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I giorni passati nelle mani dei guerriglieri dell'Organizzazione della Jihad Islamica, dal 4 febbraio al 4 marzo del 2005. L'uccisione dell'agente del Sismi Nicola Calipari ad opera del soldato americano Mario Lozano negli attimi immediatamente successivi al suo rilascio. I nuovi scenari che si aprono ora per l'Iraq, dopo le elezioni del marzo scorso. Di questo e molto altro si è parlato ieri sera a "La Bassanese" con Giuliana Sgrena, nel corso del sesto appuntamento degli "Incontri senza censura", in una galleria di Largo Corona d'Italia ancora una volta gremita.
Assieme all'ospite si sono affrontate diverse tematiche riguardanti l'area geografica ormai da sette anni sotto la lente d'ingrandimento dell'opinione pubblica internazionale: attentati sanguinari si susseguono quotidianamente, le vittime civili hanno raggiunto cifre impressionanti, in un contesto in cui questi atti terroristici sembrano "non fare più notizia".
E' proprio questo uno dei motivi che hanno spinto la giornalista de "Il Manifesto" a scrivere il suo nuovo libro: la volontà di attirare nuovamente l'attenzione su un conflitto che ha messo a dura prova un Paese e una cultura, indebolita e stravolta da autobombe e kamikaze.
Giuliana Sgrena con Cristina Obber, moderatrice del'incontro
"Di questa guerra nei telegiornali italiani non si parla più - spiega la Sgrena - ma il conflitto in Iraq è tutt'altro che finito: le elezioni del marzo scorso non rappresentano di sicuro la fine di tutti i problemi ed il ritiro delle truppe americane non impedirà che nel Paese rimangano comunque dei soldati in pianta stabile, nelle basi che si stanno costruendo".
Un ritorno in Iraq, dunque. Per cercare di capire tante cose: come sta cambiando il Paese, come si comporta la gente, cosa è veramente successo la notte del 4 marzo 2005 nei pressi dell'aeroporto di Baghdad. Giuliana Sgrena viaggiava su una macchina assieme all'agente del Sismi Nicola Calipari ed all'autista, quando un fascio di luce li ha investiti ed una scarica di proiettili ha raggiunto la vettura, uccidendo sul colpo il suo liberatore e ferendo la giornalista ad una spalla. A sparare Mario Lozano, addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, soldato della 42^ Divisione della New York Army National Guard. Le versioni sulla dinamica del'incidente erano e rimangono discordanti: la velocità con cui la macchina si avvicinò ai militari americani, gli avvertimenti dei soldati che ribadiscono di aver seguito le normali procedure di sicurezza , in un contesto in cui Lozano ha più volte accusato la giornalista di voler sfogare su di lui un sentimento di anti-americanismo.
Il 25 ottobre 2007 la Terza Corte d'Assise di Roma ha prosciolto il soldato americano, dichiarando il non luogo a procedere per difetto di giurisdizione. Il successivo ricorso della Procura di Roma è stato rigettato dalla sezione penale della Corte di Cassazione.
"La vicenda giuridica che è seguita alla morte di Calipari è stata una storia fatta di tanti ostacoli. Intoppi burocratici e non che hanno impedito l'accertamento dei fatti. Io so solo che la mia liberazione è costata la vita di una persona. Ancora oggi, per me, il 4 marzo è il giorno più brutto dell'anno: l'anniversario della morte di Nicola Calipari, non della mia liberazione. Sono poi tornata in quei luoghi, ma i ricordi sono ancora confusi. Resto convinta che tra servizi segreti italiani e forze militari americane esistano dei conflitti molto duri: gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato di trattare con i terroristi e non approvavano che l'intelligence italiana si comportasse diversamente. Tutti i collaboratori di Calipari, dopo la sua morte, sono stati allontanati dai rispettivi incarichi. Non è mia intenzione abbandonarmi a fantasiose spy-stories: un uomo è stato ucciso mentre svolgeva il proprio dovere e la persona responsabile della sua morte non è stata punita per questo. Lozano non è di sicuro l'unico responsabile: lui mi considera colpevole di tutto quello che è successo, una comunista che lo attacca per attaccare l'America. Descrive Calipari come 'il suo eroe', parla di lui come un angelo custode che lo guida e gli permette di affrontare tutti guai che lo hanno colpito dopo l'incidente. Io dico solo che dopo cinque anni i familiari di Calipari hanno diritto alla giustizia".
La militarizzazione dell'informazione e la privatizzazione della guerra, con l'utilizzo di numerosissimi mercenari che pattugliano le strade di Baghdad e delle maggiori città irachene, ricavando profitto dalla morte: altri elementi che per la Sgrena contraddistinguono il conflitto, con uno sguardo a Siria e Giordania, Paesi in cui più di due milioni di profughi iracheni restano in attesa di sapere quando potranno tornare nelle case rimaste in piedi e dai parenti rimasti vivi.
" Sono tornata in Iraq - conclude Giuliana Sgrena - non solo per affrontare un mio percorso personale, ma anche per interesse generale verso il Paese. Quello che ho passato mi ha avvicinato al popolo iracheno, un popolo che sta cerando e trovando dentro di sè la forza di reagire. E sono tornata lì per poter fare informazione: andando nei luoghi di cui si parla, discutendo con la gente e verificando i fatti. Per fare in modo che questa terra e questa guerra non vengano dimenticate".
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