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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Lo sciopero lunare
La nota di Alberto Favero, vicepresidente di Confindustria Vicenza, sull’imminente sciopero generale
Pubblicato il 09 dic 2021
Visto 7.059 volte
È un dicembre caldo per le relazioni industriali. I due terzi dei sindacati italiani, Cgil e Uil (la Cisl non aderirà), hanno proclamato il prossimo 16 dicembre uno sciopero generale per dare risposta al crescente disagio sociale. Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri motivano la protesta in virtù di una manovra governativa considerata “insoddisfacente”.
Uno sciopero generale che in tempo di pandemia lascia fuori solo i lavoratori del settore sanità (e per fortuna ci aggiungiamo noi). Per atterrare dai grandi ragionamenti nazionali a Bassano, bisogna andare in casa Confindustria e leggere riga per riga la dura reazione a questo sciopero generale natalizio. Il comunicato è di Alberto Favero in qualità di vicepresidente di Confindustria Vicenza con delega alle relazioni industriali (è anche Ad della Baxi Spa, seconda realtà lavorativa per dimensioni del bassanese dopo l’Azienda sanitaria locale). La Baxi è nondimeno una delle poche realtà dove le relazioni industriali sono una materia da prendere con le pinze.
Alberto Favero, vicepresidente di Confindustria Vicenza.
«In questo contesto è lunare pensare che il paese si fermi per uno sciopero. A Vicenza siamo stati in grado di recuperare e superare i livelli di produzione pre-Covid già nel terzo trimestre di quest’anno grazie ad uno sforzo incredibile di tutti coloro che lavorano nelle imprese manifatturiere», scrive l’ingegner Favero. Ed è un’opinione che rispecchia il pensiero della maggioranza del nostro tessuto industriale, almeno sentendo al telefono qualche imprenditore della zona. Non si tratta questa volta della classica contrapposizione tra sindacati e imprese, quanto piuttosto della valutazione di un contesto economico anomalo creatosi durante la pandemia, dove si mescolano “rimbalzi” della produzione, stop and go negli ordinativi e terribili aumenti del costo dei beni e dei servizi.
«Tra nuove varianti e recrudescenza del virus e soprattutto a causa dei costi folli delle materie prime e dell’energia, senza contare gli incagli della logistica internazionale, si rischia di vanificare tutto. Ci sono aziende dell’automotive che son tornate in Cig perché, a causa della mancanza di materiali, le case automobilistiche non riescono a produrre un numero congruo di auto; ci son aziende chimiche che hanno sospeso la produzione perché il costo dell’energia non è, in questo momento, sostenibile».
C’è poca politica, dunque, in questo braccio di ferro natalizio tra capitale e sindacato, visto che la stessa Confindustria mantiene qualche dubbio su alcuni punti della manovra economica.
«Neanche noi siamo soddisfatti di quanto proposto in legge di bilancio sul taglio delle imposte, perché abbiamo visto ritornare in auge quelle logiche di spartizione delle risorse alle varie conventicole di riferimento dei partiti. Invece pare che qualche sigla voglia banalmente partecipare a questa spartizione senza tener conto della realtà della situazione del paese che deve puntare a sostenere il lavoro, non le pensioni», prosegue nella nota stampa il vicepresidente di Confindustria Vicenza. Non partecipa allo sciopero la Cisl, e per bocca di Roberto Benaglia, segretario generale Fim, si riassapora un vocabolario da anni Ottanta (“sindacalismo della convenienza”, e ancora “serve un sindacato che non sia massimalista e che sia più partecipativo”).
Posizioni che si ritrovano anche a livello locale, come si legge chiaramente nel comunicato degli industriali.
«Una sigla, seppur anch’essa critica nei confronti del Governo, ha almeno dimostrato senso di responsabilità non aderendo ad uno sciopero che, in questo momento storico, è ingiustificabile. Purtroppo, si stanno ripetendo quei riti che vediamo anche all’interno delle nostre aziende in cui determinate sigle, per motivi di mera propaganda, dimenticano che questo dovrebbe essere il momento della responsabilità in cui si fa tutti un passo indietro per lavorare insieme. Nelle fabbriche, come nel paese, ci vuole meno conflitto, meno attenzione agli interessi corporativi e più attenzione agli interessi strategici dell’economia e del Paese, più propensione a svolgere un ruolo partecipativo e non solo rivendicativo».
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