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Ritorno al futuro
Dallo spunto di alcuni atti vandalici adolescenziali compiuti in estate nell'area del castello di Bassano, qualche considerazione sul rapporto educativo tra adulti e giovani
Pubblicato il 14 dic 2020
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Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.
Lo scrittore francese Paul Valery ha partorito questa frase nel 1931. È diventata celebre in Italia nel 2002, quando un writer milanese l’ha impressa sul muro della stazione di Porta Genova. Se uno degli effetti devastanti del Coronavirus è scompaginare la percezione del futuro, è logico pensare che le grandi vittime di questa pandemia siano i più giovani, che hanno alle spalle un passato minuscolo e davanti agli occhi orizzonti dilatati. Ma il futuro si alimenta del presente, cioè di tante “presenze” – padri, madri, maestri, allenatori, compagni di viaggio – che traghettano e accompagnano i più fragili nei passaggi delicati della vita.
È compito dell’adulto esserci, essere ... “presente”.
Nei mesi climaticamente più caldi del 2020, che hanno coinciso con l’allentamento dei contagi e delle normative anti-Covid, l’area del castello di Bassano era costantemente presidiata dagli adolescenti, che si assembravano, si scomponevano e si riaggregavano in compagini variabili, dando forma a gruppi o compagnie che potevano assumere atteggiamenti diversi. La barbarie diventa un antidoto alla noia; così si spiegherebbero alcuni atti vandalici, come il tentativo di incendiare una palma o lanciare sassi pesanti contro i lampioni. Con ammirevole efficacia sono state centrate le alte vetrate dell’antica pieve di Santa Maria in Colle. Lo Spirito Santo ha il senso dell’ironia; e così uno dei crepi sul vetro è uscito a forma di colomba; il dettaglio fa sorridere, ma fa anche pensare.
Quel buco è soltanto un vuoto a rendere? Dobbiamo fargliela pagare? O è un messaggio dello “Spirito”, che cerca di connettersi al mondo dei “grandi”? Forse adesso è alle porte di casa e sta bussando, suona il campanello, cerca di capire dove siamo. D’altronde è questa la domanda primordiale che Dio rivolge all’uomo adulto: “Dove sei?” (Genesi 3,9). La vetrata che si infrange crea uno spazio deserto: li abbiamo dimenticati, lasciati soli davanti agli schermi di tanti device, dove manca l’ingrediente essenziale, la “presenza”? Ci siamo collegati con loro soltanto da “remoto”, participio passato del verbo “rimuovere”? Abbiamo un patrimonio di parole, gesti, valori, emozioni da consegnare a questi ragazzi, che li abiliti a elaborare un progetto, a non alienare tempi e risorse?
L’operazione più intrigante in questa vicenda è risalire il fiume della storia. Con grande meraviglia si scoprirà che la piazza del duomo, a Bassano, era nei secoli scorsi un’area educativa; le confraternite promuovevano anche la figura del “maestro di scuola”, ed è molto probabile che lì si insegnasse non solo la dottrina cristiana. Il caro e benemerito don Giorgio Pirani, nel 1747, qualche anno prima di raccogliere le ragazze abbandonate, si era inventato “l’oratorio dei poveri”, che aveva la sua sede nella chiesetta di San Giuseppe, presso il duomo.
Nel 2020 gli adolescenti bassanesi più fragili sono tornati “a casa”, negli spazi in cui un tempo gli adulti non erano scomparsi. Questi piccoli vandali ricordano il giovane Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il ritorno del padre.
“Adultus” e “adulescens” sono rispettivamente il participio passato e presente dell’unico verbo “crescere”: “adulèscere”, in lingua latina. Rinsaldare il patto tra le generazioni è l’unica speranza per tutti.
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