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La porti un bacione a Bassano
Interviste in enoteca: Barbara Guidi, da Firenze alla direzione dei Musei Civici di Bassano del Grappa, passando per Ferrara
Pubblicato il 05 mag 2023
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Nata a Milano, da papà fiorentino e mamma calabrese.
Barbara Guidi, direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa, è la sintesi dell’Unità d’Italia.
Dall’età di due anni è vissuta e cresciuta a Firenze, che ll’è la sua città. È quindi fiorentina a tutti gli effetti e, quando parla, la sua toscanità la si intuisce per la caratteristica “c” aspirata, benché lei a Bassano ormai sia di hasa.
La direttrice dei Musei Civici Barbara Guidi (foto Alessandro Tich)
È con la dottoressa Guidi che prosegue la nostra rubrica delle interviste in enoteca, nello spazio messo a disposizione dall’enoteca Sant’Eusebio presso l’hotel Alla Corte nell’omonima e ridente frazione di Bassano. Un’opportunità per incontrare i volti noti del nostro territorio e per conoscerli meglio andando oltre le domande rituali delle interviste che scaturiscono nelle occasioni ufficiali.
Laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo Storia dell’Arte e dottorata in Storia dell’Arte presso l’Università di Firenze, Barbara Guidi ha svolto per due anni l’incarico di assistente universitaria nello stesso ateneo.
Poi la prima svolta della sua carriera: il trasferimento a Ferrara, dove ha svolto ben 18 anni di attività professionale presso il Palazzo dei Diamanti e i Musei Civici, scalando le classifiche fino a diventare coordinatrice scientifica e responsabile dei programmi espositivi del Palazzo dei Diamanti medesimo.
Dopo aver vinto il bando di concorso indetto dall’amministrazione comunale di Bassano, dal 2 novembre 2020 si è insediata nel suo ufficio di direttrice dei Musei Civici della nostra città. Come ho già avuto modo di scrivere all’epoca, vi è entrata in punta di piedi, coincidendo i suoi primi mesi di lavoro in città con l’acme della pandemia. Ma in questi due anni e mezzo ha ampiamente dimostrato di che pasta è fatta, portando in cascina una serie di risultati di cui la mostra “Io, Canova. Genio Europeo” è stata solo il successo più recente e il più mediaticamente esposto.
Incarichi come il suo sono sempre legati a una data di scadenza e prima o poi (ma in molti auspicano più poi che prima) la dottoressa Guidi continuerà la sua carriera in altri lidi.
Ma tutto fa pensare che quel giorno, ripensando alla nostra città, lo farà con nostalgia.
La porti un bacione a Bassano.
Barbara Guidi: al di là dell’attività del Museo, come si trova una fiorentina in una piccola città come Bassano del Grappa?
Io mi trovo molto bene. Intanto mi piace molto girare e anche cambiare luoghi in cui vivere. Perché penso che sia un’esperienza che aiuta a guardare le cose anche da prospettive diverse. Bassano è una città molto bella in cui la qualità della vita è assai alta e fino a questo momento l’esperienza è assolutamente positiva. E poi curiosamente, essendo passata da una città piuttosto grande, Firenze, a una città più piccola come Ferrara e poi a un luogo ancora più piccolo, con l’andare degli anni le confesso che si iniziano ad apprezzare le dimensioni più pacate, in cui si può raggiungere tutto a piedi o in bicicletta, e non si deve diventare matti, travolti dai turisti o cercando di salire su un autobus dovendo difendere lo spazio vitale. Inoltre ho sempre viaggiato tantissimo, per studio e per lavoro, e quindi le grandi città, le grandi capitali me le sono godute in quei momenti e questo mi aiuta ad apprezzare di più anche luoghi come Bassano e come Ferrara.
È vero che dei suoi amici toscani le hanno detto che da quando si è trasferita a Bassano ha perso un po’ della parlata toscana?
Sì e me lo avevano già detto a Ferrara. Ormai il mio parlato è un po’ imbastardito però confesso che giusto la settimana scorsa sono tornata a Firenze e ho, come si dice, “risciacquato i panni in Arno”. Quindi là nei primi giorni torna fuori questa pronuncia, questa “c” molto aspirata. Però diciamo anche che il lavoro mi impone di cercare di parlare un italiano il più pulito possibile.
Che cosa fa Barbara Guidi nel presumo poco tempo libero che ha a disposizione qui a Bassano?
Veramente poco. Cerco un po’ di leggere, però alla fine il lavoro occupa tanto spazio anche perché, anche se fisicamente non si è al lavoro, poi si rischia di continuare a pensare al lavoro, a immaginare progetti futuri. Però tendenzialmente cerco magari di ascoltare della musica, di leggere se riesco a ritagliarmi del tempo, qualche volta vado a fare qualche passeggiata lungo il Brenta, ma raramente, oppure ospito degli amici e faccio conoscere i luoghi. Si mangia molto bene da queste parti, mi piace portarli qua e là. Cerco di rilassarmi e di ricaricarmi un attimo le pile.
Lei quindi in parte è una di quelli che si portano il lavoro a casa?
Purtroppo sì…
Parliamo appunto del suo lavoro. Qual è la sua concezione di museo?
Ollallà…che domande difficili. I musei vengono sempre immaginati come dei luoghi polverosi, dove chi non si sente sufficientemente preparato, acculturato, ha quasi timore a entrare e spesso e volentieri, quando entra, se il museo non è accogliente, si trova a disagio perché non riesce a comprendere, non si sente a proprio agio. E non riesce di conseguenza neanche ad entrare in sintonia con le opere e ad avere un’esperienza appagante. Il museo invece deve essere un luogo in cui si possono provare delle emozioni, in cui si danno degli strumenti a qualunque persona per poter godere di quello che la propria personalità, il proprio temperamento porta a godere. È il luogo dove si deve sentire il desiderio di poter tornare, perché una volta si scopre una cosa, la volta successiva si ha voglia di scoprirne un’altra e tutte le volte una visita ha qualcosa di nuovo da dire. Deve essere bello, anche emozionante e deve essere un luogo da cui si impara qualcosa. Ma non nel senso della lezione impartita. È un confronto, è uno scambio.
Come sta applicando concretamente questi princìpi nella direzione dei Musei Civici di Bassano?
Le confesso che io ho deciso di fare questo concorso perché quando è uscito il bando tornai a Bassano, perché c’ero stata tantissimi anni prima, e vidi i Musei. E mi dissi: “Qui c’è tanto da fare”. Perché il Museo Civico, secondo me, era rimasto quasi fermo nel tempo. C’era da fare rimettendolo a nuovo, dandogli una dimensione più moderna nel senso dei musei anche internazionali e dei grandi musei italiani, perché le collezioni erano molto belle ma gli spazi non adeguati ad accoglierle e a valorizzarle. Quindi c’è una dimensione estetica, una dimensione del modo in cui si devono mostrare le opere e una dimensione informativa, dove abbiamo lavorato molto partendo dall’identità del Museo, sul sito internet e il catalogo online. Adesso, col riallestimento, arriveremo agli ultimi step e quindi tutte le didascalie, i pannelli di sala, eventualmente un’audioguida. Un po’ come abbiamo fatto con la mostra di Canova. Quindi un luogo in cui si sta bene, si ha voglia di tornare, bello perché anche esteticamente ci si sente bene, dove le opere sono bene illuminate e si possono vedere bene e dove ogni tanto cambia qualcosa, perché così si riesce sempre a mantenere viva la curiosità. È un po’ questo quello che sto cercando di fare.
Dopo la mostra di Canova è in corso appunto il riallestimento del Museo Civico. Che sfida rappresenta?
È una sfida grande perché è sempre difficile fare dei cambiamenti sulle consuetudini. È un esercizio interessantissimo anche per me stessa e per i miei colleghi, con cui ci stiamo confrontando tanto. Però le sfide sono sempre portatrici di grandi opportunità ed è giusto anche continuare a misurarsi. È un lavoro importante anche perché lo staff è piccolo e poi perché, per chi non la conosce, la macchina pubblica, dal punto di vista amministrativo burocratico, è molto complessa e quindi fare cose importanti in poco tempo, con una burocrazia che non sempre è semplice da gestire e da dominare, rappresenta certamente una bella sfida.
Inevitabile una domanda sulla grande mostra da poco conclusa. Come è stato il suo incontro ravvicinato con un mostro sacro come Canova?
È stato avvincente e come abbiamo detto tante altre volte non è stato semplice perché le contingenze erano complicate. È sempre complicato fare una grande mostra e lo sta diventando sempre di più, per tutta una serie di fattori. E Canova è un mostro sacro sia come artista che come montagna da scalare in termini di ottenimento dei prestiti e di musei con i quali ti devi confrontare. Per una città piccola come Bassano non era un risultato scontato. Vedere la gente che aveva la sensazione di essere in un grande museo e che è venuta a visitare una mostra di quel livello, per me è stata la soddisfazione più grande.
In un futuro che verrà preferirebbe essere ricordata qui a Bassano per essere stata “la direttrice della mostra di Canova” o per qualcos’altro?
Io parto da un presupposto: cerco di dare il massimo per l’amministrazione e per la città. Perché i Musei sono un patrimonio della collettività. Naturalmente ho la mia personalità e cerco di realizzare un disegno che risponde al mio temperamento. Non pretendo che venga accolto tutto quello che io proporrò, ma mi piacerebbe che le persone provassero a misurarsi con quello che ho cercato di far vedere loro. Credo che la mostra di Canova sia stata una bella soddisfazione per la città, un bel traguardo raggiunto per tutta la città. Quindi sono felice se mi ricorderanno per quella, ma vorrei che non mi ricordassero solo per quella perché vorrei fare anche altre cose.
Ed eccoci al finale delle interviste in enoteca, nel quale il patron dell’enoteca Sant’Eusebio Roberto Astuni associa all’intervistato un vino particolare.
“Abbino un Sangiovese - spiega Astuni -. Il Sangiovese in Toscana è diventato un “must” e uno dei vini più buoni del mondo, il Brunello, è fatto col Sangiovese. Ma lo si fa anche in Emilia, visto che la direttrice Guidi ha lavorato così a lungo in questa Regione. Questo Sangiovese con etichetta Colle Giove è prodotto da un famoso chef che è Carlo Cracco, nella sua tenuta vista mare. Sono delle vigne di oltre 40 anni, situate in una superficie collinare dove c’è un’escursione termica che dà un tocco particolare. È un vino molto complesso, con una grande determinazione nell’effettuare il salto di qualità in pochi anni. Anche Cracco è uno molto determinato nei suoi progetti e per quello che la direttrice è riuscita a fare qui a Bassano ci vuole una determinazione incredibile. Quindi ho deciso di abbinare a lei questo vino per questa serie di motivi.”
Cin cin col Sangiovese, dunque, e arrivederci al prossimo G8.
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