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L'anca al pit stop
Tecnica, tempi, risparmi e recupero: gli straordinari progressi nell'intervento di impianto mini-invasivo di protesi d'anca. Parla il dr. Enrico Sartorello, primario di Ortopedia dell'Ospedale di Bassano
Pubblicato il 21 nov 2012
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“A volte ciò che è più interessante di una meta è il cammino per arrivarci”.
E' lo slogan di una vecchia pubblicità, che il dr. Enrico Sartorello - direttore della Struttura Complessa di Ortopedia e Traumatologia dell'Ospedale di Bassano del Grappa - ha fatto suo. “E' il mio motto”, ci conferma.
Il dr. Sartorello - ex rugbista della Benetton Rugby, con cui ha vinto uno scudetto - di “mete”, del resto, se ne intende. Ma anche di “cammino”: lo scopo della sua specialità è infatti quello di far tornare a camminare i suoi pazienti il prima possibile. Cosa che, con l'attuale evoluzione delle tecniche e delle tecnologie chirurgiche in Ortopedia, è diventata un risultato all'ordine del giorno.
Il primario di Ortopedia dell'Ospedale di Bassano, dr. Enrico Sartorello (foto Alessandro Tich)
E' il caso della patologia dell'anca: argomento che sabato prossimo, 24 novembre, sarà al centro del 2° corso ForMeVe per medici di famiglia, organizzato dall'associazione ForMeVe (Formazione Medica Veneta) e ospitato nella sede di Magalini Medica in via San Marco nella frazione di San Lazzaro a Bassano del Grappa.
Il dr. Sartorello - che presiederà il corso, intitolato “Diagnosi e attualità in chirurgia e riabilitazione della patologia dell'Anca” - introdurrà i lavori con un intervento sul tema “La chirurgia mini-invasiva nella protesi d'anca”.
“Dentro la cultura dell'anca - sottolinea il primario - c'è tutta la storia della chirurgia e dell'evoluzione tecnologica, e tutta l'attualità dell'organizzazione sanitaria come la gestiamo noi. Siamo arrivati a portare l'impianto di protesi d'anca, dalla chirurgia pesante di una volta, a un intervento di routine.”
La sostituzione dell'articolazione malata con un'anca artificiale, a seguito di patologie degenerative come l'artrosi, viene oggi eseguita con nuove tecniche di impianto che oltre ad essere mini-invasive, garantiscono rapidissimi tempi di recupero. Oltre a una maggiore durata dell'articolazione artificiale: aspetto, questo, di primaria importanza.
Gli interventi di artroprotesi d'anca, e cioè di impianto dell'articolazione artificiale, rappresentano quindi - grazie alla tecnica utilizzata, agli avanzati materiali a disposizione e ai conseguenti e comprovati vantaggi per il trattamento e il recupero del paziente - uno degli assoluti fiori all'occhiello del reparto di Ortopedia di Bassano.
Dr. Sartorello, che cosa rappresenta l'impianto di protesi d'anca per l'Ortopedia dell'Ospedale di Bassano?
“Rappresenta una metodica chirurgica con degli indubbi vantaggi per il paziente. Con le nuove tecniche operatorie e con i nuovi materiali utilizzati è infatti possibile che un paziente operato di anca possa camminare il giorno seguente l'intervento.
Questa nuova tecnica, introdotta all'Ospedale di Bassano nel 2007, ha raggiunto la sua consolidata maturità scientifica ed è diventato un intervento di routine, nonché l'intervento più frequente, che ha portato il nostro Ospedale ai livelli dei più grandi centri protesici nazionali e internazionali. Siamo un centro di riferimento per la tecnica della protesi d'anca e regolarmente, tutti i giovedì, abbiamo ospiti da tutta Italia che arrivano a Bassano a vedere la tecnica e a discuterne con noi.”
Come si è evoluto l'intervento di artroprotesi d'anca?
“L'ultima evoluzione è quella tecnico-chirurgica, e cioè un mini-accesso per via anteriore nell'articolazione che permette cose che prima non erano possibili: preparare il paziente all'esterno dell'Ospedale, farlo entrare in Ospedale il giorno stesso dell'intervento, metterlo in piedi il giorno seguente, risparmiare sacche di sangue e dimettere il paziente in quinta-settima giornata. E' un risparmio di giornate di degenza, di materiale medico e di posti letto. Nel mondo ogni anno vengono eseguiti 1 milione e mezzo di impianti di protesi d'anca, di cui 800mila in Europa e 86mila in Italia. A Bassano eseguiamo 270 interventi all'anno.”
Qual è l'obiettivo di questo approccio chirurgico?
“L'obiettivo è il miglioramento della qualità della vita del paziente. Questa nuova tecnica operatoria è il frutto di un'evoluzione sia tecnica che chirurgica e centra perfettamente le nuove strategie della sanità: con il paziente poco ospedalizzato, minori trasfusioni e meno rischi, e un recupero più veloce. Tradotto in cifre, nell'ultimo anno l'approccio mini-invasivo dell'artroprotesi d'anca ha significato per Bassano, rispetto alla chirurgia tradizionale, perdite ematiche inferiori del 37%, 150 sacche di sangue diminuite in 12 mesi, 30mila euro di costi risparmiati e ottimizzazione del personale. Una volta l'intervento veniva eseguito da sei persone, ora ne bastano due: il chirurgo e lo strumentista, più un eventuale aiuto. In un anno abbiamo risparmiato in reparto 780 giorni di degenza, che equivalgono al risparmio di due posti letto.”
Come avviene il recupero del paziente?
“Il protocollo di recupero è standard. L'intervento non necessita di trasfusione, salvo casi particolari. Viene recuperato il sangue del paziente nelle 6 ore successive all'intervento, e questo è sufficiente a reintegrare la perdita. Il paziente viene messo in piedi il giorno successivo all'intervento e, seguito da un terapista, comincia a deambulare con due stampelle. Nella quinta-settima giornata, quando riesce a fare le scale, viene dimesso, con abbattimento dei tempi di degenza del 50%.”
Quando si rende necessaria l'artroprotesi?
“L'impianto dell'articolazione artificiale si rende necessario a seguito dell'artrosi d'anca nell'anziano o in casi di degenerazione dell'anca, anche nei soggetti 40-50enni, secondari a patologie come la Perthes o a varie patologie articolari o eventi traumatici.”
Di “Diagnosi e attualità in chirurgia e riabilitazione della patologia dell'anca” si parlerà sabato nel corso ForMeVe da lei presieduto, con gli interventi anche di altri specialisti, fisioterapisti e di un tecnico ortopedico. Perché è importante parlarne ai medici di famiglia?
“Immaginiamo una vettura di Formula 1 ferma al pit stop. Se la macchina è l'anca e il chirurgo è il pilota, tutto il lavoro per il trattamento della patologia è un lavoro di equipe. I medici di base fanno parte di questa squadra. E' al medico di base che il paziente chiede il consiglio e l'affidamento in cura alle strutture ospedaliere. Il medico di base è la prima figura di riferimento.”
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