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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 3 - n.7
La recensione di Desirée Tripodi di un libro-documento che racconta storie dal carcere
Pubblicato il 18 feb 2024
Visto 6.622 volte
La nostra rubrica Modalità lettura accoglie questa domenica la recensione di un libro-documento, Non si può incatenare il sole, a cura di Desirée Tripodi, nostra lettrice, che ringraziamo sentitamente.
In tempi in cui dovrebbe regnare l'indignazione, non un disgustoso politically correct a ribalta.
carceri
Non si può incatenare il sole. Storie di donne nelle carceri iraniane è un libro di Puoran Najafi, Hengameh Haijassan pubblicato da Menabò Edizioni (2022, 256 pagine, 15 euro).
Nel 2022, la morte di Mahsa Amini — accusata dalla polizia morale di aver indossato male l'hijab — ha scatenato un'ondata di proteste in tutto l’Iran. Le donne sono scese in piazza contro la Repubblica Islamica per far sentire la propria voce: meno repressione, più diritti. Questa recensione è un omaggio al loro coraggio.
Il curatore del libro, Esmail Mohades, è nato a Teheran. Tra il 1978 e il 1979 ha preso parte al movimento di protesta contro la dittatura dello Scià Reza Pahlavi. Dopo l'instaurazione del regime teocratico dello Ayatollah Ruhollah Khomeyni, si è trasferito in Italia, dove tuttora vive e lavora. A lui va il merito di aver raccolto due testimonianze uniche sulla resistenza delle donne iraniane in quegli anni.
Ne sono trascorsi quaranta, eppure niente è cambiato. Pagina dopo pagina, sembra di rivivere le cronache di oggi: al grido di 'Donna, Vita, Libertà', le iraniane continuano a sfidare il potere, pagandone care le conseguenze.
Il libro — arricchito da una prefazione della scrittrice Dacia Maraini — si apre con un'introduzione che ci immerge nel contesto storico. La Rivoluzione Iraniana puntava a cacciare Pahlavi e inaugurare una nuova era. Purtroppo l’entusiasmo popolare fu presto tradito da Khomeyni. Il tratto qualificante del suo governo furono le vessazioni contro il genere femminile. Le donne di tutte le età, che si sono unite alla resistenza, hanno cambiato il corso delle proprie vite. Con una bellissima immagine, la loro forza viene paragonata a quella di una montagna.
Il titolo si ispira ad un discorso di Massoud Rajavi, Leader del maggior gruppo d’opposizione, i Mojahedin del Popolo. Non si può impedire al sole di sorgere, al vento di soffiare, alla primavera di arrivare: allo stesso modo, non si può incatenare un popolo in eterno. Grazie a Mohades possiamo leggere i diari di due simpatizzanti di quel movimento.
Pouran Najafi e Hengameh Hajhassan, giovanissime, vengono arrestate per strada. Senza aver commesso nessun reato e senza processo, finiscono nelle terribili carceri khomeiniste. Ne escono vive, dopo anni, raccontando al mondo cos'hanno visto e subito. Per quanto doloroso, mettere quell’esperienza nero su bianco è un dovere nei confronti delle compagne di prigionia che non ce l’hanno fatta, chiamate sempre per nome e cognome. Al pari di tantissimi altri prigionieri politici, hanno sopportato qualsiasi violenza, sia psicologica che fisica, pur di non rinnegare i propri ideali: libertà e democrazia. Anzi, proprio in questo sogno — che diventa speranza — di uno Stato libero e democratico, trovano la forza per resistere mentre vengono torturate. I loro carcerieri — definiti sadici e misogini — non hanno pietà, eppure realizzano subito che non c’è modo di sottometterle.
Evin: il solo nome mette i brividi. Questa prigione — situata in alta montagna, a Nord di Teheran — ha la fama di essere la più dura del Paese, quella da cui quasi nessuno esce vivo. Ma non è l’unica. La tortura è una prassi che non guarda in faccia a nessuno, persino minorenni e anziane. Le donne vengono colpite in modo feroce, utilizzando lo stupro come arma. Ieri come oggi, lo scopo è terrorizzare la popolazione per eliminare la dissidenza, distruggendo lo spirito di intere generazioni. Spesso le famiglie sono all'oscuro di tutto: questo condanna le madri ad un continuo pellegrinaggio tra ospedali, cimiteri e carceri alla ricerca di notizie.
Pouran e Hengameh raccontano la loro reclusione — tra isolamento e unità punitive — senza risparmiare i dettagli più crudi. Fame e freddo; malattie e abusi sessuali; divieto di andare in bagno e docce con acqua gelida. Decine di prigioniere vengono stipate in celle di pochi metri, senza potersi sdraiare; gli scarafaggi le mangiano vive; l’aria è satura dell'odore di sangue.
Dietro le sbarre è dura non impazzire, tra il subire e l’assistere a torture disumane. In sotterranei, descritti come bui e fetidi, i carcerieri danno libero sfogo al loro odio. C'è chi viene sottoposta a interminabili sedute di frustate, con tubo o corda, sulle piante dei piedi, fino a maciullarli. Chi viene pestata a sangue, non importa se incinta. Chi viene violentata, davanti alle altre o prima di essere uccisa, come ultimo sfregio. Quello delle prigioniere è un destino già scritto: prima o poi 'spiccheranno il volo', impiccate o fucilate all’alba. Una morte a cui vanno sempre incontro a testa alta, senza pentirsi di nulla. In una delle pagine più toccanti del libro, Hengameh descrive cosa si prova a veder 'volare via' — ad una ad una — le proprie compagne.
Solo la solidarietà femminile allevia un po’ l'oppressione di quella condizione. Durante la prigionia le donne si sostengono a vicenda, dando una lezione sulla vera amicizia che travalica i confini del tempo e dello spazio. Insieme cantano e scherzano per far passare il tempo che altrimenti non passerebbe mai, esorcizzare la paura, non darla vinta alle guardie.
Non si può incatenare il sole ci apre le porte di quell’inferno che sono ancora le carceri iraniane. Ci fa capire cosa rischia — davvero — chi osa protestare contro il regime. E cosa significhi — davvero — sacrificarsi per i propri ideali, con un coraggio immenso. Dalla viva voce di due sopravvissute.
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