Canova
Canova

Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Interviste

A tu per tu con Gian Domenico Mazzocato

Alla ricerca dell’airone rosso

Pubblicato il 13-09-2009
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Canova

Lei è anche un latinista, un traduttore, ama la storia, il passato. In molti suoi romanzi racconta un Veneto dai tratti oscuri, rischiarato a lume di candela. È importante il ruolo della memoria per la costruzione dell’identità e quindi del divenire di un popolo, di una nazione.

Diciamo però subito che non sono uno che rimpiange il passato. Come dice un mio amico storico, “se qualcuno cerca un nostalgico non pensi di trovarlo tra gli storici”. Non penso al passato come ad una teca inviolabile di valori perduti, rispetto ai quali saremmo, secondo qualcuno, in perdita secca. Proprio perché ritengo che nulla sia più importante della memoria, della identità profonda e radicale che viene dal nostro “come eravamo”. Se vogliamo sapere dove stiamo andando, bisogna che abbiamo ben chiaro l’itinerario già percorso. Senza veli, senza invenzioni, con crudezza. Ecco io cerco di raccontarlo questo viaggio, è lo spazio della mia scrittura. Già che ci siamo: non credo alla favola delle piccole patrie o, peggio, dei campanili. Credo ad una cosa ben diversa: al pluralismo delle voci, delle identità, delle culture. La salvaguardia delle singole culture deve puntare ad una dimensione dialogante con le altre. Studiare il cammino da cui veniamo ci può insegnare la difficile strada della conoscenza, della tolleranza, del dialogo. Difficile, ma l’unica praticabile. Lei in qualche modo ha citato un mio titolo (Veneto oscuro): beh, uno dei sensi che bisogna cogliere in quell’espressione è che siamo davanti ad un epocale, dolorante oscuramento della memoria. Per due secoli siamo stati terra di emigrazione: una vera emorragia, paesi che si svuotavano per riempire i transatlantici che salpavano verso l’ignoto. Adesso che siamo terra di immigrazione dimostriamo di rinnegare la nostra storia. Ci siamo già dimenticati di quando (non moltissimi anni fa), sfruttati, senza documenti, in balia di qualsiasi padrone gli extracomunitari eravamo noi. Ecco direi che lo spazio della scrittura (la mia in particolare) è riannodare questi fili spezzati della memoria.

Gian Domenico Mazzocato


Ho letto di recente “Tanaquil l’Etrusca”, come molti suoi testi è un libro che potrebbe essere utilizzato nelle scuole. Lei è stato insegnante, è bellissimo e fascinoso l’espediente dell’affabulare, del generare l’incanto: accende la curiosità, facilita l’avvio all’approfondimento, allo studio.

Amo Tanaquil come forse nessuno dei miei personaggi. Tutti si meravigliano che un narratore di cose venete si sia messo a raccontare una storia ambientata nella Roma e nell’Etruria di 2500 anni fa. Io per tagliare corto dico che mi sono preso una vacanza. Ma la risposta dovrebbe essere più complessa. Intanto l’idea mi è venuta dal mio lavoro di traduttore. Traducendo il grande Tito Livio mi sono imbattuto nella storia bella di questa autentica, misteriosa first lady dell’antichità che assiste alla morte del marito e indaga per scoprire il colpevole. Poche righe nella narrazione di Livio (che ovviamente nemmeno si sogna di rivelare le motivazioni dell’assassinio), amplificate da me in quello che è un vero e proprio poliziesco. In realtà c’è molto altro. Per esempio nel rapporto tra Tanaquil e suo padre Atnis io ho fatto un bilancio della mia vita, del rapporto con mia figlia diventata di colpo adulta e “altra” rispetto alla bambina che avevo per casa. Con quel libro ho curato il dolore di un mutamento atteso, ma comunque dirompente. Poi è vero: è una gran bella storia da raccontare e a me è piaciuto farlo. Prima di farlo ho viaggiato a lungo nell’Etruria. Per giorni mi sono aggirato a piedi sulle sponde del lago di Bolsena, ho respirato quelle arie antiche, tra necropoli e paesaggi rimasti immobili nel tempo. Per il resto i miei libri sono nelle scuole e quando mi chiamano vado sempre ad incontrare i miei lettori giovani e giovanissimi. Lo considero una scommessa vinta sul loro futuro. La scrittura è il veicolo migliore per entrare nelle anime.

Nei suoi “Diari di viaggio” si legge tra le righe sempre presente la ricerca delle tracce dell’uomo, è prevalente alla descrizione dei paesaggi, dei luoghi.

Sì, nel mio sito personale curo da qualche anno con molta diligenza i miei diari di viaggio. Testi ma anche foto. Sono un “esploratore” della vecchia Europa che amo e ho percorsa ormai tutta. E credo che lei dica molto giustamente: cerco l’uomo e le sue tracce, cerco la cultura di questo vecchio continente che ha mille voci e mille rigagnoli diversi di storia. Ma sento che nel suo insieme è un fiume grande e possente. Aggiungo che io viaggio in camper e la mia è una conoscenza senza mediazioni. Vado dove voglio, con i ritmi che mi scelgo io. Respiro bene, insomma. Cerco di comunicarlo agli altri descrivendo paesaggi, luoghi, oggetti. Anche le oggettive difficoltà del viaggiare. Questa estate mi sono (forse qualcuno potrà sorridere) perduto a Praga. Il fatto è che la città ceka è un cantiere e il navigatore è andato in tilt. Scendere nel traffico, chiedere di essere aiutato, districarsi con le difficoltà della lingua (solo i giovani parlano inglese) è stato una sorta di naufragio in un oceano ostile. Ma anche una forma di conoscenza. Vorrei dire di relazione aperta.

Da “Il delitto della contessa Onigo” è stata tratta una riduzione teatrale, “Mato de guera” è stato scritto per il teatro, sono suoi lavori recitati entrambi da Gigi Mardegan. Cosa offre di più il teatro ad un racconto, ad un romanzo? Cosa gli toglie?

Sono due cose diverse. Non ho mai pensato a cosa c’è in più o in meno. Piuttosto mi sono reso conto di una cosa. Che scrivo per il teatro perché sul palcoscenico il dialetto funziona a meraviglia. Non sarei capace di scrivere (però mai dire mai) in italiano per una voce recitante. Il dialetto è la lingua del teatro, nella mia testa e nella mia anima. È la prima lingua che ho parlato (benedetto sia mio padre che non ha ceduto alle tentazioni dell’ambiente borghese e un po’ schifiltoso in cui sono nato). Vardanega Ugo (rigorosamente prima il cognome poi il nome per il protagonista del mio “Mato de guera”) che rievoca la sua straziante vita in trincea, quella che lo ha condotto all’alienazione e alla follia, non può che farlo in dialetto. E sono sempre io che parlo. E però devo dire grazie a Gigi Mardegan che non è solo voce, ma anche anima, gesto, intensità. Un grande. Per la scrittura delle mie opere narrative invece mi devo costruire, con fatica enorme (la sconosciuta fatica della spontaneità) un impasto -in continuo, magmatico cambiamento- di lingua dialettale e lingua colta. Per il resto il teatro offre motivazioni, immediatezze, emozioni che nessuna altra situazione sa costruire.

Il mestiere di scrittore obbliga a lunghe solitudini, a lunghi silenzi. I viaggi, le “gite” in camper rappresentano la fuga, il pieno d’aria che poi consente l’immersione?

Beh, ho i miei metodi di scrittura. Concepisco una storia, poi passo alcuni mesi a documentarmi, poi la scrivo in testa, poi mi metto a tavolino (si dice così, ma bisognerebbe dire: davanti alla tastiera). Quando scrivo (la stesura materiale di un romanzo mi chiede uno o due mesi) mentalmente, al mattino, timbro il cartellino. So che nelle ore che seguiranno devo produrre un tot. Poi, ovvio, tormento due righe per tre giorni e magari scrivo dieci pagine in una mattinata. E dunque è proprio come dice lei: le pause sono importanti come i periodi di attività. I vuoti non sono mai vuoti davvero ma “pieni” diversi.

Lei è anche autore di diverse raccolte poetiche, un... “Fuoco vecchio” o una ricerca che continua?

Il titolo della mia ultima raccolta di liriche è “Dalla selva delle esili memorie”. Anche in quella selva ho cercato il fuoco vecchio della mia poesia. Un fuoco avaro ma che presume di non morire mai. Una piccola brace resta sempre, rimane sotto la cenere in attesa di tempi migliori, più generosi. È il messaggio della speranza della poesia e della scrittura in genere. Ha notato che si usa dire “il tal dei tali è scrittore e poeta”? Diavolo, e la poesia non è scrittura? Che distinguo è? In realtà la poesia ha il vantaggio (piccolo ma visibile) di un uso, come dire, più diretto della parola, più scavato e scabro, come definirebbe Ungaretti. Con la poesia uno riesce a restituire nudità e auroralità alla parola. Come se fosse appena nata e stesse per spiccare il volo, avesse molte sonorità nascoste, una rivelazione da proporre. La poesia è un atto di fiducia nella persistenza della memoria e degli strumenti attraverso i quali essa si perpetua: le parole appunto. Forse è per questo che io scrivo pochissimi versi. Perché rare volte vivo nella pienezza di questa fiducia. La mia scrittura è perennemente tormentata dal pessimismo che viene dalla presenza del male nella storia. Se scrivo, quando scrivo, è per un tentativo di risalita.

Un progetto di scrittura, di incontro, di viaggio.

Un romanzo in mente (un bel romanzone storico ambientato nell’epoca che più pratico, gli inizi del Novecento) ovviamente top secret. Un viaggio in Francia lungo gli itinerari segreti di san Martino: un santo laicissimo che ho conosciuto per caso (traducendo una grande risorsa della nostra terra, Venanzio Fortunato, l’ultimo grande poeta della classicità latina) e amo moltissimo. Potrebbe essere una icona dei tempi moderni. Nel mio sito gli dedico una intera sezione. E gli incontri? Beh, gli amici. Altri scrittori, qualche pittore, artisti di teatro, viaggiatori come me. Anche tanti miei ex alunni che hanno preso a considerarmi loro confidente e confessore laico. Li ho sempre amati tutti e loro mi ripagano. Se aggiungo la mia famiglia, tutto questo mi rende, senza ombra di dubbio, la persona più ricca dell’universo.







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