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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 2 - n.9
Una recensione di Letty Fox, tra i romanzi capolavoro di Christina Stead, una delle voci più importanti e originali della letteratura australiana e inglese del Novecento
Pubblicato il 13 giu 2021
Visto 5.165 volte
«Non c’è frase di questo romanzo che non commuova e non sospinga verso la prossima con spontanea curiosità e gratitudine. Poi, però, finisce, ma giusto all’ultima parola e non a una di meno» (Aldo Busi). Un giudizio autorevole e ammirato, che traccia già una strada all’interno del libro e ne rivela l’impronta della struttura: l’invito a nozze per un lettore.
Il romanzo in questione è Letty Fox di Christina Stead (collana gli Adelphi 254, 2004, pagine 734, 12 euro).
La trama in breve, presa pari pari dalla copertina dell’Adelphi e sbirciata con il consueto disamore per la sintesi delle trame: “In una calda primavera del 1942 una sensuale ventiquattrenne, dopo aver inutilmente aspettato la telefonata del suo uomo del momento, lascia la sua stanza d’albergo e si butta per le vie del Village, depressa. È piena di debiti ma gira in taxi, va a letto all’alba ma lavora fino al tramonto – e affronta una mondanità sfrenata con il solo corredo di ‘completini lisi e infeltriti’. Sotto la scorza cinica e dissoluta conserva una polpa romantica, perché non ha smesso di cercare l’Amore”.
A fine libro, le settecento pagine e oltre scorrono via senza alcuna fatica, viene spontaneo affermare: che bella scrittura, la Stead — autrice originaria di Sydney, una tra le voci più importanti e originali della letteratura australiana e inglese del Novecento — e che personaggio in fondo inconcludente ma indimenticabile, la sua Letty Fox. Ogni tentativo di cercare un parallelo tra la vita privata della scrittrice e la sua eroina, di piazzare alla guida del libro una bussola per orientarsi sarà anche pertinente ma è piuttosto vacuo. Cercando a tutti i costi tra le righe lei, la Stead, verrebbe da pensare che Christina conosca meglio le cose del mondo dalla parte di una donna brutta, o anche solo incapace di dire, o di suscitare interesse negli uomini, e che mettersi in un altro ruolo le era congeniale per arrivare meglio alla conclusione, salvifica, che gli esiti della guerra tra i sessi in fondo non dipendono dalle armi in dotazione o che le donne si fabbricano da sole: sono infelici e tradite le belle e le brutte, le giovani e le vecchie, le stupide e le intelligenti, e avanti così. Il resto è mascheramento, materiale da teatrino di società.
Il viaggio di Letty, una sorta di Ulisse in gonnella con le sembianze di giovane donna nubile, single, si direbbe ora, cresciuta nell’America del New Deal (il romanzo è stato pubblicato nel 1946) gira in tondo perché al timone c’è quel terrore della solitudine frammisto allo spavento della precarietà economica che inchioda la nave su una rotta antica.
L’aspetto più interessante del libro è il contrasto tra l’arco di virata ridotto al minimo e quegli occhi speciali di Letty che guardano abbracciandolo l’orizzonte intero, per quanto è largo e anche di più. Un’intraprendenza frenetica ma onesta, è quella che muove questa giovane inconcludente che poco più che ventenne traccia già un bilancio della sua vita tutta vissuta all’insegna dell’on s’engage… , e poi si vedrà.
Letty agisce senza paura del ridicolo, avanzando di letto in letto seguendo l’illusione che ogni vicinanza temporanea non sia solo utile ma possa essere/diventare amore, il libro è un romanzo-tragedia en travesti, e poi neanche tanto, in realtà. Quello di Letty è un comportamento che ha spesso il retrogusto dello squallore, però il più delle volte, anche quando le vedi in faccia il mercante coi denti d’oro, resta intorno alla ragazza invecchiata precocemente che è in fondo Letty un alone rosato e viene da pensare: se questo fosse il male, come si potrà mai chiamare tutto l’inferno che ci sta intorno?
Jacky, la sorella di Letty, attraversa con lei il romanzo assieme a un alveare di api regine (a partire da quelle capitane di lungo corso che sono le nonne) e a al ronzio da fuco di tanti uomini che si presentano via via alle tappe da apprendistato sentimentale della protagonista.
In Letty c’è più di qualche molecola mRna di Holly Golightly, l'eroina di Colazione da Tiffany, il celebre romanzo di Truman Capote, compresa l’ombra che incombe che disegna l’enormità del tempo da vivere che si ha davanti vissuta come una minaccia. Il tono scanzonato di Letty, insieme all’andamento arruffato dei flashback che riportano a galla in ordine sparso i suoi ricordi ne fanno un personaggio così simpaticamente fox, anche se per procura e senza pelliccia, che da lettori si è in fondo felici di non saperla ingabbiare.
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