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Cinema

Venerare il Dio del massacro

Polanski mette in scena in Carnage falsità e paradossi di oggi

Pubblicato il 24 set 2011
Visto 2.979 volte

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Prendi due coppie benestanti di New York, falle incontrare/scontrare a causa di un litigio dei figli e chiudile in un appartamento e l’iniziale perbenismo/falsità verrà pian piano ad incrinarsi lasciando spazio a liti furiose, nervosismi e ira.
In Carnage, commedia dall’umorismo nero, assistiamo ad un equilibrio iniziale che s’incrina e si ricompone, passando di livello in livello alla formazione di nuove alleanze rispetto a quelle iniziali. Le due coppie protagoniste sono formate da una cast stellare: Kate Winslet-Cristoph Waltz la prima, Jodie Foster-John C. Reilly l’altra. Entrambe esasperazione dei tratti ricchi ma soli e borghesi intellettuali, sviscerano davanti ai nostri occhi la loro incoerenza e falsità. Tra chi si batte per i diritti umanitari ma poi soffre per la rovina di un libro d’arte più che per il malessere fisico dell’ospite, a chi finge sottomissione ma è in realtà ben più testardo della moglie. E se la Winslet è perfetta nel ruolo dell’algida e indispettita moglie trascurata, Waltz è colui che più diverte, geniale nella sua freddezza (che ricorda la performance in Bastardi senza gloria) e nel suo totale menefreghismo ai fatti, sembra forse l’unico personaggio a non dover nascondersi dietro ad una maschera.
L’ambiente unico delle riprese (nonostante l’uscita al parco nell’inizio e nel finale) è già di per sé claustrofobico, ma la sensazione è maggiormente incrementata da primi piani invadenti, da inquadrature strette in cui gli attori sono sempre presenti e pressanti, da toni che vanno man mano ad alzarsi.

Un quadro di perfetta ipocrisia ci viene quindi smascherato, con sentenze e verità urlate e vomitate (nel vero senso della parola) senza più remore.

Questo è Carnage, film indivisibile dalle vicende private che interessano il suo regista. Pensato e progettato infatti durante gli arresti domiciliari, Polanski è riuscito a trasporre cinematograficamente l’opera teatrale di Yasmina Reza Il Dio del massacro, in un perfetto esempio di come le mura domestiche si possano rivelare una prigione fatta di parole e false gentilezze.

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