Marostica
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Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Libri

Modalità lettura 1 - n.23

Una recensione di Il delirio del particolare, di Vitaliano Trevisan

Pubblicato il 18-10-2020
Visto 1.577 volte

Marostica

Un invito a perdersi come in un labirinto degli specchi, il temporale incombente, o più modernamente tra i settori a tenuta stagna di Cube — per chi non conoscesse il film, inquadrature-frammento che ricalcano e anticipano una struttura complessa in perenne movimento affacciata sul nulla. C’è anche Kafka, con Ibsen e i suoi spettri, e poi tanta letteratura del teatro del secolo scorso e di quello immortale: il gioco di citazioni e rimandi evocati che si potrebbe mettere in campo parlando di Il delirio del particolare di Vitaliano Trevisan (Oligo Editore, 2020, pagine 88, 12 euro) potrebbe essere lungo, di sicuro affonda le radici lontano nel tempo, e in una commistione di arti, ma indugiare a tirare i dadi sposterebbe di troppo l’asse alla visione notturna ricostruita magistralmente, del tutto illuminata a giorno, che appare qui.
Si tratta di un testo per il teatro, “ein kammerspiel” cita il sottotitolo, ovvero una “recitazione da camera”. È stato vincitore nel 2017 del Premio Riccione, con la motivazione della giuria che riconosceva e affermava ciò che il lettore di oggi percepisce quasi fisicamente procedendo tra le pagine, anche senza avvertire necessariamente lo scattare di ingranaggi del “ferreo congegno” narrativo: la natura di partitura musicale del testo. Senza svelare ciò che non si deve sulla scena più bella, naturalmente raffigurata in musica, tolto il brusio e regolate le frequenze per mettersi in ascolto, parole, frasi e dialoghi dei personaggi (la tomba Brion, la Vedova, il Defunto, Cecchin e Bernardi) ma anche i loro silenzi, svelano un intreccio di linee perfette (intessute a rovi di rose) che disegnano tratto-spazio-tratto un edificio umano e non più umano di cui l’architettura di Carlo Scarpa, col suo canone, è insieme artefice e sintesi. Sarebbe un gran peccato che non ci fossero i Cecchin (il segretario-badante della vedova), quelli come lui che ascoltano i cantastorie in estinzione — forse sono le storie da cantare in estinzione, di sicuro in mutazione. Su taccuini pieni di dignità, con fare puntuale, prendono appunti col lapis, disposti a inciampare in racconti come questi che fanno vacillare pur parlando di una summa di equilibri, perché di fatto mostrano a chi li guarda da vicino un’architettura di ossa rose da un’ossessione imperiosa, irriducibile.
Procedendo tra le pagine, ci si chiede se il delirio sia quello della donna-narratrice, nato per morire tra pareti di stanze che incarnano una bellezza nata con già scritto il suo destino di muffa, o quello disegnato nel suo capolavoro del celebre architetto, che morì in una città anonima del Giappone di una morte accidentale narrata qui con dettagli autoptici misti a contorni fiabeschi; oppure quello dei Bernardi, che si ostinano a esplorare per tutta la vita le vite degli altri pur di non averne una propria. Forse il delirio vero è quello del racconto custodito in luoghi resi speciali come questo, opere di uomini faber costruite con ardimento e a lot of work, direbbe Trevisan, piccoli mondi monumentalizzati redivivi grazie al potere della parola.

un particolare della tomba Brion, di Carlo Scarpa, ad Altivole

Come accade in questo testo, messa con arte sulla carta o declamata fedelmente a teatro, la parola sa traghettare in un passaggio unico sulla riva opposta un prodotto che va al di là della sua mera addizione di ingredienti (oggetto-creazione della mente umana-azione). La poesia di “Se non perde non è un Tetto” che abita queste stanze va scoperta di persona.

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