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Qualche tempo fa, quando la cronaca bassanese era obnubilata dalle vicissitudini del restauro del Ponte, una notizia del genere avrebbe sollevato polemiche, discussioni e campionati mondiali di commenti ping-pong sui gruppi social locali. Ora invece, obnubilati come siamo da due anni di Covid e da una settimana di guerra in Ucraina, non può che essere relegata alla categoria inferiore delle “piccole curiosità”. Un intervallo leggero di stravaganza cittadina tra le pesanti notizie di questi giorni.
Sto parlando, per l’appunto, del nostro amato Ponte. Che per noi bassanesi, al netto della sofferta pratica per la sua candidatura Unesco, è il Numero Uno. Uno e Inox, dal momento che - come ben sappiamo - il più famoso ponte di legno d’Italia è fatto di legno solamente in parte. Sotto il suo vestito si nasconde infatti la struttura interna delle quattro stilate, elemento distintivo dell’intervento di ricostruzione delle stesse, prevalentemente realizzata in acciaio inossidabile. Maxi travi reticolari di fondazione, sistemi di tiranti, nuove sezioni dei pali dei rostri, travi di appoggio, profili sagomati, plinti, armature e quant’altro: sono le estese componenti inox del ponte cyborg rivestito di legno.
Per un rinfresco della memoria, pubblico qui sotto nella gallery l’immagine tratta dalla relazione illustrativa della proposta migliorativa di progetto di Inco Srl, relativa alla struttura interna delle stilate, dove tutte le parti in bianco sono quelle progettate e realizzate in acciaio. Guardare per credere.
Orbene: nella visione generale del Monumento Nazionale restaurato, che continua ancora ad essere attribuito al genio architettonico di Andrea Palladio, queste avanzate soluzioni ingegneristiche evitano di essere impattanti nella misura in cui non sono visibili a occhio nudo. E in effetti, grazie ai rivestimenti in legno ma anche all’azione coprente dell’acqua del fiume, sono state efficacemente nascoste.
Tuttavia può capitare, in determinate condizioni ambientali, che qualcosa “sfugga” all’operazione-copertura. Lo vediamo nella foto pubblicata sopra: quattro elementi a pelo d’acqua sotto i rostri della stilata che appaiono a occhio nudo generando un singolare effetto pugno-nell’occhio. Si tratta delle estremità delle travi in acciaio inox di appoggio intermedio della reticolare di fondazione, che a loro volta poggiano su micropali in acciaio e in calcestruzzo.
Sono le stesse travi che si vedono nell’altra immagine tratta dalla proposta migliorativa di progetto che pubblichiamo più sotto, alla quale abbiamo aggiunto le frecce in rosso per indicare meglio la loro posizione.
La foto delle moderne “presenze nell’acqua” mi è stata inviata da un nostro affezionato lettore e risale allo scorso gennaio, quando a seguito della mancanza di piogge di questi mesi il livello idrometrico del Brenta era particolarmente basso. Facendo affiorare in questo modo quello che un aspirante Patrimonio dell’Umanità - che secondo i criteri Unesco deve “rappresentare un capolavoro del genio creativo dell’uomo” e “costituire un esempio straordinario di tipologia edilizia e di insieme architettonico” - non dovrebbe far vedere.
Ovviamente il turista medio non sa che quelle intrusioni a pelo d’acqua sono fatte di acciaio. Quello stesso turista che magari ammira il manufatto “palladiano” dal balcone panoramico della Taverna al Ponte, dove con l’acqua bassa le travi di appoggio sotto la quarta stilata, quella più vicina ad Angarano, sono ben visibili.
Ma per l’occhio di un esperto e magari di un futuro inviato dell’Unesco, chiamato a valutare l’integrità storico-architettonica del Ponte cinquecentesco nell’ambito di un’eventuale proposta di candidatura “seriale e transnazionale” del medesimo, sono dettagli che non vanno sottovalutati. Ma questa, come ho specificato prima, altro non è ormai che una piccola curiosità di stravaganza cittadina e, aggiungo, di passato rivangato.
La Pontenovela appartiene a un’altra epoca, quando parlavamo di putrelle e non di Putin.
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