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Don Andrea Guglielmi

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Il lockdown di Caterina

L'attualità di Santa Caterina da Siena, ritratta da Orazio Marinali nella statua del duomo

Pubblicato il 13 nov 2020
Visto 6.864 volte

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Trecento anni fa è morto Orazio Marinali. In questo assurdo anniversario entro spesso e volentieri nel duomo di Bassano a contemplare il volto di Caterina. Uno dei capolavori di Orazio. Santa Caterina da Siena.
E mi intriga pensare che questa ragazza toscana, nella seconda metà del XIV secolo, anticipava i nostri lockdown per un impulso irrefrenabile dello Spirito. Con tenacia chiedeva ai genitori “una stanza tutta per sé”. In una famiglia con decine di figli ci vuole uno sforzo titanico per assecondare una simile pretesa. Eppure lei fin da piccola avvertiva questa necessità: isolarsi e confinarsi dentro uno spazio limitato; ricerca appassionata di un eremo, un deserto, dove coltivare il suo grande amore; sete precoce di intimità con il suo mistico “Sposo”.
Bene. La parte teologale del racconto termina qui. Mi interessano le conseguenze di questo lockdown. La ragazza che abita quella stanza non sarà mai una donna assente: difficile trovare qualcuno che abbia inciso più di lei nella vita ecclesiale e politica del suo tempo. Deve esserci un motivo se diventa co-patrona d’Italia e d’Europa. Soltanto lei può scrivere al papa o andarlo a trovare, direttamente ad Avignone, per convincerlo a tornare a casa! In un’epoca un po’ simile alla nostra, in una terra martoriata dalla peste e da grandi tensioni sociali, Caterina consuma i suoi giorni e il suo corpo a tessere la pace e a rimanere accanto ai disperati, i positivi gravemente sintomatici del 1300.

'Santa Caterina da Siena', di Orazio Marinali - foto di Fabio Zonta (particolare)

Adesso sono di fronte a lei, in duomo. Guardo il suo volto, attraversato da un grande dolore. Mi arrendo anch’io alla descrizione barocca della sua passione amorosa. Orazio ha dato il meglio di sé, all’inizio del ‘700, per lasciare nel cuore della città una memoria speciale, il ricordo di una donna che ha fatto la differenza.
E mi chiedo se qualcosa di quell’antico lockdown non abbia a che fare adesso con le nostre biografie interiori. Mi chiedo se non ci sia dentro di noi una stanza in cui potremmo isolarci ogni tanto, e tornare a riflettere. Frequentare più spesso il silenzio e il pensiero. E imparare da una donna analfabeta (mistica e dottore della chiesa) ad aumentare la qualità dei nostri discorsi. Il lockdown di Caterina sarebbe un vaccino o un antidoto interessante contro certi virus che si vedono in giro, dentro i social o fuori dai bar: il menefreghismo di chi non indossa neppure una mascherina; la ferocia di chi pensa soltanto a una fetta privata di interessi, senza mai osare uno sguardo più ampio, come ha saputo fare lei, seicentocinquanta anni fa.

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