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Qualche nostro lettore si sarà chiesto perché io continui a scrivere di ecopiazzole a Bassano.
In fin dei conti, per quanto rilevante, si tratta di un problema che riguarda due soli quartieri di Bassano del Grappa ed è quindi avulso (scusatemi, ma questa parola un po’ aulica mi piace troppo) dagli altri venti quartieri che compongono la nostra stupenda e complicata città.
Ne continuo a scrivere, al di là del dovere di cronaca sugli sviluppi della vicenda, per una ragione ben precisa. Si tratta infatti di un esempio importante e significativo di una situazione calata sulla testa dei cittadini e che costringe i cittadini interessati a organizzarsi in qualche modo e a dedicare tempo, energie e risorse anche economiche per difendere e portare avanti le proprie istanze. È un caso di studio di mobilitazione civile che parte dal basso.
Elina Alonge, la seconda da destra nella foto, il giorno della partenza dei lavori dell’ecopiazzola di via Cogo in quartiere San Vito (foto Alessandro Tich)
Al centro di questa storia non ci sono solamente i compattatori o press container che dir si voglia, né un puro e semplice confronto tra residenti e istituzioni sul sistema del conferimento dei rifiuti e sul mantenimento o meno della raccolta porta a porta. Sarebbe una lettura del problema molto riduttiva.
C’è anche e soprattutto qualcosa di più profondo: uno stato delle cose che comporta una riflessione più generale sul senso di essere cittadini oggi, nel momento in cui i poteri forti del territorio impongono una determinata decisione davanti o vicino a casa tua, indipendentemente dall’argomento della decisione stessa.
È un invito rivolto a tutti a tenere le antenne ben dritte (anche se nominare la parola “antenna” a San Vito non è proprio il massimo) su novità non condivise in precedenza con la cittadinanza, che possono essere sempre dietro l’angolo.
Oggi si parla di ecopiazzole e dei quartieri San Vito e XXV Aprile.
Domani si potrebbe parlare di qualcos’altro e di altri quartieri.
Va anche detto che io continuo a scrivere di ecopiazzole proprio grazie ai cittadini interessati alla questione.
Dipendesse dalla attuale amministrazione comunale di Bassano del Grappa, da Etra Spa Società Benefit e dai due consigli di quartiere, non scriverei più nulla perché per tutti costoro la questione è chiusa.
Come ho riportato in un mio articolo di ieri, il gruppo di cittadini R.E.D. (Residenti Estremamente Determinati) di quartiere San Vito non molla l’osso e sull’ecopiazzola in costruzione in via Cogo sta valutando altre manifestazioni di protesta e anche altre azioni legali.
La qual cosa vuole dire anche altre spese di tasca propria nel caso in cui venisse conferito all’avvocato l’incarico di presentare altri ricorsi o impugnazioni.
Sull’altra faccia della Luna della protesta popolare, e cioè in quartiere XXV Aprile, la sempre attiva Flavia Bernardi, promotrice della raccolta firme contro l’ecopiazzola in costruzione vicino al bar Toffy, continua la battaglia sul suo fronte.
Nell’animata assemblea straordinaria del quartiere XXV Aprile dello scorso 24 settembre, richiesta dal Comitato Spontaneo No Compattatori, Flavia l’irriducibile aveva presentato e fatto approvare per alzata di mano una lettera da “inviare immediatamente”, a cura del consiglio di quartiere, al sindaco di Bassano del Grappa Nicola Finco e al presidente di Etra Flavio Frasson.
Nella lettera, come è noto alle quasi 13mila persone che hanno letto il mio resoconto di quella assemblea, si chiedono varie cose tra cui “l’immediata sospensione dei lavori di realizzazione dell’ecopiazzola avviati dalla società Etra Spa, in assenza di preventiva e specifica informazione e condivisione con la popolazione interessata”.
Votato e approvato dalla quasi totalità dei residenti presenti.
La firmataria riferisce testualmente che “il presidente di quartiere Giangregorio si rifiuta di consegnare la lettera approvata in maggioranza in assemblea straordinaria al sindaco e al presidente di Etra”.
E così, se la montagna non va dal XXV Aprile, è il XXV Aprile che va alla montagna.
Flavia Bernardi è andata a protocollare la lettera-documento al Comune di Bassano del Grappa, l’ha inviata alla sede di Etra a Cittadella con raccomandata A/R e l’ha anche imbucata nella cassetta postale del consiglio di quartiere XXV Aprile.
Sta inoltre tentando di contattare, senza successo finora, un dirigente di Etra per un appuntamento col progettista dell’ecopiazzola.
“Credo sia un diritto vedere come hanno progettato a nostra insaputa lo scempio in centro quartiere”, commenta.
Sono tutte storie di gente comune che è costretta suo malgrado a compiere imprese fuori dal comune per opporsi a situazioni più grandi di loro e sostenere le proprie ragioni.
La clamorosa protesta silenziosa nell’ultimo consiglio comunale di Bassano dello scorso 26 settembre, coi residenti dei due quartieri che hanno voltato le spalle all’assemblea, non è stata una “sagra de paese” come l’ha bollata il sindaco Finco.
È stato il chiaro segnale dell’apertura di una nuova via, che rischia di essere di non ritorno, di perdita della credibilità dell’istituzione comunale agli occhi dei cittadini interessati, che dall’amministrazione comunale dovrebbero essere rappresentati.
Se sagra è stata, è stata la sagra della sfiducia.
Nella semplificazione giornalistica si tende sempre a considerare i gruppi di persone impegnati in azioni di dissenso civile come delle schiere indistinte di cittadini uniti dal comune obiettivo di portare avanti le proprie ragioni.
Ma in realtà ciascun singolo appartenente a questi gruppi ha la sua storia personale, la sua motivazione, la sua visione delle cose e il suo sussulto di dignità nell’affrontare la battaglia in cui è stato costretto, volente o nolente, a partecipare.
Me ne rendo conto all’incontro con il gruppo R.E.D. di quartiere San Vito quando la signora Elisa Alonge, professoressa in pensione, si sfoga all’improvviso davanti al registratore del mio telefonino.
“La cosa che ci fa stare tanto male è questa presa in giro da parte di tutti - afferma testualmente -. La Pavan che dice che all’assemblea del 22 gennaio si era parlato di compattatori, Monegato che dice “no, non sapevo niente” Allora: Giangregorio lo sapeva già il 4 marzo quando ha fatto la riunione al quartiere XXV Aprile, e lui non ne sapeva niente…”.
“Tutta questa storia, così subdola, è stata creata proprio sottotraccia - dichiara la prof.ssa Alonge -. Nessuno deve sapere niente, parola d’ordine del comitato del quartiere: “Non sappiamo niente”. Tutta questa cosa ci fa stare male. Perché ci hanno preso in giro dal primo momento.”
“Noi non abbiamo strumentalizzato la campagna elettorale, come ha detto il signor Frasson - aggiunge, riferendosi al presidente di Etra -. Noi ci siamo mossi in quel momento, perché in quel momento noi abbiamo avuto la certezza che era stata fatta una delibera. E mi dispiace per la signora Pavan, ma è stata informata male dal signor Monegato e dal quartiere. Però in quel momento, anziché fare una sospensione della delibera, poteva benissimo fare un atto amministrativo e bloccare tutti i lavori.”
Ma non finisce qui.
“È inutile che adesso si passino la palla di qua e di là - incalza la residente -. Tutti si passano la palla: la Pavan alla nuova amministrazione e la nuova amministrazione alla Pavan. Che poi sono sempre loro, è cambiato solo il sindaco. Ecco, questa cosa mi fa stare male perché mi sento presa in giro e mi sento anche inerme.”
“Noi siamo dei comuni cittadini, delle persone perbene, che stanno agendo in maniera non offensiva, in maniera legale, in maniera tranquilla - conclude Elina Alonge -. E loro invece ci trattano come se fossimo “individui”, come qualcuno ci ha chiamato.”
Storie di gente: gente comune, gente in Comune.
Sono le due facce della stessa medaglia.
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