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Chi suona in un gruppo e scrive canzoni, lo sa: in un locale, soprattutto le birrerie del circondario, è molto più semplice e remunerante suonare cover, cioè pezzi di altre band, piuttosto che proporre musica propria. Più famose sono queste band, ovviamente, meglio è. È il problema storico e specificamente italiano della musica dal vivo: spesso il gestore del locale non ama rischiare e preferisce pagare i cloni degli U2 o di Vasco, giusto per fare due esempi tra i più gettonati - piuttosto che dare cinque lire ai giovanotti sconosciuti in cerca di fama e qualche speranza.
Ma il quadro ha diverse sfumature, e il gioco delle colpe può essere banale e rischioso. E in qualche maniera, anche giustificatorio.
Il problema, infatti, è ancora una volta contenuto nella distinzione, fondamentale, tra qualità e quantità. C'è tantissima musica propria, ma non tutta può e deve avere il diritto a farsi ascoltare in un locale: chi scrive canzoni di suo pugno deve saperlo fare e prepararsi al meglio per poter sostenere un palco. La prima responsabilità – e non è poca – è di chi prende la decisione di proporre le proprie composizioni ad un pubblico.
D'altro canto, però, il gestore del locale deve avere il coraggio di scommettere: la logica del “più mi porti gente più ti pago” vale fino ad un certo punto, anzi. Dovrebbe funzionare la logica contraria: il locale, curando e promuovendo la serata nei minimi dettagli, ha esso stesso l'onere di procurare gli ascoltatori alla band. Certo è che, finché un sedicente dj guadagna quanto una band, non ci si può scandalizzare se all'età cruciale dei 15-16 anni si possa facilmente perdere la voglia di imbracciare uno strumento "fisico" e buttarsi a piè pari sulla consolle (errata corrige: sul pc; magari fosse una consolle, di questi tempi).
Ognuno ha dunque le sue colpe, chi più chi meno. E non andrebbe risparmiato nemmeno l'ascoltatore medio, che diserta le serate con band originali e gonfia il locale quando ci suona un gruppo revival '50-'60-'70-'80-'90. Nel resto d'Europa si sentono leggende di locali in cui la musica dal vivo è rigorosamente originale, e dove bisogna fare a gomitate per una birra. Sarà vero o no, ma è cosa sicura che troppo spesso noi italiani non siamo capaci di riconoscere e valorizzare il talento nostrano: e magari ci ritroviamo ad osannare band della penisola soltanto quando hanno già fatto il giro del globo.
Nulla contro le cover band, per carità: giusto che si possa proporre ciò che si vuole. L'appello forse va rivolto a chi gestisce gli spazi dove fare musica e alle persone che decidono di andare ad ascoltarla. Anche perché, oggi, chi sa scrivere canzoni è specie protetta che dà futuro alle sette note del belpaese.
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