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Il Ponte, di riflesso. E non solo per l'allestimento curato dall'architetto e scenografo teatrale Andrea Bernard che gioca su un percorso di specchi e di riflessi che evocano l'elemento-acqua, sopra il quale i ponti si costruiscono e si perpetuano.
La mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, Storia, Mito”, aperta al pubblico fino al prossimo 10 ottobre al Museo Civico di Bassano del Grappa e proposta nell'ambito delle celebrazioni per la restituzione del Monumento Nazionale restaurato alla città, non è infatti una mostra sul Ponte di Bassano. Ovvero, per meglio dire: non è solamente una mostra sul Ponte di Bassano. Il nostro Grande Vecchio ne occupa principalmente la parte centrale, ma - per quanto importante - è un co-protagonista, al punto da non apparire persino nella locandina e nell'immagine ufficiale dell'evento espositivo, per la quale si è preferito puntare sul Capriccio con edifici palladiani di Canaletto, il celebre dipinto pervenuto per l'occasione a Bassano dal Complesso monumentale della Pilotta (Galleria Nazionale) di Parma.
Insomma: una mostra pensata per la restituzione del nostro monumento alla città, senza che il monumento venga evidenziato nei manifesti affissi ovunque per la promozione dell'evento. Una cosa che non tutti i bassanesi, visceralmente legati al “loro” manufatto ligneo sul Brenta, hanno apprezzato. Anzi: di critiche made in Bassano a tale riguardo, anche piuttosto accese, ne ho sentite più d'una.
Foto Alessandro Tich
Quello di Bassano è comunque il “ponte di riferimento” a cui si collegano idealmente gli altri ponti, realizzati o rimasti solo sulla carta, disegnati dai loro progettisti (Andrea Palladio in primis) o raffigurati dai pittori, che compongono il “racconto per immagini” dell'esposizione. La mostra - che non è di immediata comprensione, nel senso che i nessi tra le opere e le cose esposte non sono intuitivi per il visitatore medio - va quindi “capita” e la chiave di lettura per guardarla con gli occhi giusti è il suo stesso titolo.
Diciamolo francamente: se il Comune avesse voluto proporre una mostra solo sul Ponte di Bassano, l'avrebbe intitolata “Bassano e il Ponte”. Punto, anzi ponte e basta.
E invece il primo nome sulla locandina dell'evento espositivo - curato da Guido Beltramini, Barbara Guidi, Fabrizio Magani e Vincenzo Tinè - è quello di Palladio. In un certo senso la mostra ha il merito di restituire dignità alla memoria “bassanese” di Andrea Palladio, l'uomo che l'UNESCO ci invidia, il cui genio architettonico - nonostante le modifiche apportate nelle ricostruzioni a lui successive - ha tramandato ai posteri anche la forma sublime e la funzionalità straordinaria del Ponte di Bassano. Un manufatto unico nel suo genere sopra il Brenta che, a forza di essere chiamato “Ponte degli Alpini”, ci ha fatto quasi dimenticare la somma firma che lo ha concepito mezzo millennio fa.
Andrea Palladio, più che il Ponte che arriva appunto di riflesso, è il vero filo conduttore della mostra. La prima parte dell'esposizione, dedicata al tema dell'Invenzione, è tutta sua. “Invenzione” intesa come capacità di inventare forme di strutture tra le due sponde di un fiume, o di un canale veneziano. Qui in Veneto Palladio è immediatamente associato alle sue Ville - da Villa La Rotonda a Vicenza a Villa Barbaro a Maser - e, ancora a Vicenza, alla Basilica Palladiana e al Teatro Olimpico.
Ma Palladio, fondamentalmente, è stato anche e soprattutto un architetto di ponti. Ponti di pietra, di legno e di carta: i primi rimasti irrealizzati, come il “suo” Ponte di Rialto a Venezia, i secondi portati a compimento dalle nostre parti (Bassano e Cismon del Grappa), i terzi contenuti e descritti ne I quattro libri dell'architettura.
Sono le “invenzioni” esposte nella prima sala. Tra queste: una preziosa copia dei Quattro libri, stampe e disegni cinque-seicenteschi dedicati ad alcuni ponti storici non palladiani d'Italia e d'Europa, il modelli dei ponti palladiani di Bassano e di Cismon realizzati negli anni '80 dal Museo Civico, il modello palladiano poi bocciato del Ponte di Bassano in pietra e il modello del ponte palladiano di Rialto realizzato da Ivan Simonato, dal disegno autografo di Palladio, per la Fondazione C.I.S.A Andrea Palladio di Vicenza.
Dopo l'iniziale overdose di ponti vari, la mostra conduce nel corridoio mediano con pavimento “a specchio d'acqua” per trattare l'argomento della Storia, dedicato finalmente in esclusiva al Ponte di Bassano. Con una veloce e selezionata presentazione delle varie “costruzioni” del Ponte inserite nel contesto economico, culturale e sociale bassanese delle varie epoche. Tra gli elementi degni di nota c'è la famosa Mappa della città di Bassano di Francesco e Leandro Da Ponte e c'è anche il dipinto Omaggio di un podestà bassanese alla Vergine di Leandro Da Ponte, in cui si nota sullo sfondo una veduta parziale del Ponte palladiano. Citando a random, fanno parte di questa sezione anche il modello della macchina battipali e gli strumenti di misurazione originali di Bartolomeo Ferracina, il progetto ottocentesco di una passerella sostitutiva al Ponte, il dipinto del Ponte di Bassano realizzato nel 1807 da Roberto Roberti e le celebri stampe ottocentesche con le vedute del e dal Ponte Vecchio di Sebastiano Lovison. Degna di Bassanonet e della sua Pontenovela è la dark story dedicata al Ponte ricostruito nel '700 dal Ferracina, tra feroci polemiche e maldicenze, alimentate nei suoi confronti da Tommaso Temanza, che lo definì elegantemente “ignorante, sciocco e sudicio porco”. È esposta persino una lettera anonima che dice peste e corna dell'ingegnere di Solagna, preferito al Temanza - e qui si capisce il perché di cotanto astio - per il progetto di ricostruzione del Ponte. L'umile cronista di quell'epoca, con la sua penna d'oca, avrebbe avuto certo di che scrivere...
La sezione conclusiva della mostra - su un pavimento non solo specchiato ma “morbidamente” ondulato come le creste sull'acqua - allarga nuovamente i suoi orizzonti per dedicarsi all'argomento del Mito. Qui il Ponte di Bassano sparisce, ritorna ad aleggiare la memoria di Palladio e compaiono le suggestioni nonché le “libere interpretazioni” sul Palladianesimo, ma anche in generale sul tema figurativo dei ponti, degli artisti dei secoli successivi. È qui che fanno bella mostra di sé, riflessi anche su una parete a “specchio mosso” posizionata di fronte, i due capolavori di Canaletto arrivati in coppia da Parma: il Capriccio con edifici palladiani e il Capriccio con ponte immaginario sul Canal Grande (attribuito). Non mancano Francesco Guardi con il suo Capriccio lagunare con chiesa su un isolotto e Bernardo Bellotto col dipinto La veduta di Verona con Castelvecchio e il Ponte Scaligero. Insomma: un manipolo di grandi vedutisti, di cui fa parte anche Luca Carlevarijs con la Veduta di Verona nei pressi del Ponte Navi. Si vede davvero che la Sovrintendenza alle Belle Arti, che col sovrintendente Tinè ha collaborato direttamente alla concezione della mostra, ha sede a Verona. E c'è anche Giambattista Piranesi, perbacco. Di lui si ammirano le incisioni di due vedute romane: Veduta del Ponte e del Mausoleo fabbricati da Elio Adriano e Veduta del Ponte d'Elio Adriano, oggi detto di S.Angelo. Qui non c'entrano più il Ponte di Bassano e neppure Palladio. Il “Mito” abbraccia tutto, indistintamente: basta che abbia la forma di un ponte.
Va anche detto, a onor di cronaca, che “Palladio, Bassano e il Ponte” tratta anche i temi della contemporaneità. Il corridoio d'ingresso che conduce alla sede espositiva nella Galleria Civica al pianterreno del Museo presenta una serie di pannelli che riassumono l'intervento di restauro del Ponte appena conclusosi dopo sei anni di vicissitudini.
Mentre l'ultimo pannello dell'esposizione, a tre passi dai due dipinti di Canaletto, è dedicato al Ponte Morandi di Genova prima e dopo il disastro e al Ponte San Giorgio progettato da Renzo Piano e costruito al suo posto. Ma di questa cosa ho già scritto nel mio articolo Genova a merenda e non voglio ripetermi.
A proposito: il lead partner, e cioè lo sponsor principale della mostra, è l'impresa generale di costruzioni Inco Srl di Pergine Valsugana, in provincia di Trento.
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