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Oggi è il Giorno del Ricordo. Non serve che ve lo ricordi. E non serve neppure che io rievochi, come ho già fatto in diversi altri miei articoli, la mia storia di figlio e nipote di esuli da Fiume che mi rende particolarmente sensibile alla questione, in quanto parte diretta in causa. Preferirei persino non parlarne, perché ciò significherebbe che l'argomento dell'Esodo giuliano-dalmata, ma anche degli eccidi messi in atto in quel periodo dai titini, nuovi padroni dei territori adriatici dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, in qualche modo sia stato finalmente digerito e assimilato dalla nostra comunità nazionale. Una pagina di Storia da trattare finalmente con distacco e da analizzare con l'occhio oggettivo della scienza storiografica, senza interpretazioni di parte, senza derive ideologiche e senza rivalse, negazionismi o rancori.
E invece, a ogni 10 febbraio, ci ritroviamo sempre al punto di prima. O di qua o di là, fatta eccezione per le tantissime persone appartenenti alla categoria degli indifferenti.
Ovvero dalla parte di chi in questa mesta giornata celebrativa trova l'occasione di approfondire e soprattutto di capire che cosa è stato questo gigantesco dramma italiano, oppure dalla parte di chi approfitta di questa ricorrenza civile per continuare a gettare fango sulla memoria degli esuli e degli infoibati, fino a negare (è accaduto alcuni giorni fa con l'Anpi di Bologna) la dimensione della tragedia. Vi dirò che la cosa mi comincia a stufare, perché sembra quasi che il Giorno del Ricordo sia fatto apposta per stimolare a cadenza annuale l'italica tara della strumentalizzazione, che porta noi esuli ad essere considerati da taluni come degli strani animali da osservare allo zoo e ad essere quasi costretti a dover giustificare, come accade da sempre, la nostra presenza in questo Paese. Fortunatamente la consapevolezza civile sulla rilevanza storica dell'Esodo negli ultimi anni è cresciuta, ma la strada da percorrere per arrivare a un riconoscimento generale, condiviso e soprattutto neutrale dell'argomento in questa nostra Italia e nella cosiddetta “Europa dei popoli” è ancora in salita ed è ancora tanta.
Un'immagine dell'Esodo giuliano-dalmata (fonte immagine: ilpiccolo.gelocal.it)
In questa sede non mi occupo dunque dei massimi sistemi riguardanti la questione dell'Esilio e delle foibe, che ci porterebbero lontano. Mi limito invece ad esporre alcune considerazioni sui riflessi locali, e cioè bassanesi, di questo Giorno del Ricordo 2020.
La prima riguarda le manifestazioni organizzate in città su iniziativa del Comune.
Ancora una volta devo sottolineare il ruolo di presidio intelligente del territorio svolto dalla Biblioteca Civica, sempre sul pezzo anche in questa occasione. Per cui metto idealmente ancora un “like” allo spirito di iniziativa del suo direttore Stefano Pagliantini.
Proprio in occasione del Giorno del Ricordo, infatti, la Biblioteca ha allestito un'esposizione con una ricca bibliografia di testi dedicati alla tematica, che spaziano dalla saggistica storica alla narrativa, alla memorialistica. Non è certo un'iniziativa per le “masse”, rivolgendosi a un pubblico di cultori della Storia, ma è un segno di attenzione che va certamente sottolineato. In più la rassegna “Venerdì: storia. Incontri sul filo della memoria”, che alla Biblioteca Civica è ospitata, non poteva non occuparsi anche quest'anno di queste vicende per lunghi decenni dimenticate. È accaduto venerdì scorso, 7 febbraio, con la conferenza “Percorsi di memoria lungo il confine orientale”.
A dialogare con lo storico bassanese Francesco Tessarolo è stato, in veste di relatore, lo storico goriziano Franco Miccoli, presidente dell'associazione “Concordia et Pax” di Gorizia e Nova Gorica, le due piccole Berlino Ovest e Berlino Est divise in due proprio con la nascita della Jugoslavia di Tito. Sono andato su internet a cercare qualche informazione su questa associazione italo-slovena: i suoi soci fondatori sono “vittime o congiunti dei tragici fatti riguardanti i primi cinquant'anni del secolo scorso” e il suo scopo è quello di favorire “la promozione della cultura della riconciliazione e della convivenza pacifica fra le comunità viventi sul confine goriziano”. Lo sottolineo perché - in questa fase senza fine che ci vede ancora oggi, a noi italiani figli dell'Esodo, sbattuti tra le due sponde politiche della sinistra e della destra - è un piccolo ma significativo esempio di come, a oltre 70 anni da quei drammatici fatti, ci si debba finalmente approcciare alla questione.
Ma non è tutto, per quanto riguarda Bassano del Grappa.
Questa sera in sala Da Ponte il Comune ha proposto la proiezione del docufilm “Egea, la bambina con la valigia, dal cuore esule” del regista Mauro Vittorio Quattrina, dedicato ad Egea Haffner, l'esule istriana la cui immagine da bambina con la valigia con la scritta “Esule giuliana n. 30001” è diventata un simbolo iconografico di quella pagina di Storia.
Ne scrivo con piacere, anche se la cosa mi emana un sapore di gesto riparatorio dopo l'improvviso e improvvido tentativo della maggioranza Pavan di lanciare in consiglio comunale la proposta della cittadinanza onoraria di Bassano del Grappa ad Egea Haffner, quale “contrappeso” della cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre proposta dalle minoranze. Un'operazione condotta con una tale improvvisazione, e senza chiedere la preventiva approvazione della diretta interessata, da portare la signora Haffner a rifiutare con fermezza l'onorificenza bassanese, per evitare di “essere strumentalizzata”.
Anche di questa vicenda ho già scritto a suo tempo e non serve ritornare ancora una volta sulle considerazioni già espresse in quella occasione. Rimarco invece il fatto che la esule-simbolo dell'Esilio adriatico non abbia ancora risposto - e probabilmente mai risponderà - all'invito del Comune di Bassano a venire in città almeno per raccontare la sua testimonianza in un incontro pubblico, meglio ancora se con gli studenti, e che l'intenzione annunciata allora dal sindaco Pavan di “riaprire la partita” e di “farle cambiare idea” sia rimasta lettera morta. La proiezione questa sera a Bassano del docufilm che riguarda Egea Haffner mi richiama pertanto l'immagine dell'esposizione pubblica della figura in cartonato di una persona assente, passo forzato per suggellare un'azione incompiuta, destinata a rimanere tale.
Infine un fatto che mi riguarda personalmente, ma che risente indirettamente di quelle “derive ideologiche” citate nel primo capitolo di questo articolo. Dopodomani sera, mercoledì 12 febbraio, con inizio alle 21, in sala Tolio in città, interverrò come relatore all'incontro pubblico intitolato “Esodo e foibe: una ferita ancora da rimarginare”.
Assieme a me parlerà Annamaria Fagarazzi, già presidente dell’Associazione Nazionale Esuli della Venezia Giulia e Dalmazia. L'incontro è il primo appuntamento del neo nato ciclo di serate “Mercoledì Storia”, organizzato dall'associazione Cultura e Identità e dall’associazione Destra Brenta.
Aderisco sempre volentieri all'invito di chi mi chiede di raccontare la mia testimonianza di italiano cresciuto con la storia dell'Esodo nel sangue, indipendentemente dalla provenienza culturale o dallo schieramento politico in cui l'organizzatore della serata si colloca. Lo avevo già fatto l'anno scorso, sempre su invito dell'associazione Destra Brenta, e qualche anno prima per “Venerdì: storia” in Biblioteca Civica, su invito del professor Francesco Tessarolo. Ritengo infatti qualsiasi occasione di divulgazione al pubblico della vicenda storica degli esuli una preziosa opportunità per aprire la mente, far scoprire delle storie ignote e diffondere conoscenza. Tuttavia, mi è stato riferito che alcune persone in città sono rimaste “esterrefatte” per la mia adesione alla serata di mercoledì.
Uso la parola “esterrefatte” quale eufemismo che racchiude ben altri sentimenti: disgusto, sospetto, diffidenza. Il motivo per cui questa cosa ha fatto “scalpore” è perché io avrei deciso di partecipare a una serata “di destra”. Come se parlare a una serata organizzata da due associazioni “di destra” implicasse obbligatoriamente presentare al pubblico un intervento “di destra”.
In tutto ciò serpeggia l'atavico e fuorviante luogo comune che ha accompagnato la mia gente giuliana per tutta la seconda metà del secolo scorso: quello che l'Esodo e le foibe siano argomenti “di destra”, se non persino di derivazione irredentista o, peggio ancora, “fascista”. Ormai ho a schifo questa interpretazione della Storia figlia dell'ignoranza, nel senso etimologico della “non conoscenza”, e di uno specchio deformante ideologico ancora duro a morire. Per cui dico a queste persone: nel Giorno del Ricordo, dimenticateci.
Starete meglio voi e noi potremo finalmente mandare in esilio l'analfabetismo storico che vi pervade.
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