni commette un reato, l’attenzione si sposta immediatamente dal fatto al salotto di casa loro: regole troppo molli, genitori distratti, madri iperprotettive, padri invisibili.
La complessità sparisce, sostituita da una spiegazione semplice e rassicurante: è colpa dei genitori.
E’ una narrazione comoda, perché ci solleva dal dover guardare più a fondo, troppo spesso un modo elegante per evitare la responsabilità collettiva.
Basta un’accusa generica alla famiglia e il caso è chiuso. Perchè se la colpa è dei genitori, allora il problema non riguarda noi.
E’ proprio così semplice? Possiamo veramente ridurre la complessità della crescita ad un rapporto diretto di causa-effetto tra il comportamento dei figli e la responsabilità dei genitori?
Crediamo seriamente che bastino una madre e un padre perfetti per garantire figli equilibrati, felici, studiosi e performanti?
I bambini e i ragazzi non sono fogli bianchi, né progetti perfetti già definiti e controllabili in ogni dettaglio. Hanno un temperamento proprio, una sensibilità unica, una storia personale che interagisce continuamente con ciò che ricevono. Ne sono una chiara prova i fratelli cresciuti nella stessa casa, con gli stessi valori e le stesse regole e che possono diventare adulti molto diversi.
I figli non sono il biglietto da visita dei genitori, non sono la prova vivente della loro bravura o della loro inadeguatezza; e possono sbagliare, ribellarsi, soffrire, anche se cresciuti con amore.
Essere genitori oggi è un compito molto diverso rispetto al passato, non perché siano cambiati l’amore, il desiderio di educare e proteggere i figli, ma perché è cambiato radicalmente il contesto in cui i giovani crescono.
Il mondo dei bambini era più piccolo, delimitato, prevedibile. La famiglia, la scuola, il quartiere erano gli orizzonti principali di esperienza. Oggi quei confini sono saltati. I figli entrano in contatto con tutto: immagini, linguaggi, modelli, violenza, molto prima di quanto accadesse in passato, spesso senza filtri e senza la possibilità di una mediazione adulta.
La società chiede ai genitori di essere perfetti, disponibili, presenti, competenti su tutto, empatici ma autorevoli, presenti ma non invadenti, accoglienti ma capaci di dire di no, aggiornati ma spontanei.
Un equilibrio impossibile da raggiungere che spesso produce senso di colpa e di inadeguatezza, sentimenti che non educano ma che paralizzano.
La colpevolizzazione costante dei genitori produce un effetto paradossale: invece di aiutare, isola. La famiglia che si sente giudicata si chiude, si difende, arrivando talvolta a negare il problema.
Mamme e papà fanno del loro meglio, con i mezzi che hanno. Non si svegliano di certo al mattino e si chiedono “Come posso rovinare la vita dei miei figli?” Educano senza un manuale di istruzioni, in un contesto che spesso cambia più velocemente della capacità di adattarsi.
Questo non significa assolvere i genitori da ogni responsabilità. Educare resta un compito fondamentale, fatto di presenza, ascolto, affetto, limiti chiari. Ma i genitori sono umani, con le loro fragilità, le loro storie personali, la loro, spesso caotica, routine quotidiana.
È innegabile che il ruolo dei genitori sia fondamentale. L’ambiente familiare, le relazioni affettive, lo stile educativo incidono profondamente sullo sviluppo emotivo e sociale dei figli. Le prime esperienze di sicurezza, di limite e di fiducia nascono in casa. Riconoscere questa importanza non significa attribuire ai genitori una responsabilità totale e onnipotente, come se potessero controllare ogni esito, ogni scelta, ogni fragilità.
Crescere un figlio non è un affare privato. E’ un percorso complesso e se continuiamo a puntare il dito solo verso i genitori, rischiamo di assolvere tutti gli altri e di lasciare soli, ancora una volta, proprio i ragazzi.
Anche la scuola, il gruppo dei pari, il contesto culturale e sociale hanno un peso enorme nello sviluppo e nel benessere di un minore.
Servono reti, alleanze educative, servizi e una comunità che si senta coinvolta.
Forse la domanda giusta, allora, non è “Di chi è la colpa?”, ma “Di cosa c’è bisogno?”.
Di sostegno, di informazione, di madri e padri che non si sentano soli nel compito educativo, di adulti che sappiano essere modelli credibili?
Smettere di cercare un colpevole non significa rinunciare alla responsabilità. Significa spostare lo sguardo dalla condanna alla comprensione, dal giudizio alla cura; significa costruire soluzioni, invece di alimentare giudizi e ricordare che educare è un processo collettivo che ci riguarda tutti.

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