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Un po’ global e un po’ local
Scenari globali e scenari a Nordest, non solo dopo la rivoluzione Covid. Intervista a Luigi Marcadella, giornalista bassanese, che collabora con un “think tank” di geopolitica e economia internazionale
Pubblicato il 05 lug 2020
Visto 3.944 volte
Uno dei suoi articoli più letti riguarda un’intervista dello scorso mese di maggio con un signore dal nome impronunciabile, Issara Sereewatthanawut (per non sbagliare a scriverlo ho usato il copia-incolla), segretario generale aggiunto del Partito Democratico Thailandese, che ha raccontato come la Thailandia, una delle nazioni asiatiche meno colpite dal Covid-19, ha affrontato la pandemia. Per la serie: l’interesse del grande pubblico arriva anche su temi per i quali non ti aspetteresti migliaia di letture e migliaia di condivisioni.
L’articolo è pubblicato su “Il Nodo di Gordio” (nododigordio.org) e il suo autore è Luigi Marcadella, bassanese, giornalista, che collabora col portale di informazione in veste di “European Policy Analyst”. Il “Nodo di Gordio”, diretto da Daniele Lazzeri, è un “think tank” di geopolitica ed economia internazionale che nelle sue diverse rubriche presenta, per dirlo in parole semplici, un “panorama del mondo” visto sotto la lente dei macro-temi di attualità, approfonditi attraverso l’analisi e il contributo di pensiero di autorevoli esperti.
Un osservatorio privilegiato per capire, dal punto di vista degli scenari geopolitici ed economici globali, dove ci troviamo e dove stiamo andando, anche e soprattutto in questi nuovi tempi dove gli assetti internazionali sono stati ridisegnati dal virus. Il “globale”, tuttavia, altro non è che la faccia opposta del “locale”. E per capire due o tre cose sul mondo che sta cambiando, in primis nell’economia produttiva e nel lavoro, con inevitabili riflessi anche sul territorio in cui viviamo, chiedo aiuto allo stesso Luigi Marcadella, tramite intervista.
Il giornalista Luigi Marcadella
Luigi Marcadella, cosa significa scrivere di politica e economia in un modo “pazzo” come quello di adesso, dopo l’emergenza pandemia?
Di solito mi occupo di una parte specifica del Paese che è il Nordest, l’area che nonostante le mille difficoltà negli ultimi anni è comunque il motore trainante del Paese. È un’area che è tra le prime zone industriali d’Europa e quindi al mondo. Ma il Triveneto, il Nordest ha un’importanza che spesso noi italiani non riusciamo ad apprezzare. Tante filiere produttive, tanti distretti industriali che abbiamo qui in Veneto li diamo per scontati, perché ci viviamo in mezzo, però hanno un valore che in giro per il mondo ci invidiano. Quello che spesso manca nella visione di chi fa impresa o di chi si occupa di economia del Nordest è quello di cercare di contare di più. Il problema di chi fa attività imprenditoriale in Veneto è che in giro per l’Italia conta poco. Quindi questo è uno dei problemi che, come nella politica, toccano anche l’economia."
Con un osservatorio a tua disposizione come “Il Nodo di Gordio”, ci puoi dire verso dove stiamo andando? Dove ci sta portando l’attualità politica e economica globale di oggi?
C’è un punto interrogativo gigantesco che è quello della fine dell’estate, quando finirà la fase di alcune misure come la cassa integrazione e come la non possibilità per l’imprenditore di licenziare, perché bloccato dalla normativa attuale. Finita quella fase, quando a settembre ci sarà probabilmente la “ripartenza” industriale della seconda metà dell’anno, là ci sarà il riscontro definitivo dei danni che hanno fatto il lockdown e la chiusura di questi tre mesi.
Secondo te il virus ha portato solo del male o è anche l’occasione per ripensare alcuni modelli?
Mah, io sento molti intervistati in questi mesi che dicono che come tutte le crisi anche questa potrebbe essere utile per ripensare il modello e l’organizzazione del lavoro. Lo smart working è sicuramente un gigante che è entrato nel dibattito economico, delle relazioni industriali e del modo di vivere di tutti. Sicuramente ciò che potrebbe essere positivo, almeno è quello che sento dire, è una revisione globale del modo di lavorare, di spostarsi e di tutto quello che è il settore della sostenibilità. Quella potrebbe essere veramente un’occasione per ripensare il modello di vivere e di organizzare il lavoro, la città, le reti territoriali. Molti dicono che lo smart working comunque è un modo di organizzare la propria vita e la società che ha degli effetti negativi sull’economia. Perché, molto semplicemente, chi lavora da casa non mangia fuori, difficilmente spende soldi per vestirsi, per la benzina, per l’auto. Quindi è un altro modo di contrarre i consumi. Sicuramente c’è qualcosa di positivo per la sostenibilità, dall’altra parte c’è la possibilità che il lavoro a distanza porti a ridurre molto una parte consistente della domanda di beni e servizi.
Il sistema di produzione che noi abbiamo avuto prima del Covid, ha ancora ragione di esistere?
Io leggo tante considerazioni interessanti e spesso brutali su quelli che sono gli effetti dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione tecnologica sul lavoro. Ci sono dei Premi Nobel che hanno stimato quante persone potrebbero rimanere a casa nei prossimi decenni dopo l’intervento massiccio della tecnologia sul lavoro. Basti pensare, ad esempio, alle banche.
Molti altri dicono invece che comunque i sistemi economici sono in grado di assorbire il gap perché ci saranno nuovi lavori per nuove necessità e quindi il mondo è in grado di autoregolarsi. Ma le analisi più interessanti dicono che tutte le evoluzioni che ci sono state fino adesso in realtà hanno toccato solo il modo di produrre. Cioè l’uomo è stato avvantaggiato perché la fatica fisica è stata superata dall’avvento delle macchine. Adesso però tutta quella branca specifica di lavori che possono essere fatti anche dalle macchine va a toccare anche i lavori intellettuali. Ho letto che ad esempio in America anche i lavori della fascia alta della biologia, le analisi, nell’arco di 10-15 anni saranno fatti dalle macchine. In America gli avvocati, quelli che lavorano sulla fascia media, sono superati da programmi che riescono addirittura a scrivere le memorie difensive. Anche le professioni dove la parte scientifica è predominante rischiano in realtà nei prossimi anni di essere attaccate dall’avanzata tecnologica. Quindi per forza di cose dovremo innanzitutto trovare il modo di dare da lavorare alle persone. È quello che pensano gli americani. Noi europei siamo un po’ più indietro su questo, ma le classi dirigenti americane sanno che il grosso problema che ha aperto la globalizzazione, ma che c’è adesso, è quello di dire: cosa daremo da fare alla classe media da qui ai prossimi 15-20 anni. Perché se è vero che nascono tanti lavori, è altrettanto vero che non possiamo pensare di fare 50 milioni di start-up, 50 milioni di ingegneri. Le economie moderne sviluppate hanno bisogno di tante persone che fanno lavori normali. E questo è un grandissimo tema.
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