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Bassano ha bisogno di un terzo centro commerciale

Editoriale del direttore Alessandro Tich

Pubblicato il 08 giu 2012
Visto 5.443 volte

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Tranquilli: non mi ha dato di volta il cervello. So benissimo che leggendo il titolo di questo editoriale qualcuno avrà fatto un balzo sulla sedia.
Ma come: sta nascendo - commissione VIA permettendo - il secondo centro commerciale a sud della città, quell'“Emisfero” che sarà edificato a un tiro di schioppo dal “Grifone”, e noi andiamo a dire che Bassano del Grappa ha bisogno di ancora un terzo shopping center? Senza contare il parco commerciale di Cassola (Tosano) e gli iper e supermercati vari ubicati nella cintura urbana bassanese?
Sì: lo diciamo, lo confermiamo e lo sottolineiamo. E quel terzo centro commerciale ha un nome, una struttura e una connotazione ben precisa: si chiama centro storico.

Foto Loris Fostari

E' inutile girarci troppo attorno. Per i piccoli negozi del centro, i due giganti commerciali - uno già esistente e l'altro in costruzione - che fra un anno saranno i guardiani dei consumi bassanesi alle porte della città avranno lo stesso effetto delle mitiche Scilla e Cariddi: risucchieranno nei loro vortici chiunque non si organizzi per affrontare la loro ingombrante presenza.
E non è solo un problema di parcheggi (che ci sono) e di ZTL: quelli sono specchietti per le allodole. Il vero problema è rappresentato dal sistema commerciale - e insieme ad esso, organizzativo e logistico - che si vuole o non si vuole adottare per rimodulare l'offerta dei prodotti e dei servizi in vendita, in base alle nuove e sempre più mutevoli esigenze dei consumatori, e conquistare un “appeal” in grado di contrastare il richiamo delle sirene della Grande Distribuzione Organizzata.
In Italia, sulla scorta di analoghe esperienze in Europa e non solo, molti Comuni grandi e piccoli lo hanno già capito. Da Torino a Reggio Emilia, da Siena a Parma, da Pistoia a Montecatini Terme, fino a decine di località minori lungo lo Stivale, amministratori pubblici, categorie economiche e imprenditori del commercio si sono rimboccati le maniche e stanno creando, in alcuni quartieri dei centri più grossi o nei centri storici dei Comuni di dimensione più ridotta, un'alternativa praticabile allo strapotere delle grandi superfici di vendita.
Anche questa alternativa ha un nome, una struttura e una connotazione ben precisa: si chiama centro commerciale naturale.
Il suo principio è molto semplice: tutti gli esercizi commerciali e le attività della zona, anche quelle artigianali o a fine culturale e sociale, si uniscono in un soggetto giuridico ad hoc, ovvero in un consorzio senza fini di lucro, e si comportano esattamente come un centro commerciale.
Hanno orari di apertura omogenei, collaborano per la creazione di eventi, promuovono numerose iniziative, svolgono un'azione di marketing e di immagine territoriale coordinata.
Possono creare un sistema di offerte integrate dei prodotti del territorio, ridurre i costi di gestione delle aziende aderenti tramite convenzioni con le società fornitrici di servizi, offrire sconti e nuovi servizi alla clientela, realizzare carte di accoglienza (“fidelity cards”), allestire punti di informazione e “baby parking” (animazione e assistenza ai bambini), fornire assistenza post vendita con consegna dei prodotti al parcheggio o a domicilio e via dicendo.
Esattamente, appunto, come un centro commerciale: con la differenza - e scusate se è poco - che al posto delle anonime e ripetitive corsie delle cattedrali del consumo della Grande Distribuzione i clienti sono invitati a frequentare piazze, strade storiche, giardini e monumenti.
Un centro commerciale naturale - o più semplicemente CCN - non nasce tuttavia per caso, ma è il frutto di una precisa organizzazione a monte, coordinata dal consorzio di gestione, di impronta totalmente manageriale. Lo sviluppo di una simile aggregazione è favorito dalle leggi nazionali e la stessa, per questo motivo, può accedere a incentivi, agevolazioni e contributi regionali.
Ma questo rappresenta il “dopo”, e cioè l'insieme delle opportunità che possono essere colte e utilizzate nel momento in cui una simile iniziativa prende forma e sostanza.
A Bassano - dove l'idea di realizzare un CCN in centro storico sta facendo capolino da più parti - c'è invece ancora da costruire il “prima”, ovvero la collettiva presa di coscienza della reale necessità di una simile soluzione e la definizione condivisa delle tre “c” alla base del progetto: chi, cosa e come.
Ci sono vari partner che possono favorire questa innovativa aggregazione per il rilancio del commercio di vicinato nel quartiere più penalizzato dalla concorrenza dei centri commerciali: in primis, per gli aspetti di sua competenza, l'Amministrazione comunale.
Ma se mai questa ipotesi dovesse prendere corpo, la prima mossa spetterebbe di diritto, e di dovere, alla Confcommercio Bassano: associazione di categoria che sul tema della presenza della Grande Distribuzione Organizzata in città dovrebbe finire l'era delle lamentele “sempre e comunque” e farsi parte attiva e propositiva di una nuova via per la rivitalizzazione delle piccole attività del centro storico.
Sul funzionamento dei centri commerciali naturali ci sono casi da studiare, città da visitare, strategie da inventare. Basta un minimo di buona volontà, per verificare quanto questa strada sia percorribile in riva al Brenta e in che misura rappresenti un'effettiva soluzione per superare il senso di impotenza che oggi sembra bloccare la vita commerciale del centro e per far coincidere, una volta per tutte, gli interessi di bottega con gli interessi della città.
Ecco perché Bassano ha bisogno di un terzo centro commerciale. Uno shopping center con un Ponte palladiano dove lo trovate?

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