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Ci sono persone che se anche vengono adorate da tutti, non stanno antipatiche. Pubblico e critica da sempre innalzano Quentin Tarantino nell'Olimpo dei grandi, e lo fanno a ragione. Il regista si è consolidato negli anni come Maestro di cinema, che sa creare attorno ad ogni sua nuova opera la sensazione di evento unico. La ragione? Non solo la cura maniacale che riserva ad ogni suo lavoro (10 pellicole in 20 anni di carriera), ma soprattutto la capacità di mescolare generi, di unire un cast strepitoso e di stupire come solo lui sa fare.
Non è quindi da meno Django Unchained, la sua ultima fatica che ha iniziato a monopolizzare l'attenzione di tutti gli appassionati già da un anno. Ora che è arrivato nelle sale non stupisce l'incasso record ottenuto nel primo weekend di programmazione né tanto meno le vittorie e le nominations ottenute ai Golden Globe e agli Oscar.
Liberamente (molto liberamente) tratto da Django, pellicola italiana del 1966 che fa parte dell'epoca preferita da Tarantino del nostro cinema, questo Django è uno schiavo nero che trova una nuova vita grazie all'aiuto di un cacciatore di taglie tedesco che lo assume come suo aiutante. Dopo un anno di caccia grossa, i due si apprestano al colpo più difficile, liberare la moglie di Django, Brumhilda, dalle grinfie del proprietario terriero Candie. Il piano è quello di ingannarlo, comprando da lui un lottatore, ma non tutto andrà come previsto.
Da una trama di per sé semplice, Tarantino è riuscito a creare un capolavoro dove western, dramma, e pulp si mescolano assieme creando un film esplosivo che già dai primi minuti conquista e dove nemmeno l'aspetto sociale viene dimenticato: lo schiavismo e il razzismo vengono infatti trattati tra umorismo (vedi la spassosa gag del ku klux klan) e serietà.
Il merito sta tutto nelle scelte adoperate, a partire dal cast eccezionale dove spiccano l'ormai affezionato Christoph Waltz (Bastardi senza gloria), buffo e puntiglioso, un Jamie Foxx al suo meglio, un Samuel L. Jackson irriconoscibile e fenomenale nei panni di un nero negriero, e infine un Leonardo DiCaprio spietato e cattivo come mai lo si era visto (e ingiustamente snobbato dall'Accademy). A funzionare sono però i loro personaggi, costruiti a tutto tondo, con un'infinità di sfaccettature che li rendono estremamente interessanti.
Tutto questo -unito a un lavoro citazionista intelligente (in un breve cammeo compare Franco Nero e numerose sono le scene che omaggiano Sergio Leone) e una colonna sonora da brivido che spazia dai classici western all'hip hop di oggi con la chicca di "Ancora qui" cantata da Elisa e composta da Ennio Morriccone- fa di Django Unchained un vero capolavoro.
Unici punti deboli? Forse la struttura meno solida rispetto a Bastardi senza gloria e una durata che nel finale si dilunga un po' (proprio lì dove compare Quentin, ma ci si riprende subito col botto). Se questi sono punti deboli lo sono però come piccoli nei necessari, che non scalfiscono minimamente la bellezza e l'entusiasmo che Django sa donare.
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