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In un’edizione indimenticabile, non fosse altro per il fatto che mescola
memorabili pagine di sport a rivedibili episodi di cronaca nera, l’Italia sale
sul tetto d’Europa cancellando lo scempio di 12 mesi fa col flop mondiale in
L'Italia torna a comandare in Europa dopo 24 anni di digiuno (fonte immagine: wikipedia.org)
Angola. Il risorgimento azzurro matura nel momento del minimo storico di questo
movimento, in pieno stile italiano, con la guerra intestina in atto tra Lega e
Fihp che ha bloccato per ora l’organizzazione dei campionati e minaccia di
andare ben oltre e con una nazionale ridotta a un cumulo di macerie dopo i
recenti insuccessi internazionali. Ma l’exploit di Alcobendas è il paradigma di
un costume tutto italico di produrre il supermassimo se messi con le spalle al
muro. In mezzo a un clima di scetticismo e fra i veleni della politica delle
rotelle, in pieno marasma la forza del cittì Mariotti e dei suoi fanti è stata
quella di sapersi isolare dai miasmi delle polemiche compattando un organico di
cemento armato. Probabilmente non il più forte di tutti quanto a singoli valori
individuali, ma indiscutibilmente il migliore e insuperabile a coesione di
gruppo e spirito di sacrificio. Il fatto poi che il condottiero Mariotti e uno
dei suoi uomini simbolo, Federico Ambrosio, siano al momento senza squadra, è l’
emblema delle criticità del nostro sistema, confidando che la corona
continentale accenda la luce in fondo al tunnel. Mariotti, oltrechè eccellente
stratega, ha saputo miscelare un drappello di giovani leoni, i portieri Gnata
e Barozzi, (il breganzese addirittura leggendario), gli esterni Illuzzi,
Pagnini, Ambrosio, Verona, con un pugno di senatori di totale affidabilità
quali Cocco, Motaran, Squeo e il leader Tataranni, modellando una squadra da
sogno. La partenza costellata di luci ed ombre (il 7-3 alla Svizzera e
soprattutto il soffertissimo 3-2 in rimonta sulla Germania con sigillo del
trionfo di Ambrosio sulla sirena), prima dei due capolavori con Spagna e
Portogallo: 2-2 con gli iberici padroni di casa, dominatori delle ultime sette,
diconsi sette edizioni degli Europei e al secondo pareggio nelle ultime 63
partite ufficiali e addirittura 3-2 coi fenomenali lusitani. Un’impresona al
cubo, questa, scandita da due gol in inferiorità numerica (Cocco e Ambrosio) e
ancora dal timbro della festa dello stesso straordinario Mattia. E all’ultimo
scalino il sudatissimo bottino con la Francia, avanti 4-2 in avvio di ripresa e
invece sorpassata in tromba dagli acuti di Motaran e da un doppio Tataranni d’
autore, prima di finire ostaggio della sua personalissima notte da incubo. Ma
per sollevare la Coppa, serviva che la Spagna non battesse gli odiati cuginetti
del Portogallo: 0-2 ospite, poi 4-4 e persino doppio break do Portugal, 4-6.
Remuntada d’orgoglio degli iberici, 6-6 ad un alito dalla fine. Se la Spagna
segna ancora è campione, sennò esulta a sorpresa l’Italia. Che schierata in
tribuna è divorata dalla tensione, mentre il catino madrilista è rovente a
spingere i suoi eroi. Il Portogallo resiste, l’Italia tocca il suo eden, 24
anni dopo l’ultimo hurrà continentale targato Lodi 1990. Allora c’era il
professor Massari a sovrintendere dalla panchina, mentre Mariotti era in campo
assieme a tanti draghi, da suo fratello Enrico, a Rigo, a Crudeli. Da quel
giorno, solo l’incanto del mondiale a Wuppertal del ’97, Germania felix grazie
alle magie dei gemelloni Michielon e di Cunegatti. Dopo, soltanto epiche
imprese sfiorate come l’argento europeo del 2004 cin Francia e dietro al
Portogallo, con Carlos Dantas, portoghese pure lui, transitato per Bassano,
occasionale cittì. Adesso, l’ebbrezza dei numeri uno riassaporata di nuovo.
Quando al massimo si vagheggiava il bronzo. Ma così c’è molto più gusto.
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