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Tanta gente in centro in questo sabato di mercato a Bassano: un segno della nostra grande voglia di ritorno alla convivenza sociale, mortificata dalle regole anti pandemia

Pubblicato il 10 apr 2021
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L'uomo è un animale sociale. Lo diceva Aristotele e aveva ragione. Oggi, con la mortificazione dei rapporti umani imposta dalle regole anti pandemia, siamo diventati perdipiù degli animali social, costretti come siamo a gestire le nostre relazioni sociali da remoto. Ma è una situazione contronatura: siamo nati per incontrarci ed aggregarci di persona con altri individui senza il filtro degli algoritmi di Facebook.
Lo smartphone aiuta a comunicare a distanza in tempo reale, ma non può sostituire l'efficacia socializzante del dialogo diretto. E quanto più siamo isolati dal resto dei nostri simili per garantire il distanziamento sociale (ma più che “distanziamento” io scriverei “disgregazione sociale”), tanto più siamo costretti a rivolgerci al surrogato delle nuove tecnologie, che ci influenzano e ci controllano.
Il grave rischio è che, a lungo andare, la nostra umana comunità si trasformi in un insieme di macchine più o meno pensanti, nonché reciprocamente distanti anche quando il distanziamento non sarà più decretato per Dpcm, tenute sotto scacco dal cosiddetto “sistema”, un po' come il modello di società controllata preconizzato dal Grande Fratello di Orwell. Anche perché ciò che l'Era del Virus sta scardinando è proprio il nostro libero arbitrio.

Foto Alessandro Tich

Ma per fortuna il nostro istinto socializzante è ancora lungi a morire. Abbiamo ancora fame e sete di incontrarci, di gettare alle ortiche il tabù di non poter stringerci le mani, di conversare de visu con i nostri interlocutori e non solo via Zoom o a viva voce, di condividere con gli altri esperienze reali e non virtuali, di compartecipare universalmente al momento in cui l'assembramento non sarà più sanzionabile. In altre parole: abbiamo fame e sete di tornare a vivere normalmente. È assai probabile che quando ciò avverrà dovremo ancora portarci dietro la mascherina, ma è giunta l'ora che la nostra voglia di ritorno alla convivenza sociale getti finalmente la maschera.

Scrivo queste cose perché sono le impressioni che ho raccolto aggirandomi per il centro di Bassano in questo sabato mattina di mercato. Con il ripristino della “zona arancione” sono tornate anche le bancarelle in piazza e, complice la bella giornata di sole, è tornata anche la gente. Tanta gente. Un via-vai incessante, venditori e acquirenti impegnati in trattativa, capannelli di persone intente a chiacchierare, gruppetti di consumatori di caffè da asporto, bambini scatenati tra i fiori in offerta e i nuovi arrivi dell'abbigliamento primaverile. Attraversando la piazza ho dovuto rallentare il passo, tante erano le persone che indugiavano tra una bancarella e l'altra davanti a me. Sono le stesse scene che si presentavano anche dopo il lockdown, nell'estate di semilibertà condizionata del 2020, prima di ritornare prigionieri della “seconda ondata” autunno-inverno del Covid. Scene che dividevano la pubblica opinione, una parte della quale esprimeva un atteggiamento fortemente critico nei confronti di questi “assembramenti”, compresi anche gli affollamenti ai tavolini esterni dei bar, che avrebbero facilitato la ripresa della diffusione del virus.
In quel momento quelle critiche e quei distinguo avevano una ragione di essere.
Ora basta, per cortesia. La voglia di riconquistare il diritto a svolgere il ruolo di animali sociali, anche se sempre e ancora imbavagliati dalla mascherina, è un'aspirazione che non va più criminalizzata.
L'incontro tra persone non è solo una dose di vitamina C favorita dal colore arancio: è l'AstraZeneca della ripresa collettiva, è il vaccino che ci immunizza dalla depressione sociale. Senza possibili effetti collaterali. Per la prima volta dopo un anno e due mesi di reclusione mentale, questa mattina nel trovarmi in mezzo alla gente non mi sono sentito a disagio, non ho pensato a come evitare i punti più affollati per prevenire rischi di contagio, non ho guardato alle persone sconosciute che mi attorniavano con quella diffidenza che il sistema ci ha instillato. Ho provato anzi un senso di piacevole condivisione dell'esperienza in comune di occupazione pacifica, e socializzante, della città. Ed è significativo che queste sensazioni generate dall'incontro e dall'interazione tra la gente abbiano preso forma in piazza.
Piazza Libertà.

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