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La storica giornata di inaugurazione del Ponte restaurato inizia, per quanto mi riguarda, alle 8 di mattina al varco d’ingresso in centro storico di via Museo. La città è ancora vuota ma l’intero salotto cittadino è già circondato dalla rete di transenne esterne e interne, presidiate dai volontari della Protezione Civile dell’A.N.A., per i filtri di entrata e di uscita dei pedoni, gli unici autorizzati a transitare in centro. Proprio mentre arrivo, le grida si diffondono nell’aria ancora bella fresca vista l’ora.
Una signora con il cane al guinzaglio vorrebbe uscire perché deve portare il cane a fare i suoi bisogni tra l’erbetta del parco della Mazzini. Ma non può uscire: perché quello, per l’appunto, è un varco di entrata e non di uscita. Ne scaturisce un’animata discussione con i due alpini in tuta gialla che, inflessibili, le bloccano il passaggio. A questo punto la signora, ahimè, mi riconosce: “Lei è un giornalista, vero? Venga qua.” Mi dice in modo concitato che abita in via Roma, vuole mostrami la carta d’identità, mi spiega che il cane “è pieno”, che è assurdo non poter uscire dalle transenne per andare pochi metri più in là, che lei lavora in Comune e che adesso chiamerà i vigili.
Senonché è proprio il cane, che evidentemente non ce la fa più, che si mette a tirare, oltrepassando il limite vietato. La sua proprietaria fa lo stesso e viene fisicamente fermata dal volontario di guardia, che la prende per la spalla. “Non mi tocchi, che la denuncio! Mi ha fatto male!” urla lei. “Dove?”, dice lui, indicando la testa. Ne nasce un altro breve parapiglia, poi la catena si spezza e la signora finalmente se ne va, dopo che l’altro volontario, vista la situazione ormai ingestibile, consiglia al collega: “Assa stare!”. Viva il Ponte degli Alpini.
Foto Alessandro Tich
Ma la “fibrillazione” - chiamiamola simpaticamente così - dimostrata dai severi controllori delle transenne di ingresso di via Museo non sarà nulla nei confronti di quella dimostrata dal servizio di sicurezza dello Stato, che raggiungerà livelli parossistici. Tutti pazzi per il Ponte.
La celebrazione inaugurale vera e propria ha luogo nel teatro all’aperto “Tito Gobbi” al Castello, accessibile solamente su invito o su accredito e con green pass. Più pass di così, non si può.
Le disposizioni per i giornalisti sono queste: dopo l’ultimo discorso sul palco sarà eseguito un canto conclusivo dei cori di Bassano. In quel momento bisognerà alzarsi dalle sedie e velocemente andare sul Ponte per anticipare le autorità per il taglio del nastro. Inizio di cerimonia con l’Inno d’Italia cantato dai cori bassanesi, diretti dal maestro Cinzia Zanon e posizionati tutt’attorno le mura interne del teatro, per un particolare “effetto stereo” in salsa tricolore.
Sul palco parla per prima il sindaco Elena Pavan. “Il Ponte - dice - è il nostro modo di pensare, di essere naturalmente accoglienti. Oggi volevamo fare una festa in piazza ma non è possibile. Ma viviamo una grande festa di cuori e di valori che qui celebriamo con radici profonde.” “Il nostro Ponte non è mai uscito dai nostri pensieri. Anni di cantiere e di preoccupazione dei sindaci che mi hanno preceduto”, dichiara ancora la Pavan riferendosi a Stefano Cimatti e Riccardo Poletto. “Il Ponte di Bassano - conclude - è anche il Ponte per Bassano e noi oggi, insieme, ripartiamo da qui.” Ecumenica.
Il governatore Luca Zaia parte innanzitutto con una delle sue: “Non chiamiamolo più Ponte Vecchio, perché dal 1929 è il Ponte degli Alpini.” Poi il suo discorso si fa identitario: “Questo Ponte, come i veneti, ne ha subite di tutti i colori. Nel mondo oggi si costruiscono più muri che ponti, dal Veneto ancora una volta parte un ponte.”
Quindi Zaia, che cita Palladio e ricorda che l’esistenza del Ponte è documentata dal 1170, tira fuori il suo asso dalla manica: “Pochi giorni fa c’è stata la nomina del Monte Grappa a Riserva della Biosfera UNESCO. Ma perché non tentiamo di fare questo Ponte Patrimonio dell’Umanità? Sapete che ho ormai una certa pratica su queste cose.” “Ce lo meritiamo - aggiunge il governatore -. Nel 2019 è già diventato Monumento Nazionale. Questa è la vera sfida, sindaco.” Seduta in prima fila, Elena Pavan gli risponde: “È una cosa che volevo dire a San Bassiano.” E Zaia dal microfono: “Ma siccome la Regione paga sempre, posso dirlo io.” Siparietto strepitoso.
L’ingegner Sebastiano Favero, presidente nazionale A.N.A. e, come professionista, collaudatore del Ponte è addirittura più realista del re. “E se oltre al Ponte - afferma Favero nel suo discorso - anche gli Alpini diventassero Patrimonio dell’UNESCO? Se lo meriterebbero non solo per il Ponte, ma anche per il loro impegno in questo periodo di pandemia, che ancora oggi sta continuando.”
Gli Alpini, dunque, come le colline del Prosecco? Ci sta.
Dopo l’intervento di Filippo Manfredi, giovane direttore generale di Fondazione Cariverona, uno dei finanziatori del restauro del Ponte, è il turno sul palco del ministro per le Disabilità Erika Stefani in rappresentanza del governo. “Il restauro del Ponte è stata una prova di comunità - è un passo del suo discorso -. Abbiamo una società particolare oggi, che dobbiamo pensare di reinterpretare. Abbiamo bisogno anche di simboli, che possono essere anche persone.” “In Consiglio dei Ministri - continua il ministro - il presidente Draghi ci ha detto che l’unità non è un’opzione ma è un dovere, una necessità. L’unità si trova con progettualità condivise e la vera condivisione ce l’hai col territorio.”
L’ultimo discorso in scaletta è quello del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano, originario dalle nostre parti. Ma non posso riferirvene, perché proprio mentre sta parlando l’alta carica della Santa Sede arrivano trafelati gli addetti del Comune e ci dicono, a noi della stampa: “La Casellati arriva in anticipo, bisogna correre subito sul Ponte.”
“La Casellati” altro non è che il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda carica dello Stato e più alta carica presente all’inaugurazione, che non passa per la cerimonia al Castello e arriva direttamente sul Ponte da inaugurare.
Inizia così una discesa libera in stile Kitzbühel di giornalisti, cameramen e fotografi dal Castello al Terraglio e dal Terraglio al tratto più in giù di via Gamba, all’imbocco del Ponte, dove si manifesta in tutta la sua magniloquenza il servizio di sicurezza. Polizia di Stato - che ha la titolarità, con la Questura, del servizio d’ordine - Carabinieri, Carabinieri Sommozzatori sui gommoni in Brenta, Polizia locale, addetti privati alla security. Ci sono anche due poliziotti a cavallo, che fanno tanto “Sceriffo a New York” e che sono inevitabilmente presi d’assalto dalle foto dei telefonini.
“Presto, presto!”, ci dice una funzionaria della Polizia mentre arriviamo all’ultima transenna, quella che divide il Ponte di Bassano con il resto del mondo. Il taglio del nastro avverrà alla metà del Ponte e diversi metri più in là, verso Angarano, è collocata la postazione della stampa: un recinto in modalità pollaio dove tutte le normative sul distanziamento sociale vanno a farsi benedire.
Entriamo nella nostra stretta gabbia, tutti attaccati, e ci viene più volte pregato di stare ancora più stretti. L’assessore comunale Andrea Zonta, che sta di fianco col cappello da alpino e con aria sconsolata, ci dice: “go ciapà paroe dalla vicequestore perché i giornaisti i sta troppo larghi”.
Ma più stretti di così, in realtà, non si può stare.
Il timore dichiarato è che allargandosi anche di pochi centimetri qualche alta autorità dello Stato venga “intralciata” nel suo passaggio in direzione di Angarano dopo il taglio del nastro. Eppure, tra il nastro che ci racchiude e la balaustra sul lato opposto del Ponte c’è ancora una marea di spazio.
I rappresentanti dei media assistono quindi allo storico momento provando l’emozione delle sardine in scatola. E io, per fare le foto del taglio del nastro senza perdere la posizione acquisita sto per lunghi minuti col tronco piegato a sinistra e il telefonino pronto a scattare, con la mano collocata non troppo in alto e non troppo in basso per non coprire la visuale di chi mi sta dietro. Se un giorno mi stufassi di fare il giornalista, potrò fare il contorsionista.
L’arrivo delle rombanti e lampeggianti moto della Polizia da via Pusterla annunciano finalmente l’arrivo della presidente del Senato Casellati. Tutte le altre autorità “selezionate” per l’inaugurazione sono già lì da diversi minuti e il Gran Carosello può iniziare.
Il gruppo del gotha delle istituzioni si avvicina lentamente al nastro da tagliare, retto da due rappresentanti dell’A.N.A. affiancati da due carabinieri in alta uniforme e da due finanzieri.
Prima però c’è l’altrettanto solenne momento della benedizione del monumento, ad opera di Sua Eminenza cardinale Parolin. Talmente solenne che durante la preghiera un fotografo “di Stato” si mette proprio in mezzo al Ponte davanti al pollaio per i media, coprendo la nostra visuale. E le parole che escono dalle bocche di giornalisti e fotografi, compresa la mia, per dirgli di spostarsi non sono certo adeguate al momento religioso.
Nel frattempo, ciò che sta accadendo sul Ponte viene trasmesso in diretta sul maxischermo per i quasi 300 invitati che sono rimasti nel teatro al Castello, anche se uno di loro mi manda il seguente messaggio WhatsApp: “Qua non si vede né si sente niente”.
Si arriva quindi finalmente al momento - fatidico, ma anche liberatorio - delle forbici che passeranno alla storia: quelle con le quali la presidente del Senato Casellati taglia il nastro tricolore del Ponte Vecchio restaurato e restituito alla città. La scia di autorità istituzionali, religiose, civili e militari, protetta da un cordone di sicurezza, ci passa poi davanti, senza intralci e senza inciampi, per entrare in quella che a modo suo è pure un’istituzione: la Taverna al Ponte.
Qui, dal balconcino panoramico, il gruppetto delle autorità-top assiste all’altro gran momento che segue: la sfilata sul Ponte delle rappresentanze delle 80 sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini, che si conclude ovviamente con la nostra sezione A.N.A. Montegrappa, fresca di celebrazione del proprio centenario.
Dopo gli Alpini sfila per ultima, preceduta dal sindaco Pavan e dal presidente Facchin, una rappresentanza non completa del consiglio comunale di Bassano. E l’ex sindaco Poletto, sotto il cui mandato è stata scritta gran parte della storia del restauro del Ponte, c’è.
Si conclude così la parte ufficiale della mattinata inaugurale del Ponte di Bassano rimesso a nuovo, nel giorno 3 di ottobre dell’anno del Signore 2021. Una mattinata in cui non è stata protagonista la città, ma lo Stato: e per fortuna che non è venuto Mattarella.
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