Pubblicato il 11-08-2020 13:51
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Non servi ma padroni

Intervista all'imprenditrice Francesca Masiero, presidente della Pba di Tezze sul Brenta

Non servi ma padroni

Francesca Masiero (Presidente Pba)

Laureata in Filosofia a Milano, con un master in giornalismo, l’imprenditrice Francesca Masiero ha un profilo assolutamente inedito per essere un capo azienda metalmeccanica del “profondo” Nordest. Presidente della Pba, società fondata dal padre negli anni Settanta («Un vero genio tecnico»), da Tezze sul Brenta esporta maniglie e maniglioni in 60 paesi del mondo, 18 milioni di euro di fatturato, con clienti in larga misura tedeschi e americani. Per citare i più noti: la società che gestisce l’Empire State Building a New York e la Warner Bros., il colosso cinematografico a stelle e strisce. In queste settimane alla Pba stanno progettando le maniglie per la nuova sede di Google e per quella della Apple: «Siamo in attesa di capire cosa decideranno gli americani per le misure degli uffici e che tipo di distanziamento sociale vorranno mantenere tra gli impiegati. Lavoriamo con i primi dieci studi di architettura al mondo, realtà come lo Studio Gensler di San Francisco, 6 mila architetti e 1,2 miliardi di dollari di fatturato: vogliono maniglie e sistemi di aperture che diminuiscano al massimo la trasmissione dei germi, prodotti in rame, un materiale che possiede caratteristiche molto particolari. In futuro ci sarà sempre più richiesta di porte hands-free, in grado di azionarsi senza il contatto diretto con le mani. Il mondo post 11 Settembre doveva essere un “mondo sicuro”, oggi il post pandemia esige invece un “mondo pulito”». Ma la Pba non è l’unica attività in agenda di Francesca Masiero, che oltre all’azienda di famiglia insegna Philanthropic Strategy, Sustainability and Management Decisions all’università di Bergamo, siede nel cda della casa di editrice La Nave di Teseo, guidata da Elisabetta Sgarbi, e si occupa di private equity per start up innovative a Milano. Prima di entrare in azienda nel 2003, ha lavorato nella redazione di Repubblica e nel mondo dell’entertainment con la Lux Vide, la società cinematografica fondata da Ettore Bernabei.

Il Covid è destinato a cambiare il modo di esportare e la pianificazione dei business esteri anche delle aziende del nostro distretto. A cosa dovranno prepararsi gli imprenditori bassanesi?
Il nostro tessuto industriale è sempre stato un’isola felice, anche nei momenti di crisi passati. In tutta Italia ci riconoscono un “dna” imprenditoriale fatto di grande inventiva e di coraggio. Rispetto ai vicini lombardi siamo mediamente meno indebitati e abbiamo cuscinetti di liquidità ancora importanti. Nel recente passato siamo andati a vendere e a costruire fabbriche in posti lontanissimi da noi con fortune e risultati “alterni”. Penso alla Cina, un mondo agli antipodi dal nostro, io ci sono stata nel 2000 e ho capito che fare impresa in quel contesto è radicalmente diverso da come lo facciamo qui. Arrivo al punto: il Veneto si manterrà un’area industriale vitale se capirà la dicotomia che sta caratterizzando il commercio mondiale, ovvero quella del “servo-padrone”.

Immagino non sia una classificazione di tipo marxista…
Se le nostre aziende pensano di competere sui mercati globali con la mentalità tipica delle economie emergenti, dove si tratta solo sul prezzo, sul centesimo in meno, ci tratteranno sempre di più da “servi”, in una logica che prima o dopo ci porterà ad essere sostituiti da altri “servi” più a buon mercato. Se invece faremo nostra la mentalità del “padrone” dei prodotti, della tecnica, della tecnologia, allora avremo un grande futuro e sempre maggiore considerazione. Noi siamo i padroni “del saper fare” tanti prodotti che fanno il successo del made in Italy, saper fare meglio le cose complicate è il nostro punto di forza. Chi esporta negli Stati Uniti deve – e dico per fortuna – osservare una infinità di regole ambientali, di certificazioni, di normative. Ed è un bene, perché noi lo sappiamo fare, altri in giro per il mondo ancora no.

Il lockdown e le limitazioni alla circolazione delle persone modificheranno anche il ruolo e il peso dei diversi sistemi fieristici, snodo cruciale anche di una fetta importante dell’economia berica. In questo segmento cosa succederà?
La mia azienda ha lasciato il mondo delle fiere già da prima del Covid. Gli scenari sono evidentemente pieni di incertezza: penso ad un Salone del Mobile senza la presenza degli americani, con pochissime presenze e con una parte del mondo che compra che non si può muovere. Il non vedersi di persona, a mio avviso, è un dramma: si bloccherà prima o dopo il vero motore degli affari e dell’economia, ovvero l’entusiasmo, la voglia di conoscere e farsi conoscere. Le imprese, i progetti, le catene di produzione vivono di relazioni personali, di contatti umani, di aspirazioni.

Nella quotidianità delle nostre vite il Covid ha stravolto anche l’organizzazione del lavoro nelle aziende. Smart working, riunioni via Zoom che collegano impiegati da una casa all’altra e da un continente ad un altro. Banalmente: cosa renderà, per fare un esempio, necessario un viaggio all’estero di un capo azienda o di un commerciale?
La vita… A chi interessa solo lavorare e basta? Senza avere l’emozione di fare qualcosa di importante, senza la ricerca di nuove relazioni, di nuovi spunti per innovare l’azienda? Non è vita lavorativa rimanere chiusi nella propria stanza di fronte ad un pc. Dopo la fine dell’emergenza sanitaria dobbiamo riprendere a viaggiare, ri-condividere fisicamente il lavoro con gli altri, stringerci la mano. La presenza fisica con un cliente o un fornitore permette di captare esigenze, richieste, anche dubbi, che uno schermo non può certo trasmettere. Il sistema di lavoro solo a distanza ci porterebbe ad un solipsismo pericoloso.

Un’immagine tipica della quarantena: il fattorino che consegna il pacco da e-commerce. Il commercio elettronico è un’altra delle prossime sfide per il made in Italy. I nostri distretti manifatturieri sono preparati?
Non la inquadro così la questione. Finora il commercio elettronico ha giovato solo ai grandissimi gruppi, penso al settore della moda o al business di Amazon. Anche la casa editrice La Nave di Teseo è “costretta” a vendere su Amazon, ma non sarà questa la strada giusta per tutti i segmenti dell’economia. Questa corsa alla vendita al ribasso, al prodotto che costa un euro in meno da un sito ad un altro, è alla lunga sostenibile? I margini del commercio online permettono business solo su larghissima scala: noi dobbiamo vincere la sfida dell’eccellenza, che non è certo quella del prezzo. Questo tipo di commercio, in saldo permanente, costringerebbe in un futuro vicino anche a dover sacrificare i nostri diritti e quelli dei lavoratori. Nutro grandi dubbi sull’effetto del commercio online anche sulla psicologia delle persone: temo che possa portare in alcuni casi a forme di maniacalità negli acquisti, in una logica di accumulo su accumulo di oggetti inutili.

Il suo “grado di disillusione” invece verso la capacità della politica di sostenere realmente le aziende nella ripartenza economica?
Ho letto che per l’ultimo decreto di agosto hanno litigato su tutto, Cig, licenziamenti, misure per le imprese. La politica dovrebbe trovare le risorse quando scarseggiano, ma per farlo ci vorrebbero le competenze, che oggi sicuramente non ci sono. Per dirla con De Andrè ci vorrebbe almeno un po’ di vocazione, ma manca pure quella. Non vorrei generalizzare, ma l’incompetenza di questa politica ha creato danni, danni veri. Quindi la mia disillusione è totale, anche se non me la sento di giudicare la gestione di questa crisi sanitaria. Mi piace ascoltare il ministro Gualtieri, forse per la sua formazione da storico.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è professore di Storia Contemporanea alla Sapienza di Roma e ha guidato la Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo, mentre per fare un esempio Sergio Battelli è stato riconfermato presidente della Commissione Politiche Ue, quella incaricata di vigilare sulla gestione dei fondi del Recovery Fund, forte di un diploma di terza media e con alle spalle un’esperienza lavorativa in un negozio di animali.
Mi terrorizza che abbiano in mente di usare la Cassa Depositi e Prestiti per entrare nelle aziende, sul modello della vecchia Iri. Sarebbe un disastro. Il Nordest non ha inoltre un tessuto di aziende di dimensioni adeguate per operazioni simili. Bisogna capire se Confindustria è d’accordo e allora c’è un grosso problema o se invece è contraria e allora deve farsi avanti con forza. Cassa Depositi, più politica dei bonus e redditi di cittadinanza vari mi sanno “tanto di Cina”.

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